109 ANNI DI CULTURA

Christian G. De Vito
Camosci e girachiavi
Storia del carcere in Italia

Liberazione - sabato 15 agosto 2009
Storia d'Italia da dietro le sbarre un affare di tutti


Il libro di Christian G. De Vito, La storia del carcere in Italia dal 1943 a1 2007 (Laterza pp. 159 più note, fonti d'archivio e bibliografia) è un gesto di umiltà e nello stesso tempo di coraggio nei confronti degli abitanti del mondo al di là delle sbarre. Lo scrittore infatti, forte come molti della sua generazione dello slancio dei volontari che entravano nei penitenziari per cambiarli, per aiutare la nascita di una stagione di diritti, passa la parola e la penna nelle mani dei detenuti. Così, fin dalla prima scena, recante la denuncia di un arresto avvenuto nel 1969 giuntaci per lettera clandestina, il libro mette sempre in relazione il giudizio dei ristretti nei confronti nostri e dell'istituzione totalizzante, dedicandosi in parallelo all'approfondimento di quanto dei tentativi provenienti dal mondo esterno sia passato all'interno di quelle mura e, confortato da documentazioni e testimonianze a tutto campo, azzarda una storia del carcere, come soggetto che acquista una sua personalità, un suo codice e, purtroppo, una sua autonomia dalla società in cui è inserito, pur facendone parte.

Siamo così a leggere una storia d'Italia che inizia nel '43 col suo vero risorgimento, la Resistenza, la sconfitta dei nazisti e della Repubblica Sociale, partendo dalle condizioni di vita nei penitenziari del Paese diviso in due. I detenuti erano 67.000 nel 1942, e l'anno seguente in seguito alla caduta del fascismo, il 25 e 26 luglio, a Roma ben 1349 di loro evasero da Regina Coeli, con l'aiuto della folla di cittadini che respiravano una atmosfera di euforia. Ma già pochi mesi dopo, all'armistizio dell'8 settembre, molti furono a cadere nel tentativo di evasione represso assieme ad altri tumulti a Roma. Con la divisione del paese fra la parte occupata dagli alleati e quella in mano ai repubblichini ed ai nazisti, i meno fortunati dei privati di libertà contribuirono ad ingrossare le file degli eserciti di lavoratori forzati nei campi di sterminio in Austria e Germania, e di questi i primi prescelti furono i detenuti politici, e comunque quelli privi di possibilità di difesa. La storia prosegue, e mentre il lettore vede frustrate molte delle sue speranze riposte nel dopoguerra, il detenuto sviluppa davanti ai nostri occhi la capacità di assumere la sua dignità di "delinquente professionale", ribelle perché spinto ai margini della società ma fiero e poco propenso al dialogo, perché quest'ultimo fa più comodo al governante che glielo propone. Gli anni 40 e 50 vedono le scelte "securitarie" del guardasigilli Togliatti, di fronte alle proteste dei detenuti, ma la Costituzione afferma con l'articolo 24 che la difesa è un diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento, e con l'articolo 27, comma terzo, la funzione rieducativa della pena. Proprio attorno a questo principio, che in queste settimane vede mobilitazioni di associazioni di detenuti, di volontari e giuristi, si potrebbe dire che ruoti la Storia d'Italia attraverso le carceri.

Grande fu lo sforzo di giuristi, politici, e più tardi militanti di sinistra, volontari cattolici e non, per dare all'istituzione assoluta la certezza della utilità della carcerazione. I risultati ottenuti dalla parte garantista e antigiustizialista sono sempre stati limitati dalla istituzione carcere. Essa, proprio perché elefantiaca, burocratica, ha saputo in questi sessant'anni prevenire, rallentare, rendere inutili anche i tentativi che l'Italia dell'autunno caldo, degli anni 70 che nulla avevano lasciato di intentato per destabilizzare il sistema (si pensi ai Proletari In Divisa dell'esercito ed alle commissioni carcere di Lotta Continua). Il miracolo economico, infatti, portò i suoi arricchiti ma esasperò coloro che furono invece i respinti ancora più ai margini. La banda Cavallero, i banditi a Milano, l'identificazione fra "impoverito" dalla società e "allontanato dagli occhi di tutti" in galera, furono la spinta verso la conflittualità che dal ‘69 al ‘75 sconvolse il sistema rieducativo, quasi sempre in mano ad educatori ed assistenti del mondo cattolico. Qui forse De Vito compie lo sforzo più difficile, quando analizza la distanza fra la teoria costruita dai giovani di Lotta Continua, che avevano riposto fiducia in quel sottoproletariato così vicino alla sconfitta ma capace di grandi slanci, e la distanza pratica che incontrarono quando furono richiusi in cella assieme, per le autoriduzioni o le occupazioni delle case fatte nelle grandi metropoli. L'autore, per essere fedele alla costruzione di una storia dal carcere, fa adottare al libro sempre più il linguaggio asettico delle domandine prodotte dai detenuti per avere un colloquio, il linguaggio burocratico che adoperano i direttori relazionando sugli atti di autolesionismo commessi dai reclusi, atteggiamento che poi verrà adottato dalle nuove generazioni di volontari. Dalla grande sconfitta che seguì, dagli anni di piombo, veniamo portati sempre sui due binari paralleli, quello della Giustizia come mondo nel mondo, e quella parte di società che in qualche modo ne viene affascinata, al compimento della prima grande riforma nel 75, alla Gozzini che deriva direttamente dagli anni di piombo e dalla necessità di costruire due velocità di trattamento, quella che premia e quella che esclude. Fino ai giorni nostri, questa storia potrebbe entrare a far parte di un manuale a più voci, comprendente gli ospedali psichiatrici, gli ospedali, le caserme militari, da consegnare al lettore perché non abbia più a stupirsi di fronte alle reazioni che siamo soliti descrivere come "spirito di corpo". Adottiamo con l'autore la scelta oggettiva, che attualmente vede fianco a fianco volontari, alcuni direttori, molti agenti di polizia penitenziaria, una rete di associazioni sul territorio nazionale, occuparsi di detenuti, di migranti rinchiusi in carcere e in Cpt spesso perché le leggi securitarie li trasformano da trasgressori di infrazioni in delinquenti, di tossicodipendenti, di persone che vengono lasciati marcire perché ormai la società sta dismettendo lo stato sociale, e deve nascondere l'immondizia sotto i tappeti. Potrebbe essere una soluzione, senza commettere gli errori dell’80, una ripresa di apertura delle carceri alla società, senza ideologie salvifiche, ma col buon senso di chi fa conoscere il male per poterlo curare. La storia continua.

Marcello Pesarini












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