109 ANNI DI CULTURA

Vittorio Gregotti
L'architettura nell'epoca dell'incessante
Architettura e arti visive

[...]L’architetto non fa case ma progetti di case, ossia l’opera come prodotto materiale non è di esecuzione diretta dell’artista ma chiama in causa una pluralità di saperi e di abilità; ed in questo sono sovente le arti visive ad imitare oggi l’architettura. Inoltre, pur senza voler reintrodurre l’antica distinzione tra arti produttive ed imitative, l’architettura ha un’immagine ma non è un’immagine.Tekné e ars significavano comunque nell’antichità la capacità di fare un qualche oggetto, capacità che consisteva per gran parte nella conoscenza delle regole e nel loro uso ingegnoso. Solo dopo la fine del XVIII secolo (forse con il trattato di François Blondel) si distingue tra arte, artigianato e scienza, e viene proposta la classe delle «belle arti» e ciascuna di esse ha le proprie regole. Questa ed altre cose implicano da parte dell’architettura nei confronti delle arti visive delle differenze strutturali che negli ultimi venti anni tendono ad appannarsi con grave danno come vedremo.Sappiamo che, diversamente da oggi, una parte importante del significato del moderno risiede nello sforzo che ogni pratica artistica compie per avvicinarsi il più possibile alla propria essenza, poiché da tempo è noto che le arti non sono tutte uguali ed ognuna accede al mondo da una porta diversa.Tuttavia, nonostante le differenze strutturali e l’attuale comune sovrabbondanza estetica imperante, tra arti visive ed architettura le posizioni si sono oggi fatte più vicine anzitutto perché più difensive. Si tratta cioè di agire per la comune sopravvivenza, magari anche attraverso la rinuncia alla loro specificità divenuta nuova frontiera da superare, sempre con la nascosta paura (magari esibita come sfida) che le arti potrebbero anche trasmigrare altrove perché in sé non contano più.Da un lato, infatti, i margini delle tre, possiamo dire, «ex discipline» della scultura, della pittura e dell’architettura si sono messi in discussione dall’interno. Si tratta di una legittima e creativa discussione intorno al proprio luogo di consistenza nei confronti dell’insieme dei valori sociali, un interrogativo che ne ha costituito il contenuto principale nell’ultimo secolo (qualcuno dice dalla fine del XVIII, cioè per tutto il secolo delle rivoluzioni ma anche del disincanto del mondo), durante il quale gli artisti si sono molto occupati, per mezzo delle opere, del problema critico dei linguaggi dell’arte e della loro posizione nella società, cioè della realtà sociale del segno, attraverso un intenso lavoro sull’autonomia dei significanti il cui carattere rivoluzionario è però diventato col passare del tempo, purtroppo (o fatalmente), sempre più un accessorio. Nel frattempo la scultura ha perso il piedestallo, la pittura la cornice, mentre l’architettura allargava a tutto ciò che occupa lo spazio le sue pretese di dominio estetico, frammentandolo però in una sommatoria di oggetti.Peraltro la violenza con cui la prima avanguardia ha voluto, contro ogni consolazione estetica, un confronto diretto tra arte e società (e nello stesso tempo se ne è sottratta) è stata premonitrice, proprio attraverso il ribaltamento dei propri obiettivi ideali, della condizione dell’arte nell’era della cultura di massa: premonitrice cioè anche del vasto soccombere dell’arte stessa all’era dell’estetizzazione diffusa del quotidiano.Il fenomeno che si è sempre più reso esplicito negli ultimi trent’anni è quindi quello di una nuova forma di integrazione con lo stato del contesto storico sociale, dopo una pausa durata più di un secolo non solo di assenza di integrazione, ma di opposizione ai valori sociali dominanti. Questo rovesciamento non può fare a meno di utilizzare i linguaggi costruiti con quella opposizione, tuttavia, ribaltandone il senso, li svuota e sembra voglia esasperarli, forse nella speranza di disfarsene e di aprire in futuro una nuova fase.












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