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Tony Judt L'età dell'oblio Sulle rimozioni del '900 |
| Il Corriere della Sera - domenica 6 settembre 2009 | |
| Guerra, Stato sociale e intellettuali: il Novecento da ricordare | |
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L'età dell'oblio è un affresco in cui le varie parti si integrano coerentemente alla luce di un obiettivo unitario che consiste nel denunciare la frettolosa rimozione dell'eredità intellettuale, economica e istituzionale del Novecento dovuta alla errata convinzione che nell'ultimo decennio del secolo scorso si sia entrati in un mondo nuovo che non ha nulla di interessante da apprendere dal passato. Tra le più rilevanti esperienze del Novecento che abbiamo perduto nella nostra fretta di lasciarci alle spalle il ventesimo secolo vi sono, secondo Judt, il significato della guerra (per gli americani in particolare), l'ascesa e il conseguente declino dello Stato, il ruolo pubblico degli intellettuali. Nella eterna controversia tra coloro che sottolineano la novità delle grandi trasformazioni (in questo caso la globalizzazione e la fine della Guerra Fredda) e coloro che pongono l'accento sulla continuità dei processi storici, Judt è più vicino ai secondi; è consapevole dei cambiamenti, ma critica la propensione a dimenticare «la perenne complessità delle domande» (anche laddove le vecchie risposte non funzionano più) e afferma che solo la consapevolezza del passato ci aiuta a comprendere i rischi e le opportunità del presente. C'è una evidente forzatura nel ritenere che oggi «il passato (...) assume un significato solo in riferimento alle numerose e spesso contrastanti inquietudini del presente», dal momento che ogni storia è storia contemporanea e seleziona dal passato gli aspetti della realtà che aiutano a dare significato ai processi e alle vicende in corso. Ma è vero che negli anni successivi al crollo dell'Unione sovietica e allo sviluppo della globalizzazione ci sono state, in particolare negli Stati Uniti, eccessiva sicurezza e scarsa riflessione nell'affermare la fine della storia, il trionfo dell'Occidente, l'egemonia uni-polare americana, il trionfo ineluttabile del mercato autoregolato. Nei suoi saggi Judt contrasta ostinatamente tali atteggiamenti, ricostruendo con acuta perspicacia e intelligenza critica la biografia e il ruolo di intellettuali e pensatori come Arthur Koestler, Primo Levi, Hannah Arendt, Albert Camus, Eric Hobsbawm, Leszek Kolakowski, Giovanni Paolo II, Edward Said, interpretando eventi e luoghi emblematici per la memoria europea dalla catastrofe francese del 1940 alle vicende della Romania, e ricostruendo aspetti fondamentali del «mezzo secolo americano», dalla crisi dei missili a Cuba nel 1962 alla «strana morte dell'America liberale». Il libro è ricco di pagine illuminanti sulla fine di quella «Repubblica delle Lettere» del XX secolo, formata da intellettuali di diversa estrazione impegnati in una battaglia delle idee la cui influenza rispecchiava e illuminava le scelte tragiche dell'epoca. Particolarmente acuta è la critica del nuovo culto del settore privato e del mercato globale che ha sostituito la opposta e altrettanto unilaterale fede nel ruolo dello Stato e della pianificazione. E particolarmente attuale la messa in guardia contro gli effetti deleteri del diffondersi della paura (non solo del terrorismo e della recessione economica, ma anche più in generale della incontrollabile velocità del cambiamento, del perdere il controllo delle circostanze della vita quotidiana); paura che spregiudicati attori politici possono utilizzare per costruire un consenso politico basato sulla insicurezza e che può essere esorcizzata da scelte politiche che riaffermino la responsabilità dello Stato democratico nel ridurre le disuguaglianze e garantire la sicurezza sociale. | |
Alberto Martinelli | |
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