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Le piazze del sapere

Le piazze del sapere
Le piazze del sapere
Biblioteche e libertà
con ill.
Edizione: 20135
Collana: Manuali Laterza [279]
ISBN: 9788842089919
Argomenti: Attualità culturale e di costume, Storia del libro e delle biblioteche
  • Pagine: 184
  • Prezzo: 18,00 Euro
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In breve

Le nostre città hanno bisogno urgente di biblioteche di nuova concezione, dove i cittadini si possano incontrare stabilendo relazioni sia intellettuali sia affettive: le ‘piazze del sapere’ di cui ci parla questo libro innovativo. Guido Martinotti

 

Ripensare gli spazi urbani, sottrarli alla commercializzazione, farne luoghi di incontro, di scambio, di azione collettiva. La biblioteca pubblica, a lungo ignorata dalla politica e oggi minacciata da internet nel suo ruolo informativo, può diventare un territorio aperto a gruppi e associazioni, un centro di riflessione e di condivisione dei saperi, il nodo centrale di una rete con altre istituzioni culturali. In un Paese sempre più ignorante, che rischia di restare ai margini dell’economia della conoscenza, la biblioteca pubblica deve diventare parte di un progetto di rinascita dell’Italia, un luogo di libertà e di creatività per ogni cittadino.

Leggi un brano

Lo scopo della segnaletica è identificare spazi, servizi al pubblico e collezioni. Deve rendere comprensibile la circolazione dell’edificio, leggibile il suo funzionamento e la sua organizzazione. Per questo la segnaletica è strutturalmente indispensabile. Ciò non toglie che, tanto più essenziale sarà, tanto maggiori saranno le sue capacità comunicative. Questo principio di austerità (less is more, se volete) dovrebbe essere ovvio ma purtroppo non lo è, quindi immaginiamo una situazione in cui un direttore voglia avere una segnaletica completa, anzi ridondante (di per sé concetti del tutto plausibili). Per avere una completezza dell’informazione lo zelante direttore potrebbe immaginare di stampare tutto il catalogo e collocarlo su dei totem nella sala di lettura, magari duplicato nelle varie sezioni per la parte che riguarda i libri di quella sezione. Ragionevole?

Ovviamente no: questo era l’approccio dei geografi cinesi che ritenevano perfetta solo una mappa dell’impero che replicasse esattamente le dimensioni dell’impero stesso. Il compito dei segnali è di trasmettere il loro messaggio in modo parsimonioso e sono tanto più efficaci quanto brevi e inequivocabili: la luce rossa di un semaforo è più efficace della parola «stop» (che potrebbe essere incomprensibile per alcuni) e «stop» è comunque più efficace di una scritta «i veicoli non devono procedere oltre questo punto se non nelle circostanze previste dal codice della strada».

Osservando i comportamenti delle persone si scopre che ci sono situazioni in cui la stessa struttura dell’ambiente indica cosa fare, altre in cui l’edificio è mal progettato e in questo caso non saranno i cartelli a risolvere i problemi. Gli aeroporti sono tipiche strutture che disorientano il visitatore perché sono pieni di barriere visive che impediscono di avere uno sguardo di insieme e, nonostante i cartelli, è spesso difficile distinguere la zona Partenze da quella Arrivi. Fortunatamente, i progettisti hanno capito la difficoltà e, quasi ovunque, Partenze e Arrivi sono collocati in piani differenti.

Questa soluzione (razionale nella gestione dei flussi) è ottimale anche dal punto di vista della comunicazione, perché la struttura stessa ci dice se siamo arrivati dove volevamo andare o se invece ci siamo sbagliati. Il primo principio della segnaletica è quindi facilitare il compito alle persone che si muovono e si guardano intorno, facendo in modo che le informazioni siano il più possibile self-evident. Ricordiamoci che là dove le informazioni sono carenti, non solo scoraggiamo e irritiamo i cittadini, ma sovraccarichiamo il personale a cui verranno rivolte infinite domande, per la maggior parte non necessarie.

Le persone tendono ad entrare senza leggere i cartelli collocati nella zona d’ingresso, tranne quelli affissi sulla porta (magari con lo scotch!) se la biblioteca è chiusa. La zona tra il fuori e il dentro è uno spazio in cui si entra in fretta, senza soffermarsi a guardare, diretti alla sezione che ci interessa o al banco delle informazioni. Molte biblioteche sbagliano quando usano questo spazio (bussole, corridoi, zona dell’atrio a ridosso del portone) per collocare manifesti, cartelli, avvisi, dépliant: è una zona che viene percepita come «area di decompressione» tra l’esterno e l’interno, da attraversare rapidamente perché prevale l’ansia di entrare e la difficoltà che abbiamo sempre quando dobbiamo varcare una soglia, per amichevole che sia (o la fretta di uscire).

Anche nel corpo principale, le persone in genere leggono poco i cartelli, soprattutto se sono frequentatori abituali, o se sono venuti senza uno scopo preciso. In genere, prima di leggere un cartello, la gente cerca di capire guardandosi in giro e solo dopo, con fatica, se non si è orientata o se deve cercare un prodotto ben preciso, allora cerca un cartello. In un grande magazzino ovviamente sarà indispensabile controllare nel tabellone, in genere collocato vicino alle scale mobili o agli ascensori, a quale piano troveremo, per esempio, i vestiti per bambini.

Il cartello funziona solo se le informazioni saranno chiare, coerenti, non troppo lunghe, non ermetiche o confuse. La gente è sommersa di informazioni quindi va evitato di riempire qualsiasi buco del muro con cartelli che nessuno leggerà. Il posizionamento andrà verificato in loco, quindi è necessaria una prima segnaletica provvisoria, per capire se la gente nota il cartello e si ferma a leggerlo oppure no.

I tempi di lettura quando si è in movimento sono di pochi secondi, per questo i messaggi vanno spezzati comunicandoli un pezzo per volta. Non vanno messi dove la gente ha altre cose da fare, ad esempio ai banconi: se una persona è lì per iscrivere il proprio figlio o per restituire i libri difficilmente leggerà i vari fogli spesso «appiccicati» in modo casuale. La conferma viene dal fatto che il personale deve continuamente dire «ha letto che la prossima settimana la biblioteca chiude due giorni?» oppure «ha visto che per accedere ad internet deve cambiare la sua password?». Se il personale deve continuamente dire quello che c’è scritto sul cartello che l’utente ha sotto il naso significa che c’è qualche cosa di sbagliato. Sarà più facile che il messaggio venga letto se collocato su colonnine lungo la fila di attesa (come in banca).

Oggi molte biblioteche hanno schermi informativi ma spesso non sono ben collocati. Negli Idea Store, dove ce ne sono molti, abbiamo analizzato il loro posizionamento: alcuni sono situati in modo assolutamente corretto, ad esempio sopra il bancone, nella caffetteria, vicino alle zone dove le persone sono sedute in poltrona, in modo che chi aspetta si distrae con le immagini. Altri schermi, di fronte all’ingresso, non verranno guardati a biblioteca aperta (almeno si spera, perché altrimenti bloccherebbero il flusso di persone) ma serviranno per comunicare a biblioteca chiusa. Altri ancora sono collocati in modo sbagliato, per esempio nelle zone di passaggio, o troppo in alto, o troppo vicini a chi guarda di fronte all’uscita dell’ascensore.

Al San Giovanni, come si è detto, ci sono due ingressi e, nel restauro dell’architetto Danilo Guerri, da via Passeri non si vedeva la sala capitolare, nascosta da un muro. Decidendo di far aprire in quel muro un arco in asse con il portone principale abbiamo ottenuto contemporaneamente due risultati: abbiamo creato una struttura simile a una strada coperta, o a un passage, e abbiamo segnalato che la biblioteca si sviluppa in direzione di via Severini, con le varie sezioni ai lati del percorso principale. Questo risultato, perfettamente intuibile anche per chi entra per la prima volta, non sarebbe mai stato ottenuto senza l’apertura dell’arco e offrendo, invece, pianta dei luoghi e dei servizi.

Purtroppo, la segnaletica è una parte del progetto biblioteconomico particolarmente trascurata: raramente viene inserita nel progetto complessivo e troppo spesso ci si pensa solo dopo aver esaurito i fondi nel recupero dell’edificio, negli arredi e nelle tecnologie; è così che nascono le «segnaletiche fatte in casa». Questo accade per ignoranza dei problemi della comunicazione, un retaggio di quel disprezzo, o indifferenza, per il cittadino che ancora caratterizza parti importanti della pubblica amministrazione. Raramente vengono previsti budget e tempi di elaborazione del progetto adeguati, troppo spesso la segnaletica o «l’identità visiva» della biblioteca vengono pensate all’ultimo momento, dopo gli arredi, insieme ai comunicati stampa dell’inaugurazione.

Il sistema di identità visiva di un luogo pubblico non dovrebbe essere studiato né da chi progetta l’edificio né da chi lo allestisce, ma dovrebbe nascere dal confronto tra diverse professionalità: il responsabile del progetto della biblioteca, il grafico, il responsabile della comunicazione e, nella fase iniziale, anche l’architetto. Una brutta consuetudine, tutta italiana, tende ad affidare all’architetto o ai fornitori di arredi la segnaletica primaria mentre il resto, altrettanto essenziale, spesso viene realizzato in modo casuale, senza coordinamento di stili, da mani differenti, con sovrapposizioni e cartelli scritti a pennarello.

La segnaletica contribuisce in modo determinante all’immagine della biblioteca. Se gli unici cartelli che si vedono in giro iniziano con la parola «Vietato», questo approccio palesemente contrasta con la percezione di luogo amichevole che vogliamo creare, quindi non ha nessuna importanza se il contenuto del singolo cartello è perfettamente legittimo, o addirittura obbligatorio per legge.

Al San Giovanni, purtroppo, i responsabili della sicurezza hanno imposto un numero spropositato di cartelli, come quelli che indicano le vie di fuga o le posizioni degli estintori. La mappa delle vie di fuga, confezionata in casa, provoca lo sconforto di chi abbia un minimo di buon senso perché, se dovesse veramente scoppiare un incendio, nessuno perderebbe tempo a leggere il cartello. E se, a rischio della vita, si incaponisse a leggerlo scoprirebbe che, senza una lente di ingrandimento, non si trova l’unica indicazione utile, il «TU SEI QUI». Come spesso in Italia, l’importante è «ottemperare agli obblighi di legge», non ottenere un risultato concreto.

Regole e cartelli che non si giustificano con uno scopo utile nelle biblioteche sono frequentissimi, quasi sempre mutuati da vecchi regolamenti, da abitudini che forse andavano bene nelle biblioteche di conservazione, come il vietare cibi e bevande; ora che prestiamo i libri a casa, visto che non siamo il Big Brother che controlla dove e come gli utenti li usano, è bizzarro mantenere il divieto in luoghi che vorremmo frequentati da tutti: giovani, bambini, anziani, persone in carrozzina. È assurdo non poter bere una tazza di caffè o sgranocchiare un pacchetto di biscotti a un tavolo di lettura, in fondo lo facciamo tutti quando lavoriamo al computer o studiamo per lunghe ore a casa.

Comunicare attraverso un cartello che non si può usare il cellulare, quando poi tutti lo usano, compreso il personale, è altamente diseducativo (fare una regola senza poi farla rispettare, come avviene con i divieti di sosta). Marielle de Miribel propone di imporre la soppressione delle suonerie ma anche di offrire delle cabine dove gli utenti possano parlare liberamente senza disturbare gli altri. Anche negli Idea Store prevale una politica permissiva, dice Sergio Dogliani: «Lasciamo che la gente si comporti in modo naturale, senza imporre alcuna regola, e così si può mangiare, bere, usare il cellulare, eppure questo non porta ad episodi di vandalismo o antisocialità...». Dogliani spiega l’importanza di affidare al personale, piuttosto che ai cartelli, il compito di ricordare gentilmente ai frequentatori della biblioteca che mangiare qualche biscotto è diverso dal portarsi nell’edificio un intero pasto cinese, o un cartoccio oversize di patatine gocciolanti di ketchup.

Altro problema troppo spesso ignorato è quello del linguaggio, che rimane legato al gergo professionale o, peggio, a quello della pubblica amministrazione, anche in biblioteche che hanno fatto molti sforzi per essere accessibili. E così la zona dei giornali viene chiamata «emeroteca», il catalogo «Opac,» il libro è una «monografia», il disco un «documento sonoro», la rivista un «periodico», le enciclopedie e i dizionari «reference» o «quick reference», i numeri che usiamo per collocare i libri «codice di classificazione» e i libri che non trattano argomenti di fantasia sono «saggistica», parola che a molte persone normali evoca qualcosa di simile alla ginnastica...

Come se tutto ciò non bastasse, i poveri cittadini vengono ribattezzati «utenti» o addirittura «l’utenza». I moduli sono quasi sempre mal scritti, le istruzioni poco comprensibili, gli avvisi redatti senza riflettere alle possibilità di comprensione di chi ha un vocabolario di sole mille parole, cioè una frazione significativa della popolazione. Prima ancora di discutere di grafica, di segnaletica, di tutti gli argomenti a cui abbiamo accennato, il personale della biblioteca al completo, compreso il direttore, dovrebbe frequentare un «corso di semplificazione del linguaggio amministrativo» come quelli organizzati da molti enti locali con la collaborazione di alcune università.

Resta il problema di una società che ospita un numero sempre maggiore di persone che parlano altre lingue: inserire una segnaletica parziale in cinese (come a Prato) o in russo (come a Bologna) è un segno di rispetto verso persone che sono venute a cercare fortuna da noi (come i nostri padri e nonni facevano in Germania, Svizzera o Argentina). Nello stesso tempo, è un gesto concreto per rendere la biblioteca più amichevole verso chi non ci era venuto finora.

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