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Luciano Gallino Il lavoro non è una merce Contro la flessibilità |
| Il Manifesto - mercoledì 12 dicembre 2007 | |
| Il vero problema è che serve un'altra cultura d'impresa | |
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La strage torinese alla ThyssenKrupp ha aperto uno squarcio su un mondo, quello del lavoro, responsabilmente dimenticato nel passaggio di secolo. «Si è giocato sul post industriale, come se il lavoro di colpo non esistesse più», dice il sociologo torinese Luciano Gallino, studioso della cultura d'impresa, come anche di quella del lavoro, autore de «Il lavoro non è una merce», da poco uscito per i tipi di Laterza. Professor Gallino, che idea si è fatto di quanto successo a Torino? Le cose che succedono sotto casa, come spesso accade, colpiscono di più, ma anche se fosse successo altrove il quadro non cambia. E il quadro è quello di imprese dove, tra le tanti variabili che sottendono alla decisione di cosa, dove e come produrre, la sicurezza viene messa al decimo, ventesimo posto. Mentre ci sono manager che potrebbero fare molto di più, gestendo imprese efficienti e insieme prestando attenzione alla sicurezza. Quando si parla di siderurgia, di acciaierie, si ha l'impressione di fare un salto indietro di almeno un secolo...Il lavoro in acciaieria è sempre pericoloso e costa un'immensa fatica. Basta un gesto sbagliato, una vite fuori posto e succede un disastro. Si tratta di stabilimenti dove tutto è enorme rispetto alla dimensione umana e dove perciò sarebbe necessaria un'attenzione cinque volte più alta rispetto ad altri lavori. Va detto anche che il mercato dell'acciaio va fortissimo, alimentato da una forte domanda e da prezzi che seguitano a restare alti. Certo, c'è la concorrenza cinese, ma l'Italia è la seconda produttrice europea di acciaio. In questo contesto, le società siderurgiche lavorano a pieno ritmo e fanno ottimi affari, perciò è ancora più imperdonabile il loro prendere sotto gamba la sicurezza sul lavoro. Il ministro Damiano dice che serve un'altra cultura del lavoro. Non serve anche un'altra cultura d'impresa?Il lavoro oggi è meno visibile, perciò sicuramente serve un'altra cultura del lavoro. Qui però è la cultura manageriale, tecnica e dirigenziale, quella cioè che è matrice di decisioni, ad essere importante. E' quando nei quadri decisionali la sicurezza del lavoro non figura che succedono queste tragedie. E oggi non c'è dubbio sul fatto che ci sia una carenza in questo senso. Che cosa è successo dunque alle imprese nostrane?Diciamo che siamo rimasti fermi. Non che in altri paesi sia molto diverso, la cultura d'impresa del resto è quella mondiale, quella che ha vinto. Altrove c'è più controllo, o altri tipi di governo d'impresa, ma le problematiche restano. I manager hanno spesso sulla testa azionisti che pretendono reddività del 15% e a cui evidentemente della sicurezza, che invece dovrebbe entrare nei bilanci d'impresa, non importa nulla. Poi c'è una carenza nella formazione. Prenda un qualsiasi corso all'Università e vedrà che, mentre si spendono pagine su pagine sui rischi del capitale, sulla sicurezza del lavoro, che è tema piuttosto complesso, non c'è una riga. Cosa dovrebbe fare la politica in questo senso?La politica senza alcun dubbio può fare molto di più, a partire dalle leggi sulla sicurezza del lavoro, l'ultima legge delega in materia, la 123, si basa però su un meccanismo lento e farraginoso, per cui dovremo aspettare altri quattro o cinque anni, e forse un altro migliaio di morti sul lavoro, per vederne gli effetti. Ancora, la politica potrebbe moltiplicare le ispezioni, mettendo anche in grado di svolgere il loro mestiere gli organi preposti. Anche in questo senso però servono risorse e soprattutto formazione. Quando si parla di sicurezza, si parla però anche di organizzazione del lavoro…E' esemplificativo in tal senso la direttiva europea sull'orario di lavoro. Il dire che in ogni giornata lavorativa sono necessarie almeno 11 ore di riposo, è stato interpretato da noi con la possibilità di disporre di un orario di lavoro di 13 ore al giorno. E se la legge lo permette, le imprese la sfruttano. Poi ci sono le leggi sul lavoro, la vera porta da spalancare, su cui però non vedo segnali di inversione di tendenza. Si accusa il sindacato di non fare il proprio mestiere...Oggi i sindacati sono assillati da diversi tipi di emergenze, dalle tante aziende in crisi alla questione dei salari. Ma sono le imprese stesse, e la legislazione sul lavoro, ad avere fatto sì che le organizzazioni sindacali siano sommerse dalle problematiche dell'emergenza occupazionale. | |
Sara Farolfi | |
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