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Marco Patricelli Il volontario |
| In trappola | |
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«Via, via di qua! Ci sono i tedeschi! È una retata!». Un’esortazione rapida, più volte ripetuta da persone agitate e dal passo affrettato che si disperdono in rivoli tra le vie acciottolate di Varsavia, ma che sembra non suscitare nessuna emozione e nessuna reazione nell’uomo che cammina sul marciapiede di Żoliborz, un sobborgo a nord della capitale polacca. Con il cappello calato in testa, il passo deciso, sembra ostentare la sicurezza e l’indifferenza di chi non teme di cadere in trappola. L’uomo lavora per la ditta di cosmetici ‘Raczyński i Ska’, impiego che gli consente una certa libertà di movimento in città e nei dintorni. Ha appena il tempo di scorgere con un giro d’orizzonte dello sguardo alcuni camion militari con la croce nera sulla fiancata fermi e numerosi civili faccia al muro, quando alcuni soldati gli intimano l’alt con grida gutturali. I fucili spianati non ammettono discussioni. L’uomo alza le braccia e viene accodato a forza tra le persone già immobili con le mani dietro la nuca. L’arresto avviene all’altezza del civico 40 di viale Wojska Polskiego. È una retata in piena regola, condotta da Wehrmacht e SS, cui fa da scenario l’alba inquietante del 19 settembre 1940. Il pugno di ferro nazista è ruvidissimo, peggio di quello del padrone sullo schiavo. Nel dopoguerra il governatore Hans Frank, che sarà processato e impiccato per i suoi crimini, scriverà che se avesse dovuto far affiggere manifesti per ogni esecuzione pubblica, come accadeva a Praga, per rifornirlo di carta non sarebbero state sufficienti tutte le foreste polacche. Era il regno del terrore, con arresti ed esecuzioni sommarie per strada, prese di ostaggi e retate come questa del 19 settembre. Un migliaio di fermati viene fatto salire a forza sui camion militari in sosta a piazza Wilson e condotto al maneggio del 1° reggimento lancieri. La minaccia dei mitra e gli ordini urlati dei soldati tedeschi scandiscono il tempo. Si tratta della terza retata in grande stile, un autentico rastrellamento di Varsavia a caccia di elementi ritenuti pericolosi. Gli uomini vengono identificati uno a uno. Quello che si è gettato in pasto alle SS porta in tasca un documento intestato a Tomasz Serafiński, ufficiale della riserva nato a Bochnia nel 1902 e residente a Varsavia al numero civico 47 di quella che i tedeschi hanno ribattezzato Kasimir-Strasse. Tutti i dati sono esatti, tranne la fotografia. Perché quell’uomo è in realtà Witold Pilecki. Non assomiglierebbe a Serafiński neppure se si facesse crescere i baffi come lui. La missione che intendeva compiere gli precludeva l’uso del proprio nome, recidendo di netto ogni richiamo alle sue origini e ai suoi legami familiari, alla moglie con la quale da aprile era in contatto stretto e ai figli, che negli ultimi tempi aveva incontrato con tutte le accortezze del caso ma in maniera abbastanza regolare. Aveva bisogno di una nuova identità ma con documenti che non potessero insospettire i tedeschi. Un colpo di fortuna aveva agevolato il suo piano. Nell’appartamento dove viveva era stata rinvenuta una carta d’identità del tenente della riserva Tomasz Serafiński, ufficiale originario di Nowy Wiśnicz che un anno prima aveva partecipato ai combattimenti per la difesa di Varsavia ed era riuscito a scampare alla prigionia nascondendosi fino al dicembre del 1939 proprio in quel seminterrato, successivamente residenza di Pilecki. Quando andò via, in una stanza fu inavvertitamente lasciata la Kennenkarte alla quale Witold aveva sostituito la fotografia, assumendo così un nuovo nome. L’arresto, in caso di controlli, sarebbe scattato automaticamente anche se avesse continuato a tenere con sé un documento autentico, perché già nel dicembre del 1939 le autorità del Reich avevano intimato a tutti gli ufficiali polacchi, sia in organico sia della riserva, di consegnarsi per essere avviati ai campi per prigionieri di guerra. In molti non l’avevano fatto perché la Polonia era stata battuta ma non si era arresa. Gli ufficiali che il 14 dicembre non avevano raggiunto le località stabilite per il concentramento erano passibili di pena capitale. Erano stati la maggioranza, perché nelle mani dei tedeschi erano finiti sì e no quattrocento militari sui circa ventimila stimati. Pilecki, che già apparteneva all’Esercito segreto Tap, si era offerto di tessere una rete di resistenza all’interno del campo di concentramento di Auschwitz attivo dal 14 giugno, organizzare l’aiuto ai prigionieri e da lì far filtrare rapporti verso l’esterno e quindi per gli Alleati. Si dicevano cose orribili su quel campo di concentramento, ma erano appunto voci. Il piano, ritenuto troppo rischioso dai vertici della resistenza, era stato perorato da Witold fino a che ne erano stati sviscerati tutti gli aspetti ed era stato quindi accettato. Per entrare ad Auschwitz era necessario consegnarsi ai tedeschi, senza che questi sospettassero nulla, e soprattutto senza che potessero identificare esattamente il ‘volontario all’inferno’. Il 19 settembre il piano era scattato con la retata a Żoliborz in cui era incappato l’anonimo rappresentante di cosmetici che si era gettato consapevolmente nelle fauci del nemico per combatterlo dall’interno. | |
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