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Il codice Provenzano

Il codice Provenzano
Il codice Provenzano
intr. di G. Pignatone
con ill.
nuova edizione
Edizione: 2017
Collana: Economica Laterza [802]
ISBN: 9788858127506
Argomenti: Attualità politica ed economica
  • Pagine: 360
  • Prezzo: 13,00 Euro
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In breve

A distanza di dieci anni dalla sua prima pubblicazione, e nel venticinquesimo anniversario della sanguinosa stagione delle stragi del 1992, la nuova edizione di un libro considerato un documento fondamentale per la comprensione dei meccanismi di Cosa Nostra.

Quella che era partita come un’inchiesta giudiziaria è diventata un libro che tenta di spiegare il potere di un capo avvolto nel mistero per quasi mezzo secolo. Il titolo anticipa tutto il resto: Il codice Provenzano. Un codice che è come una via che ha attraversato la Sicilia. Con lui, il Padrino, sul ponte di comando.
Attilio Bolzoni, «la Repubblica»

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«1012234151512 14819647415218». «512151522 191212154».Quattro sequenze di numeri aveva scritto Angelo Provenzano al padre Bernardo, il capo di Cosa Nostra. Voleva nascondere dei nomi, nel caso in cui i pizzini fossero finiti in mani sbagliate. Ma servì a poco. Il 30 gennaio 2001, i poliziotti della squadra mobile di Palermo trovarono la corrispondenza nelle tasche di un fidato postino, Cola La Barbera, che si occupava anche del latitante Benedetto Spera. Non fu difficile individuare la chiave per decifrare quelle sequenze: i numeri celavano un codice elementare, simile a quello che Svetonio racconta essere stato architettato da Giulio Cesare per le sue comunicazioni riservate. Più tempo ci volle per iniziare a cercare una risposta a un altro interrogativo, ben più complesso: chi, e per quali fini, aveva insegnato quel codice dal nobile riferimento storico a Provenzano, corleonese classe 1933, che non ha completato la seconda elementare? Dove, e in virtù di quali contatti, il capo di Cosa Nostra aveva imparato il sistema della crittografia e la tecnica dei codici numerici per dissimulare i nomi dei suoi interlocutori? L’11 aprile 2006, gli stessi poliziotti che avevano sequestrato quelle lettere arrivarono a Corleone, lì dove Bernardo Provenzano si nascondeva, ormai da oltre un anno. Sulla scrivania del padrino trovarono molti altri pizzini segnati con riferimenti criptati.

Eppure, il «codice Provenzano» non è soltanto una sequenza di numeri, molti dei quali sono stati decifrati dopo l’arresto del capomafia. Il codice resta una sequenza di domande senza risposte. Ecco perché abbiamo scritto questo libro: per segnare quelle domande, come fosse un promemoria civico, a futura memoria, quando forse una risposta definitiva potrà essere trovata. Un percorso di domande può rappresentare anche una riflessione per aggiornare le conoscenze sul fenomeno mafioso, che oggi è a una svolta. Anche la lotta alla mafia lo è. Ma gli esiti di questa partita non sono ancora certi né irreversibili.

Le domande restano nei pizzini ritrovati nel covo di Provenzano: spesso rievocano linguaggi che non appartengono ai mafiosi, ma ad altri gruppi segreti, a partire da quelli massonici. Sono linguaggi ridondanti e dal tono rituale. I collaboratori di giustizia hanno sempre saputo dire poco sulla zona grigia delle complicità in cui Provenzano si è mosso con disinvoltura. La rivelazione più enigmatica resta quella di Rosario Spatola, ex uomo d’onore della famiglia di Campobello di Mazara, provincia di Trapani: ha spiegato che all’inizio della guerra di mafia dei primi anni Ottanta spettò proprio a Provenzano sciogliere la loggia segreta dei «Normanni», detta anche «loggia dei Trecento»: avvenne all’indomani dell’omicidio di Stefano Bontade, che in quella obbedienza massonica aveva creduto per stringere a sé i potenti della città. Che autorità aveva Provenzano per intervenire su una delle stanze più riservate della massoneria?

Non sono ancora arrivate molte risposte dalle indagini. L’autore dei pizzini è stato sempre attento a condividere con pochissimi fidati le sue relazioni, e nessuno di questi fidati si è finora aperto con la giustizia. Però, anche altri collaboratori hanno confermato l’esistenza a Palermo della misteriosa «loggia dei Trecento». Una spiegazione tecnica l’ha offerta Angelo Siino, che fu momento di collegamento fra l’organizzazione criminale, l’imprenditoria degli appalti, il mondo della massoneria e la politica. In Cosa Nostra c’era una regola: che un uomo d’onore non potesse aderire ad altre organizzazioni. «Ma questa apparteneva al novero delle regole elastiche – ha spiegato Siino – come quella per cui i mafiosi non possono avere relazioni extraconiugali, e c’era gente che aveva quattro, cinque amanti». E ancora: «Non sempre adesioni di questo genere sono ufficiali, ci sono delle logge cosiddette coperte e riservate. E allora le adesioni sono all’orecchio, ovvero bisbigliate all’orecchio del gran maestro. All’epoca, c’erano parecchi personaggi combinati nelle logge riservate, del mondo della politica, della magistratura, delle forze dell’ordine». C’erano anche i mafiosi. Siino riferisce, per averlo saputo da Giacomo Vitale, massone e cognato di Stefano Bontade, che alla «loggia dei Trecento» sarebbero appartenuti lo stesso Bontade, poi i cugini Nino e Ignazio Salvo, i potenti esattori di Salemi che tanti rapporti avevano all’interno di Cosa Nostra, e altri due personaggi influenti dell’organizzazione mafiosa, del rango di Salvatore Greco detto «il senatore», e dell’omonimo detto «l’ingegnere». «Assieme a loro, anche diversi personaggi delle istituzioni», spiega Siino: «Tale loggia non era ufficiale e non aderiva a nessuna delle due confessioni, né a quella di Piazza del Gesù né a quella di Palazzo Giustiniani».

Ma le relazioni di una loggia segreta non si possono sciogliere di punto in bianco. Gli uomini d’onore avversari si uccidevano, le relazioni avrebbero dovuto invece essere conservate, assorbite, modificate e reindirizzate. Gli eventi successivi dicono che tutto ciò avvenne, dunque lo scioglimento della «loggia dei Trecento» sarebbe stato solo un momento di passaggio. Ma verso cosa?

La possibile influenza dei «codici» di altre entità sul codice del padrino resta una chiave interessantissima per tentare di leggere le parole di un uomo che è diventato presto un modello per l’intera organizzazione mafiosa dopo le stragi Falcone e Borsellino. Lo è, purtroppo, ancora oggi che si trova in carcere. Non sono solo le parole e i suoi modi di dire che i nuovi mafiosi, soprattutto quelli più giovani, imitano. È uno stile di vita criminale, quello delle relazioni, ad essere emulato. Se così sarà per davvero, le armi di Cosa Nostra taceranno ancora per molto, perché è proprio dentro lo Stato che l’organizzazione vuole tenacemente restare. E per farlo non servono solo eserciti di picciotti, armati di tutto punto, ma soprattutto poche fidate persone, collocate nei posti chiave, anzitutto della pubblica amministrazione e del mondo dell’impresa.

Lo stile di Provenzano e della sua Cosa Nostra è nelle parole di Matteo Messina Denaro: «Io ho sempre una via che è la vostra, sono nato in questo modo e morirò in questo modo, è una certezza ciò», così scriveva il boss latitante di Trapani in un pizzino diretto a Corleone. «Ora mi affido completamente nelle sue mani e nelle sue decisioni, tutto ciò che lei deciderà io l’accetterò senza problemi e senza creare problemi, questa per me è l’onestà.» L’onestà del mafioso, che rivendica una sua «causa».

Il giovane Sandro Lo Piccolo, trentenne rampollo della famiglia di Tommaso Natale, aveva addirittura estrapolato alcune frasi dalle lettere ricevute da Provenzano. Assieme ad altre citazioni, aveva costruito un suo personale dizionario del perfetto mafioso. «Nella vita c’è un valore umano che vale più della libertà, l’onore e la dignità.» E ancora: «C’è una parabola che dice che ad un albero puoi togliere le foglie, puoi tagliare i rami, ma quando le radici sono forti e grandi, stai pur tranquillo che sia i rami che le foglie ricresceranno». I mafiosi si trasmettevano questo auspicio. C’è da sperare che non sia una drammatica profezia. Questa: «Le foglie della mafia ricresceranno».

La domanda che ormai periodicamente, sempre più spesso, qualcuno torna a porre è una sola: «La mafia è in crisi dopo l’arresto del suo capo riconosciuto, Bernardo Provenzano, l’ultimo padrino corleonese?». Spesso, non è neanche un interrogativo. È una affermazione, che magari sottende una certa voglia di liquidare in tutta fretta l’argomento, non prima di aver stilato una nuova graduatoria di importanza fra le mafie che occupano il nostro paese. Non è di graduatorie ma di analisi aggiornate che ha bisogno la lotta alla criminalità organizzata.

L’arresto di Bernardo Provenzano ha segnato indubbiamente un momento cruciale nel percorso di contrasto alla mafia corleonese, quella che ha scandito una lunghissima stagione di sangue in Sicilia, e non solo, a partire dal 1978. Anche l’ultimo dei grandi capi in latitanza è finito in manette. Così, dal punto di vista delle statistiche, un’epoca è stata chiusa. Ma nella lunga stagione dei corleonesi restano ancora troppi elenchi senza nomi. Quelli dei favoreggiatori a volto coperto, dei complici eccellenti e dei mandanti «altri» dei delitti politico-mafiosi. Per questa ragione, una stagione non può dirsi conclusa. E non può essere liquidata con un arresto, seppur importantissimo. Per questa ragione, lo stato di crisi di un’organizzazione mafiosa non può essere valutato esclusivamente sullo stato di salute del suo braccio militare, senza tener conto delle ramificazioni nel settore della cosiddetta zona grigia, degli affari e delle relazioni politiche.

L’organizzazione mafiosa, seppur in difficoltà per i colpi inferti, ha dimostrato in passato di saper sostituire con prontezza i propri quadri dirigenti. E sempre al massimo livello. Adesso, sarà certo più difficile con l’ultimo padrino corleonese in carcere. E le prove di successione potrebbero anche preludere a cambiamenti radicali. Lo stesso Provenzano ne aveva già innescati diversi, persino il più impensabile, il ritorno a Palermo dagli Stati Uniti dei mafiosi risultati perdenti dalla guerra di mafia dei primi anni Ottanta, quella che aveva sancito il potere assoluto dei corleonesi. Come sempre, Provenzano si era dimostrato il più laico dei padrini, preferendo la pragmaticità di nuovi affari e il vantaggio di ricchezze fresche al pregiudizio ideologico dei vecchi schieramenti di potere. Gestì la possibile transizione con la solita ambiguità che ormai scandiva i pizzini delle questioni importanti: non prendeva mai esplicitamente posizione, per evitare di creare altre fratture all’interno del complesso universo di Cosa Nostra. Scriveva e prendeva tempo. Guardava al futuro, per tutelare il passato. Così come aveva fatto dopo le stragi del 1992, riuscendo in poco tempo a ricollocare l’organizzazione. Quella volta, doveva riportarla dentro le istituzioni e la società, non più contro.

Provenzano si sentiva invincibile. E non aveva messo in conto che le indagini si stavano stringendo, nei confronti suoi e dei quadri dirigenti dell’organizzazione. Eppure, il blitz dell’11 aprile 2006 era stato preceduto, sin dal gennaio 2002, da una serie di indagini e di arresti che avevano fatto terra bruciata attorno al capo di Cosa Nostra: in galera erano finiti non solo centinaia di uomini d’onore e di favoreggiatori, ma anche professionisti e imprenditori, nonché alcuni dei più fidati consiglieri, come quelli che erano stati incaricati di «sondare il terreno» all’esterno di Cosa Nostra prima delle stragi. In manette era finito pure l’ingegnere Michele Aiello, capace di interloquire con politici e burocrati per costruire un impero nella sanità privata, capace soprattutto di ottenere informazioni su tutte le più delicate indagini antimafia, a cominciare da quelle per la cattura del padrino di Corleone: le notizie arrivavano da specialisti dei carabinieri, da investigatori di fiducia di alcuni magistrati della Direzione distrettuale antimafia, in grado di violare i sistemi informatici della Procura, e persino dal governatore della Sicilia.

Dopo l’11 aprile 2006, sono arrivati altri arresti eclatanti. Il 20 giugno è toccato ai capi della città di Palermo, tra i quali alcuni veterani della guerra di mafia e della stagione delle bombe, custodi di relazioni oscure e di segreti inconfessabili.

Gli arresti, basati anche sulla lettura dei pizzini di Provenzano, si sono susseguiti fino al 5 novembre 2007, quando in manette, con il figlio Sandro, è finito Salvatore Lo Piccolo, che tanto si era prodigato per il rientro in Sicilia dei superstiti della guerra di mafia. Ma pure quest’ultima strategia ha dovuto fare i conti con la reazione dello Stato.

Dunque, a osservare il susseguirsi delle indagini, le strutture di Cosa Nostra sul territorio sono davvero entrate in crisi. E anche gli avvicendamenti nei ruoli chiave sono diventati più difficili.

Ma cosa è accaduto, invece, nella dimensione mafiosa degli affari e delle relazioni eccellenti? Con i grandi capi in carcere, i referenti dal colletto bianco hanno da sempre due scelte: proseguire nella fedeltà alla bandiera del clan o del padrino, oppure mutarla, ma tutte e due le opzioni sono cariche di rischi.

La lezione degli anni Ottanta, quando fu una guerra di mafia a segnare il passaggio da una classe dirigente all’altra – dai Bontade e Inzerillo ai Riina e Provenzano –, dice che la zona grigia delle complicità è dinamica e flessibile più che mai. All’epoca, trasferì presto servizi e favori dallo schieramento perdente a quello dei vincenti. Oggi, questo trasferimento sembra più difficile e comunque non è ancora avvenuto.

Salvatore Lo Piccolo non aveva ereditato le relazioni di Provenzano, e il suo clan si sta sfaldando rapidamente sotto l’incalzare degli arresti e delle collaborazioni di nuovi pentiti.

Matteo Messina Denaro, capo della provincia di Trapani, conosce forse alcune di quelle relazioni: il suo territorio, in cui i rapporti tra uomini d’onore, logge massoniche coperte e altri poteri occulti sono da sempre molto stretti, sembra finora quasi impenetrabile alle indagini. Ma va considerata pure una variabile di non poco conto: da 60 anni ormai sono le famiglie palermitane a decidere gli equilibri di Cosa Nostra.

Comunque sia, in questi ultimi anni, la rete degli insospettabili ha acquisito ancor più dinamicità e soprattutto forza contrattuale, che è rimasta legata in primo luogo alla illecita gestione delle risorse pubbliche, oggi più del passato destinate in gran quantità al Mezzogiorno d’Italia. Quel potere è cresciuto parallelamente all’indebolimento del livello militare di Cosa Nostra. Anche i mafiosi se ne sono accorti. In più di un’occasione, sono stati sorpresi dalle microspie a lamentarsi dei propri complici dal colletto bianco, soprattutto politici, abili a creare «ombrelli di protezione» solo per sé e non anche per tutta l’organizzazione criminale, come in molti speravano (perché forse così era stato promesso). Oggi che i grandi padrini corleonesi sono stati arrestati, nella zona grigia restano i veri segreti di una lunga stagione di affari e di complicità. Potrebbero essere già diventati merce di scambio, di contrattazione con nuovi padrini che aspirano al potere. E allora le strade della mutazione mafiosa potrebbero passare tanto dalle dinamiche del livello militare di Cosa Nostra (oggi in evidente difficoltà) quanto dagli equilibri della zona grigia, diventata laboratorio di sempre nuove lobby. Ecco perché gli uomini del cambiamento mafioso potrebbero essere da cercare in alcune figure, apparentemente di secondo piano, che però continuano a svolgere un ruolo chiave nella gestione dei patrimoni e negli snodi delle relazioni. Lo fanno in maniera molto discreta.

La vera risposta all’interrogativo «La mafia è in crisi dopo l’arresto del suo capo riconosciuto?» è in un’altra domanda: i mafiosi più vicini a Provenzano, quelli che da sempre hanno evitato la ribalta dei gesti eclatanti, preferendo efficienti società e consolidati rapporti con la borghesia della città, hanno perso affari e complicità?

10 marzo 2008

S.P. M.P.

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su: La Repubblica (07/05/2017)

Sconfitti i corleonesi, potere alla 'ndrangheta

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