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L'inverno più lungo

L'inverno più lungo
L'inverno più lungo
1943-44: Pio XII, gli ebrei e i nazisti a Roma
Edizione: 20082
Collana: i Robinson / Letture
ISBN: 9788842086734
Argomenti: Storia della Chiesa, Storia contemporanea, Storia d'Italia
  • Pagine: 424
  • Prezzo: 18,00 Euro
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In breve

Questa non è solo storia degli ebrei e dei loro persecutori a Roma, dall’8 settembre 1943 al 5 giugno 1944. È storia di un mondo: i collaboratori dei nazisti, i testimoni silenziosi, gli spaventati, i coraggiosi, la Chiesa.

 

Ai tempi in cui Roma è città aperta e alla mercé dei tedeschi, tra le mura e i vicoli della città si consuma una guerra di fuggiaschi e nascondigli. È una guerra nascosta e cruenta che porta i civili in prima linea: cittadini, uomini e donne di Chiesa, Pio XII in persona. Né potrebbe essere diversamente visto che Roma, di fatto e per comune sentire, non è più la capitale dell’effimero regime fascista della Repubblica sociale ma in tutto e per tutto la città del papa. E come lui – caso unico e significativo di ‘resistenza alla guerra’ – non combatte l’occupazione ma nemmeno cede; resiste, si impegna a sopravvivere, aiuta i ricercati a nascondersi. Gli occupanti tedeschi lo avvertono e impongono il regime duro. In una Roma assediata dove le croci uncinate sostano sotto le finestre del papa, i nazisti catturano quasi duemila ebrei; muoiono nei campi di concentramento, alle Fosse Ardeatine. All’incirca diecimila, invece, sopravvivono nascondendosi in case private, nei conventi e nelle parrocchie, negli ospedali, nelle istituzioni e nei territori della Santa Sede. Taluni di quelli che sono venuti in aiuto ai perseguitati sono stati riconosciuti come ‘giusti’. Di molti – la maggioranza – si è persa ogni traccia. Lungo queste pagine Andrea Riccardi richiama dall’oblio la storia di uomini e donne comuni che, quando il male ha bussato alle loro porte, hanno mostrato un grande coraggio, hanno condotto una vita fuori dell’ordinario e sono poi tornati, semplicemente, a quella di ogni giorno.

Leggi un brano

I primi passi della fuga

Libero Raganella, un giovane sacerdote orionino di meno di trent’anni, si trovava con un gruppo di ebrei in fuga, nei pressi della stazione Termini, il 16 ottobre 1943, giorno della razzia. Il coprifuoco si avvicinava. Dove andare? C’era vicino il monastero di clausura di Santa Susanna. La superiora fece qualche resistenza ad accogliere gli ebrei, tra cui alcuni uomini. Alla fine don Raganella disse: «Madre, lei non deve aprire la porta, deve solo togliere il catenaccio. La porta la forzo io. Non sarà stata lei a rompere la clausura, ma solo io». Così il gruppo trovò ospitalità nella clausura. Qualche giorno dopo, don Raganella andò a chiedere consiglio in Vicariato, la Curia diocesana di Roma. Aveva qualche scrupolo: «Hai fatto bene» – gli dissero.

Sembra un episodio romanzato, ma rappresenta la situazione in cui si trovarono ebrei, romani, uomini e donne della Chiesa. Che fare? Soprattutto dopo il 16 ottobre, quel sabato terribile della razzia degli ebrei. Allora, tante domande investirono le istituzioni e gli uomini della Chiesa, bussando alle loro porte. Gli ebrei in fuga non sapevano a chi rivolgersi. Erano tanti, specie nelle vicinanze dell’antico ghetto sul Tevere, dove si svolse la parte più massiccia della razzia. Trieste Melappioni era una ragazza che aiutava la famiglia a gestire un chiosco di vendita di libri usati sull’allora Viale del Re, oggi Viale Trastevere, al di là del Tevere, vicino al quartiere ebraico. Il suocero si accorse di quel che succedeva agli ebrei e le disse: «corri, va da Giacomino a Via dei Fienaroli, digli che debbono scappare». Si trattava d’una famiglia ebrea amica. Ma dove nascondersi?

Non era facile trovare una casa ospitale. Non si sa dove si sia rifugiata la famiglia avvertita dalla Melappioni. Aldo Gay fuggiva con il cognato proprio a Viale del Re. Si trovò la strada sbarrata: «i due cercarono di nascondersi, ma non c’erano nelle immediate vicinanze portoni o negozi, solo il misero locale di un carbonaio, il quale non li fece nemmeno parlare. Aveva capito tutto e indicò loro un vicino convento di suore». Queste li accolsero. Racconta Gay che erano talmente scorati che pensarono di consegnarsi ai tedeschi, ma «le suore – narra – ci scongiurarono di non farlo».

Non era facile rendersi conto di quello che stava accadendo: forse l’operazione tedesca riguardava solo gli uomini o solo il quartiere ebraico? Mario Sed Piazza, che abitava a Trastevere, fu avvertito del rastrellamento da altri ebrei. Uscì di casa per saperne di più e si recò al ghetto: «vidi che gli sbocchi del quartiere erano presidiati da soldati tedeschi armati e che non era quindi possibile entrare». Siccome il resto della città era libera, «immaginai – continua Piazza – che la retata aveva per scopo solo gli ebrei del ghetto. Infine riuscii a sapere che la razzia era diretta contro gli ebrei tutti, senza distinzione di sesso, età e condizioni». Che fare? Piazza non sapeva dove andare e, «dopo lungo vagare per le vie della città ritornai a casa in Via Gustavo Modena. Qui, per fortuna le SS non avevano ricercato nessuno e perciò non lasciai l’abitazione fino al 10 aprile 1944».

Emanuele Sbaffi, sovrintendente generale della Chiesa metodista episcopale d’Italia, il 16 ottobre cercò di trattenere i tedeschi che volevano un’ascia per abbattere la porta della casa di Regina Ottolenghi a Via di Banco di Santo Spirito, vicino a Castel Sant’Angelo. La donna aveva ricevuto una telefonata di allarme al mattino, ma pensava che la retata riguardasse solo gli uomini. I tedeschi credettero a Sbaffi e al portiere: in quell’appartamento non c’era nessuno. Dopo un po’, la Ottolenghi con la figlia saltò dalla finestra con gravi danni fisici. Fu accolta dal pastore metodista, che già aveva nascosto le due signore Fiorentino. Il marito della Ottolenghi fu arrestato per strada dai tedeschi e le due donne volevano raggiungerlo, ma furono bloccate dal pastore: «le scongiurai di tacere ed insieme a mia moglie le feci entrare nel mio salotto...».

Tante storie e tanti ricordi potrebbero essere allineati per raccontare quel tragico 16 ottobre. È una memoria sempre sconvolgente. Il mondo degli ebrei venne brutalmente aggredito. Solo una minoranza di essi aveva presagito il pericolo. Non era facile immaginare quel che poteva accadere e la determinazione sistematica dei tedeschi. Al ghetto si diceva dopo la consegna dell’oro: «i tedeschi sono gente seria, ora ci lasceranno in pace». Il presidente della Comunità ebraica, Ugo Foà, aveva una posizione tranquillizzante. Non così il rabbino capo Israel Zolli, convinto che la comunità si dovesse disperdere. Ma questi aveva un’esperienza europea e legami internazionali. Settimia Spizzichino ha raccontato che «venne in comunità un antifascista alla macchia, il colonnello Forti, con alcuni suoi uomini armati. Ci avvertì: ‘Non consegnate l’oro ai tedeschi. Comperate invece delle armi per difendervi’». Ha ricordato Roberto Spizzichino: «allora, però nella mentalità di tante persone come i miei genitori, c’era l’idea che non si sarebbe mai potuti arrivare a tanto. La Shoah fu un evento talmente assurdo che fino all’ultimo rimase per moltissimi ebrei totalmente inimmaginabile». Ma il 16 ottobre l’incubo si materializzò.

Recensioni

Simonetta Fiori su: La Repubblica (19/09/2008)

C’è una domanda che attraversa il nuovo saggio di Andrea Riccardi, studioso insigne del cristianesimo e fondatore della Comunità di Sant'Egidio. Un interrogativo che riguarda il salvataggio di oltre quattromila ebrei a Roma durante l'occupazione nazista: fu soltanto per solidarietà spontanea di religiosi straordinari o fu per espressa volontà di papa Eugenio Pacelli, pontefice tra i più discussi del Novecento per la sua debolezza contro il nazismo? La questione tocca un nodo irrisolto della storia ecclesiale, una ferita aperta e ancora dolente, su cui ieri è intervenuto Benedetto XIV dopo l'incidente diplomatico scoppiato nei giorni scorsi a Gerusalemme durante la visita d'una delegazione di parlamentari e amministratori italiani allo Yad Vashem, il museo dell'Olocausto. È stata la targa «a matter of controversy» apposta sotto la fotografia color seppia di Pio XII — la sua definizione di pontefice controverso per i protratti silenzi sulla Shoah — ad innescare la polemica, sfociata nella replica severa di monsignor Fisichella che ha rievocato le migliaia di ebrei protetti a Roma dalla Chiesa cattolica. È questa una pagina di storia complessa, mai scritta in modo esauriente, ora riproposta da un'accurata ricerca di Riccardi che vi lavora fin dagli anni Settanta. Un saggio circoscritto ai nove mesi dell'occupazione nazista a Roma e che dunque lascia aperte le questioni sollevate da molti storici sulle responsabilità di Pio XII in altri delicati passaggi di quegli anni.

Grazie a testimonianze orali e documenti inediti raccolti nell'arco d'un trentennio, Riccardi ricostruisce quei duecentosessantotto giorni durante i quali Roma precipitò ne L’inverno più lungo — così il titolo del saggio laterziano —, l'incubo delle croci uncinate durato dal settembre del 1943 fino al 5 giugno del 1944 e contro il quale si adoperò una moltitudine di giusti spesso dimenticati (Pio XII, gli ebrei e i nazisti a Roma, Laterza, presentazione il 30 settembre in casa editrice a Roma con Francesco Cossiga, Anna Foa, Lutz Klinkhammer, Camillo Ruini). Sotto la lente dello storico acquista visibilità la stupefacente macchina clandestina allestita da una generosa folla di parroci, suore e padri di varie confraternite a beneficio di oltre quattromila ebrei in fuga dalla deportazione. Storie di eroismo quotidiano su cui è calato un prolungato silenzio, interrotto tra gli altri un decennio fa dall'importante libro di Enzo Forcella La resistenza in convento. Ma la domanda che rimbalza di capitolo in capitolo nel saggio di Riccardi investe la responsabilità del "papa controverso". Quella di tanti religiosi fu soltanto una scelta spontanea o essi agivano per esplicita volontà di Pacelli, che però rimase silente davanti alla razzia del 16 ottobre 1943 e non condannò la strage delle Fosse Ardeatine?

Già curatore d'un volume su Pio XII che negli anni Ottanta fu tra i primi a suggerire una rinnovata considerazione di quel pontificato, lo studioso compone i materiali in modo che inequivocabile affiori una risposta favorevole a papa Pacelli. Se una prova esplicita non è stata mai trovata — né era pensabile trovarla in tempi di lavorio nell'ombra — la complessità dell'ingranaggio sotterraneo costruito con il sostegno della segreteria di Stato e del vicariato di Roma induce Riccardi a sostenere che il capo della Chiesa non poteva ignorare l'ospitalità offerta dai religiosi a tanti ebrei braccati da tedeschi, ma non solo. Nella folla sterminata dei clandestini a Roma figurano anche politici del Cnl, ministri badogliani, perfino qualche partigiano armato, molti militari renitenti alla leva fascista. Il papa non poteva non sapere, insiste Riccardi, e si guardò bene dal bloccare l'iniziativa dei volenterosi. Anche le testimonianze orali, raccolte tra i protagonisti di quelle azioni, concordano nella volontà comune di corrispondere a "un desiderio del pontefice". Ma ci sono pure segnali, appoggi, inviti scritti che rinviano a un definito progetto del papa e dei suoi collaboratori.

Particolare rilievo acquista la figura di monsignor Roberto Ronca, rettore del Seminario romano presso il Laterano, che di questo variegato universo nascosto nella penombra di chiese, conventi, istituti religiosi costituiva il cuore pulsante. Attraverso le stanze del Laterano clandestino passò un pezzo importante della futura Italia democratica, dai politici De Gasperi e Nenni, Saragat e Bonomi a personalità come il clinico Frugoni, il matematico Enriquez Agnoletti, il futuro fondatore dei Quaderni Rossi Raniero Panzieri e il giovane Giangiacomo Feltrinelli. Protagonista vitale e sfaccettato, monsignor Ronca testimonia di aver agito "interpretando la volontà del pontefice", tenuto costantemente informato delle sue iniziative tramite il cardinal Francesco Marchetti Selvaggiani, vicario di Roma e amico personale di Pacelli (l'unico che gli desse del tu), e grazie a monsignor Montini, futuro Paolo VI e titolare degli "affari ordinari" della segreteria di Stato.

Anche la documentazione scritta consultata da Riccardi, solo in parte già resa pubblica, restituisce un inedito spaccato delle relazioni tra Ronca e le diverse autorità ecclesiastiche: se il rettore da un lato si mostrò una personalità fuori del comune, che attraverso un'intensa opera umanitaria riuscì a forzare la neutralità vaticana, questa apertura gli fu anche sollecitata dai suoi diretti superiori, oltre che da personaggi intimi di Pio XII quali il principe Carlo Pacelli e il conte Enrico Galeazzi. In sostanza, la responsabilità di dare asilo ai clandestini in Laterano è sempre stata attribuita a Ronca, ma la decisione spesso non è sua. Un affresco vaticano, quello suggerito da L'inverno più lungo, lontano da tinte apologetiche. I suoi attori vengono tratteggiati anche nella loro "ruvida causticità", come il cardinal Marchetti — uno degli artefici dell'asilo offerto ai perseguitati — che rivolto a un suo sottoposto lo rimbrotta con cinismo esibito: «Ora ve' state a dà tanto da fare per gli ebbrei e i massoni quand'era il momento che ce ne libberavamo...».

Il saggio di Riccardi racconta anche le lacerazioni che funestarono in quei mesi la Santa Sede, non uniformemente concorde nell'accoglienza ad ebrei e clandestini. Nel dicembre del 1943 Ronca scrive una lettera al pontefice dalla quale si evince che il suo generoso asilo aveva suscitato qualche perplessità presso il supremo soglio. Quasi si giustifica, il prelato: «Ho creduto che fosse nel cuore di Vostra Santità di accogliere nel suo Seminario, con maggiore riserbo, cautela e segretezza possibile, alcuni poveri infelici travolti dalla bufera». Ma dalla missiva si comprende anche che il primo nucleo di rifugiati gli fu inviato proprio dal pontefice, e che altri erano giunti grazie alla presentazione di alte autorità. Secondo monsignor Luigi Traglia, altro protagonista di quella stagione, vicegerente di Marchetti e seconda autorità religiosa di Roma, «a un certo punto papa Pio XII ebbe un momento de' paura» provocato dalla presenza in "territorio pontificio" di capi militari della Resistenza che trasmettevano all'esterno attraverso radio rudimentali. Il più compromettente tra gli ospiti era giudicato il generale Roberto Bencivenga, che del governo del Sud era a Roma il massimo rappresentante civile e militare. Una riserva dunque, quella del pontefice, di carattere politico: il timore di mettere a repentaglio la dichiarata neutralità vaticana. Fu allora che dalla Santa Sede fu richiesto l'elenco degli ospiti «con nome vero, nome falso, se in abito clericale», al fine di esercitare un occhiuto controllo. Il radio messaggio di Pio XII, nel Natale del '43, avrà l'effetto di attenuare le tensioni, con quell'invito a prendersi cura di "prigionieri, feriti, dispersi, randagi, bisognosi». Per i valorosi soccorritori dei tanti "randagi" apparve come una sollecitazione a proseguire.

L'incruelirsi dell'aggressione nazista, con l'irruzione nel febbraio del 1944 a San Paolo, finirà per riaccendere la discussione tra chi in Vaticano è favorevole e chi contrario alla macchina clandestina. I materiali offerti da Riccardi documentano, nella gestione dei perseguitati in Laterano, un sostegno sempre più diretto e vigile da parte del vicariato di Roma (Marchetti Selvaggiani) e della Segreteria di Stato (Montini). E anche riguardo ai rifugiati entro le mura vaticane, prevarrà la linea dell'accoglienza, che funge da esempio per una miriade di conventi. Il papa poteva ignorare questa estesa città clandestina? L'inverno più lungo è la risposta lunga quattrocento pagine, nelle quali pure non sono omessi limiti, ingenuità diplomatiche, eccessi di prudenza d'una chiesa allora fragile, isolata in Europa, assediata dalle croci uncinate.

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