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Salvatore Rossi Controtempo L'Italia nella crisi mondiale |
| Il Corriere della Sera - sabato 14 novembre 2009 | |
| I mali antichi dell'economia italiana presa in controtempo dalla crisi | |
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A chi, economista o non economista, volesse farsi un'idea d'insieme del male oscuro che affligge il nostro Paese non saprei consigliare lettura più illuminante del recente libro di Salvatore Rossi, Controtempo. L'Italia nella crisi mondiale, Edizioni Laterza. Non soltanto perché l'autore, direttore centrale per la ricerca economica e le relazioni internazionali della Banca d'Italia, dispone del miglior apparato di dati e ricerche oggi disponibile nel nostro Paese, ricerche che egli stesso ha contribuito a promuovere e dirigere. Ma soprattutto perché sa utilizzare questi strumenti con mano sicura ed equilibrata, e sa esporre l'interpretazione che ne trae in un ottimo italiano, in uno stile privo di gergo, con accorgimenti illustrativi molto attraenti. Due delle «cause» che, secondo l'autore, stanno all'origine dei sintomi di cui dicevamo — l'inadeguatezza delle politiche sindacali e la cultura giuridica del nostro Paese — sono illustrate attraverso due racconti con protagonisti di fantasia ma straordinariamente verosimili, letti i quali è difficile dubitare che quelle «cause» non abbiano un peso significativo nello spiegare i sintomi di difficoltà e fatica dell'intero sistema. «Controtempo» è una metafora diversa e più ottimistica di «male oscuro»: dà l’idea che la nostra economia sia stata colta in mezzo al guado, mentre si stava adattando alle più difficili condizioni competitive che doveva affrontare dopo che, con l'adesione all'euro, era stato eliminato lo strumento (efficace e perverso insieme) delle svalutazioni competitive e dopo che la globalizzazione aveva messo in gioco concorrenti formidabili per il nostro sistema di piccole imprese. Dà l'idea che un processo di adattamento efficace era bene avviato: che ora siamo in controtempo, ma «alla fine ritroveremo il tempo giusto», parole augurali con le quali il libro si chiude. È vero, il sistema produttivo esposto alla concorrenza si stava adattando. Ma a partire da condizioni dimensionali e di specializzazione merceologica assai svantaggiate rispetto alle economie progredite. E la velocità di adattamento non era particolarmente elevata, se si prende come indicatore l'adozione di sistemi gestionali moderni e digitalizzati: la distanza rispetto ai Paesi con i quali ci confrontiamo non si stava restringendo in modo sufficientemente rapido, a giudicare dalle stesse ricerche di cui l'autore riferisce. E poi: la crescita della produttività e del reddito complessivo non dipende solo dalle imprese esposte alla concorrenza internazionale. Dipende dalle imprese e dalle attività che ancora sono schermate dalla concorrenza. Dipende dal settore finanziario. Dipende dal sistema fiscale. Dipende dal settore pubblico, che fornisce (dovrebbe fornire) servizi essenziali al benessere delle famiglie e alla competitività delle imprese. Per tutti questo cruciali segmenti del sistema produttivo, dopo l'ondata di riforme degli anni Novanta, seguita alla crisi della Prima Repubblica, l'impulso riformatore sembra essersi esaurito: nel corso del primo decennio di questo secolo, se continua con fatica l'adattamento delle imprese esposte alla concorrenza, è difficile scorgerlo altrove. Salvatore Rossi apre il libro con una citazione del suo grande omonimo, Ernesto: «In Italia non vedo alcuna politica ragionevole che sia praticamente attuabile». E la citazione prosegue con una analisi impietosa delle disfunzioni dello Stato e della pubblica amministrazione, del sistema politico e, più in profondo, della mentalità dei nostri concittadini, un'analisi che sembra fotografare la situazione in cui viviamo. Come allora, anche oggi il male è diffuso, le cause numerose e difficili da ordinare per importanza, difficile trovare un punto di appoggio per la leva del cambiamento, per «la politica ragionevole». E, come allora, è il potenziale riformatore, il sistema politico, una delle cause del dissesto. La citazione è del 1946: pochi anni dopo si sarebbe avviato, e sarebbe durato sino agli anni Settanta, il più straordinario periodo di crescita che il nostro Paese abbia conosciuto. E proprio per questo il pessimismo tragico di Ernesto Rossi — che non riusciva a prevedere l'esplosione di vitalità e benessere degli anni a venire — giustifica il moderato ottimismo di Salvatore. | |
Michele Salvati | |
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