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Franco Arminio Nevica e ho le prove Cronache dal paese della cicuta |
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Ho quarantanove anni e ne ho passati almeno quarantacinque nell’inverno. Quasi mezzo secolo in poche centinaia di metri, esposto come un lenzuolo abbandonato allo stesso vento, alla stessa neve. Quella che viene ogni tanto, sempre da un lato, sempre da oriente, una neve che non cade mai calma, mai lenta, la neve che non si posa sui tetti ma s’incolla alle finestre. Sono rimasto per credere alle nuvole, alla luce, al grano che sale. Ho provato e comincio a trovare scampo e sollievo nei dintorni, ma per lungo tempo ho visto anime inerti, cuori senza punta, pronti a rotolare in ogni direzione. Paesi senza popolo, dove i muti in genere sono i più generosi. Questo mio paese ha nelle vene sangue di mulo, ma nessuno sa mettergli ai piedi il ferro che serve a camminare. E allora si sta fermi dentro un dolore cattivo, dentro una gioia piccola e sottile come gli asparagi di bosco. Il paese di cui si parla in questo libro è un teatro. All’inizio c’è un solo attore, poi prendono la parola in tanti, parole che si accavallano, fiati che rubano altri fiati. Siamo al mormorio dell’autismo corale, all’agonia ciarliera di un’epoca che ha reso poco credibile perfino il suo disastro. Non è un paese vero, se così fosse sarebbe finto, come tutti. Il paese della cicuta è il luogo dove dio, la morte e la poesia si danno convegno perché altrove non li vuole nessuno. Stanno qui, ospiti clandestini della piazza: alberi, lampioni e panchine a cui nessuno fa più caso. | |
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