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Italianità

Italianità
Italianità
La costruzione del carattere nazionale
trad. di S. Liberatore
- disponibile anche in ebook - disponibile in streaming su
Edizione: 20113
Collana: Storia e Società
ISBN: 9788842092070
Argomenti: Storia contemporanea, Storia d'Italia
  • Pagine: 348
  • Al momento non disponibile presso il nostro magazzino

In breve

«Il carattere nazionale è stato un elemento centrale delle riflessioni di una parte importante del mondo intellettuale e politico dal Risorgimento alla Repubblica, e il discorso sui vizi degli italiani è stato anche parte integrante della lotta politica, nel senso che è stato regolarmente messo in campo e utilizzato come strumento nella battaglia per la definizione della nazione».

 

Dai patrioti risorgimentali che volevano che gli italiani prendessero in mano il loro destino, al fascismo che voleva trasformarli in una massa disciplinata e militarizzata, fino all’Italia postbellica, in ogni epoca il discorso sul carattere nazionale ha assunto toni e contenuti differenti. Nel corso del tempo le analisi dell’ ‘italianità’ hanno contribuito a richiamare l’attenzione sulla vita pubblica e la qualità della cittadinanza, ma sono anche state utilizzate dai nazionalisti per i loro scopi sciovinistici, oppure sono servite da alibi per nascondere responsabilità precise. Ricorrenti autostereotipi negativi hanno continuato a circolare anche quando si inventavano le narrazioni dei ‘primati’ o della ‘brava gente’. Ma può esserci davvero una speranza di cambiamento se il carattere di un popolo si percepisce in questo modo e se il passato ha lasciato su di esso un’impronta quasi ‘genetica’ ? Come ben ricostruisce Silvana Patriarca, «l’idea del carattere nazionale ha un fardello ideologico troppo pesante ed è troppo semplicistica per essere il veicolo di considerazioni critiche. In ogni comunità, e specialmente nelle nostre società sempre più globalizzate, il lavoro di autocritica e di esame di coscienza collettivo richiede un vocabolario diverso e più complesso. Le sfide dell’Italia multiculturale che viene emergendo richiedono nuove forme di discorso pubblico, meno autoreferenziali e più aperte al mondo esterno. La creazione di una società più inclusiva e più aperta non sarà possibile senza una riconsiderazione critica di vecchi miti nazionali e abitudini discorsive».

Indice

Introduzione - Ringraziamenti - I Ozio e rigenerazione - II Formare cittadini di carattere - III Individualismo latino: il carattere nazionale nell’età dell’imperialismo - IV Tra «prove» e «rivelazioni»: virtù della guerra - V «Una sostanza difficile da modificare» - VI «Autobiografie» della nazione - VII «Brava gente»? - VIII «Gli italiani sono fatti così» - Conclusioni - Bibliografia - Indice dei nomi

Leggi un brano

«Tipicamente italiano»Nel febbraio 2003 tutti i più importanti giornali italiani dedicarono pagine e pagine alla scomparsa di Alberto Sordi, il popolare attore protagonista di decine di film dell’Italia repubblicana. Quasi tutti i commentatori furono concordi nell’affermare che nei suoi film Sordi aveva rappresentato meglio di ogni altro il carattere degli italiani. Per il quotidiano cattolico «Avvenire» era stato «lo specchio» dell’Italia. Il «Corriere della Sera» salutava in lui «l’eroe di tutti i nostri difetti», mentre per «la Repubblica» aveva incarnato l’«arte di essere italiani» personificando «una mescolanza di difetti» inequivocabilmente italici. Per «l’Unità» Sordi era stato un «piccolo grande italiano» e per il «Secolo d’Italia» era un simbolo nazionale che per cinquant’anni aveva dato «un volto ai vizi e alle virtù degli italiani». Al di là di questa concordanza generale (con la sola eccezione degli esponenti della Lega Nord, ai quali non piaceva la romanità di Sordi) vi furono senza dubbio delle differenze di enfasi, che oltre alle posizioni ideologiche rispecchiavano la base regionale di ciascun giornale, ma l’importanza di Sordi come espressione del «carattere nazionale» fu riconosciuta praticamente all’unanimità.

Il fatto che a un attore venga assegnato un ruolo del genere probabilmente non sorprende, se si considera l’importanza del cinema nella cultura contemporanea. In Italia il fenomeno è ancora più accentuato perché nel periodo successivo al 1945 il cinema assunse una funzione nazionalizzatrice in un contesto in cui, a parte l’estrema destra, il nazionalismo non aveva molta spendibilità politica. Il cinema divenne allora il veicolo privilegiato per la produzione di immagini di italianità sia nel paese che all’estero, e le commedie all’italiana degli anni Cinquanta e Sessanta, di cui Sordi fu spesso il protagonista, divennero «il primo genere capace di porre con continuità al grande pubblico il problema dell’identità nazionale». Può suscitare maggiore sorpresa il fatto che il ruolo di icona nazionale sia stato assegnato a un attore che ha interpretato regolarmente personaggi negativi, e che ha costruito tutta la sua carriera impersonando differenti versioni dell’antieroe, dal giovane provinciale indolente all’opportunista capace di adattarsi con successo a differenti regimi politici, al donnaiolo che alla fine, riluttante, deve sottomettersi all’ordine del santo matrimonio, e così via. Quali ne sono le ragioni? Con questo libro cercherò di rispondere a questa domanda e dare un senso a questo apparente paradosso ricostruendo la genealogia e la storia del discorso del carattere nazionale, una retorica che è presente fin dagli albori dell’Italia contemporanea e che resiste al passare del tempo.

Ma che cos’è il carattere nazionale? Anche se a livello accademico la nozione ha perso giustamente la sua legittimità, questo concetto è ancora ben presente nella cultura popolare dove, tra l’altro, offre lo spunto per una infinità di barzellette a sfondo etnico, e nel giornalismo dove costituisce la struttura di una quantità di reportage sui paesi stranieri. Il carattere nazionale non è la stessa cosa dell’identità nazionale, anche se nel linguaggio corrente le due nozioni vengono spesso confuse. Ambedue i concetti sono piuttosto elusivi e si prestano a molteplici definizioni e utilizzazioni, ma si può dire che il carattere nazionale tende a riferirsi alle disposizioni «oggettive», consolidate (un insieme di particolari tratti morali e mentali) di una popolazione, mentre l’identità nazionale, espressione coniata più di recente, tende a indicare una dimensione più soggettiva di percezione e di auto-immagini che possono implicare un senso di missione e di proiezione nel mondo. Sarà necessario tornare a parlare dei significati spesso contesi di questi termini, ma per ora è sufficiente dire che, in pratica, ambedue i concetti funzionano più o meno come contenitori che differenti interlocutori tendono a riempire di svariati contenuti. Questi contenuti non sono scelti a caso: le discussioni sull’identità nazionale e sul carattere nazionale e la definizione dei due concetti avvengono nell’ambito di modelli discorsivi che spesso hanno una lunga storia e di cui i singoli interlocutori sono il più delle volte inconsapevoli. Il fardello di questo modello discorsivo appare particolarmente evidente nell’Italia degli ultimi vent’anni in seguito alla caduta del vecchio sistema dei partiti che aveva strutturato la vita della Repubblica all’indomani del fascismo, la problematica della nazione è tornata a dominare il discorso pubblico.

Dai primi anni Novanta del secolo scorso l’interesse degli italiani per la questione dell’identità nazionale, stimolato inizialmente dalla crescente visibilità della Lega Nord sulla scena politica e dai suoi virulenti attacchi all’unità della nazione, è stato notevole e non accenna a diminuire. I titoli in libreria in anni recenti evidenziano chiaramente le ansietà e le preoccupazioni per la fragilità dell’assetto nazionale e per i pericoli della sua disintegrazione: Se cessiamo di essere una nazione, Italia addio? Unità e disunità dal 1860 a oggi, Finis Italiae, La morte della patria, Italiani senza Italia, per citarne solo alcuni. Altri titoli sono sintomatici dell’inquietudine per la questione della modernità, o della scarsa modernità, del paese e della qualità della sua cultura civile: L’Italia è un paese civile?, Le Italie parallele. Perché l’Italia non riesce a diventare un paese moderno, L’identità civile degli italiani. E su quotidiani e riviste questi temi sono rilanciati da titoli come Italiani, popolo in maschera, tutti paurosi e trasformisti; Gli italiani? Pecore anarchiche che non formano una nazione; L’Italia è sfatta, ma ci sono gli italiani; Diventeremo mai un paese normale?; A che serve l’Italia?.

Come questi esempi e il caso di Sordi mostrano in maniera eloquente, negli ultimi anni numerosi cittadini si sono interrogati insistentemente sul significato dell’essere italiani. Anche se forse non hanno ancora la certezza di essere una «vera» nazione, molti sono tuttavia convinti di avere un carattere nazionale, e del fatto che questo carattere non fa una bella impressione. In contrasto con l’immagine spesso positiva che altri popoli hanno di se stessi (si può pensare a come si vedono gli americani – ottimisti, rivolti al futuro, preoccupati del bene comune – oppure gli inglesi – leali, riservati, rispettosi della legge), l’idea che gli italiani hanno di sé non è affatto lusinghiera: di qualsiasi gruppo sociale facciano parte, si descrivono come un popolo di cinici, di individualisti estremi incuranti del bene pubblico, di opportunisti propensi al clientelismo, falsi se non totalmente bugiardi. Secondo Eugenio Scalfari, per diversi anni direttore e attuale editorialista della «Repubblica», questi tratti sono così connaturati da costituire quasi una etnicità. Spesso i commentatori stranieri concordano con questa idea e parlano, con o senza ironia, di «stile politico all’italiana» e del rischio che possa contagiare la vita pubblica di paesi più virtuosi.

Per la verità, considerazioni di tal genere sembrano essere giustificate da diversi avvenimenti recenti. All’inizio degli anni Novanta, dopo la caduta del Muro di Berlino, l’inchiesta «Mani pulite» rivelò la corruzione di un settore molto ampio della classe dirigente e un vasto numero di politici e uomini d’affari furono rinviati a giudizio. In seguito a questi fatti il paese fu testimone del collasso di tutto il sistema partitico che l’aveva governato dalla fine della seconda guerra mondiale. Subito dopo il crollo di questo sistema le speranze di un cambiamento in senso positivo vennero infrante quando il paese divenne il teatro della devastante ascesa politica del magnate dei media Silvio Berlusconi, che aveva acquisito un potere immenso nel settore della televisione commerciale grazie agli agganci con importanti personaggi politici del sistema partitico che era appena crollato. Naturalmente, già ben prima di questi recenti sviluppi l’Italia era nota come un paese in cui la corruzione politica era molto diffusa e la legge era scarsamente rispettata e non sufficientemente fatta rispettare. Tutti questi fenomeni sollevano interrogativi più che legittimi non solo sulla qualità delle istituzioni ma anche sugli atteggiamenti della popolazione. Tuttavia equiparare tali atteggiamenti a un «carattere nazionale» è cosa alquanto diversa. Ciò che richiede uno sguardo più critico, in effetti, è il fatto che molti italiani leggono queste realtà attraverso l’ottica del concetto di carattere nazionale, specialmente se si considera che l’Italia, purtroppo, non è l’unico paese che deve confrontarsi con la corruzione politica o con comportamenti che, da un punto di vista civile, lasciano molto a desiderare. In altri termini, se nessuno può negare l’esistenza di certi tratti nella società e nella cultura italiana, non è evidente che essi debbano essere definiti un «carattere nazionale» (o identità nazionale: in Italia, come si diceva, i due termini sono spesso intercambiabili). E quindi ritorniamo al nostro interrogativo iniziale: che cos’è il carattere nazionale? E perché tanti italiani sono così convinti di avere un carattere nazionale, del fatto che è pieno di difetti, e che i suoi guasti spiegano anche gran parte degli attuali problemi politico-sociali del paese? La tesi di questo libro è che una parte della risposta può essere trovata nello studio della storia del discorso del carattere nazionale, discorso che va inteso come un insieme di idee, di temi, di argomentazioni e di tropi ricorrenti, presenti nella cultura italiana da lungo tempo.

Recensioni

su: Corriere del Mezzogiorno (13/02/2010)


«Guai a lasciarsi prendere dall'ozio! L'ozio è una bruttissima malattia, e bisogna guarirla subito, fin da ragazzi, se no, quando siamo grandi, non si guarisce più». Così, a circa metà della storia, la fatina si rivolge a Pinocchio per ammonirlo a proposito dei vizi e delle virtù. Siamo nel 1883 e Collodi scrive questa frase non a caso, ma nel vivo di un appassionato dibattito sul carattere degli italiani. A quel tempo, archiviate le antiche e benevole considerazioni di un Platone o di un Aristotele e non ancora sedotti dalle suggestioni postmoderne di un De Masi o di un Cassano, l'ozio era considerato il vizio nazionale numero uno. E poteva accadere che la Reale Accademia di Scienze e Arti di Modena bandisse, senza che la cosa apparisse curiosa o eccentrica, un concorso sulla ricerca delle cause e degli effetti dell'ozio in Italia, nonché sulle iniziative di carattere morale per ridurlo. E l'espressione «dolce far niente» era per Carlo Lozzi, avvocato e patriota marchigiano, autore di un saggio intitolato Dell'ozio in Italia, la prova che quel vizio aveva ormai influenzato anche il lessico. A oltre vent'anni dall'unità e di fronte alle immani difficoltà con cui fare i conti, il ceto dirigente trovò del tutto normale scaricare sul popolo, e in particolare su quello meridionale, le responsabilità degli insuccessi. Così, se con Vincenzo Gioberti e Cesare Balbo le riflessioni sul carattere degli italiani riguardavano in modo particolare le élites nazionali, al tempo di Collodi e Lozzi, ma anche della nobildonna milanese Cristina Trivulzio di Belgiojoso o dell'economista genovese Gerolamo Boccardo, il discorso diventava più generale. Gli italiani erano ormai un popolo debole e corrotto; un popolo di cicisbei nelle classi alte e di nullafacenti, si direbbe oggi, in quelle basse. Queste e molte altre considerazioni sono contenute in un libro assai avvincente scritto da Silvana Patriarca ed edito da Laterza, intitolato Italianità, la costruzione del carattere nazionale. Un libro per certi versi inquietante, perché a un certo punto quasi legittima un dubbio: è di storia che si sta parlando o di cronaca? Tutti noi, a esempio, conosciamo bene quel processo che, specie nel Sud, incatena inesorabilmente la spesa pubblica, il malgoverno, la raccolta del consenso e la stabilità dei sistemi di potere. Ed ecco quel che scriveva Cesare Balbo: «La dipendenza produce vizio, il quale mantiene dipendenza (...) questa è il vizioso circolo ond'è difficile uscirne». Siamo dunque al punto di partenza. Il che spiega come mai anche oggi, come allora, sia molto forte la tentazione di trovare spiegazioni semplificate, legate appunto al carattere dei meridionali, e di farne strumenti di battaglia politica o alibi sovrastrutturali per inefficienze fin troppo materiali. Un secolo fa la ragione fu appunto trovata nell'ozio, poi fu la volta dell'individualismo estremo, o «soverchiamente sviluppato», come diceva Jacob Burckhardt, e poi ancora del familismo amorale di Banfield e Putnam. Senza contare Lombroso e i suoi allievi che ci dipinsero addirittura come una razza maledetta. E domani? Che cosa diranno di noi? Pochi giorni fa è passata quasi inosservata la notizia di uno studio pubblicato su Intelligence, una rivista accademica che si occupa di psicologia, rilanciata da molti motori di ricerca. A elaborarlo, dopo aver raccolto dati e statistiche da varie fonti, è stato Richard Lynn, professore emerito presso l'università dell'Ulster, il quale si è posto appunto la domanda, più che legittima, che tutti ci poniamo. Vale a dire: com'è possibile che nonostante tutto, nonostante i fondi nazionali e internazionali, le Casse per il Mezzogiorno, i poteri straordinari, le elezioni dirette dei sindaci e dei governatori e molte altre cose ancora, il Sud è sempre così lontano dal Nord? Quale mistero si nasconde dietro tanta immobilità? Ebbene, ecco la risposta: il Sud è più arretrato, dice Lynn, perché i meridionali sono meno intelligenti; e le differenze nel quoziente intellettivo spiegano l'88% della varianza nel reddito presente nelle regioni italiane. Non solo. Siamo poco intelligenti, dice ancora il prof lombrosiano, «a causa della mescolanza con le popolazioni del Vicino Oriente e del Nord Africa», anch'esse, evidentemente, ritenute poco aduse alla lettura e allo studio della matematica. Dunque, ci risiamo. Più di un secolo fa, e se ne parla diffusamente anche nel libro di Silvana Patriarca, si rifletteva sulla «orientalizzazione» della società italiana e i ragionamenti di allora non erano molti diversi da quelli di Lynn. Il che può dir poco, vista la relativa notorietà del Nostro e confidando nel fatto che probabilmente mai riceverà il Nobel per le sue teorie; ma come non avvertire il brivido di un cerchio che, inesorabilmente, si chiude ai danni dei meridionali? La verità è che in mancanza di risposte convincenti sulle cause del perdurante dualismo italiano, quelle più semplici o semplificate, al punto tale da sconfinare in nuove forme di razzismo, rischiano di diventare anche le più facili da memorizzare. E, di conseguenza, quelle più utili ad alimentare il pregiudizio antimeridionale.

Giovanni De Luna su: tuttoLibri ()

Agli inizi dell'Ottocento eravamo «effeminati»; poi siamo diventati «oziosi». «In Italia gli uomini valgono molto meno delle donne, perché hanno sia i difetti delle donne che i propri», scriveva Madame de Stael nel 1807. «Chi impedisce i nobili e i ricchi di studiar e scrivere... Chi obbliga i giovani gentiluomini a infemminire nell'ozio?», tuonava severo l'abate Gioberti nel 1843. Dopo l'Unità d'Italia eravamo «individualisti» e «familisti», durante la Prima guerra mondiale secondo Prezzolini ci dividevamo tra «furbi e fessi» e così via. Definire il carattere degli italiani è sempre stato un territorio inevitabilmente affollato di stereotipi. Li affronta ora un libro di Silvana Patriarca, Italianità. La costruzione del carattere nazionale, che si ripromette di studiarli attraverso un metodo semplice ed efficace: prende tutte le varie definizioni, anche i luoghi comuni più scontati, e le inserisce nella successione dei discorsi storici che si sono di volta in volta avvicendati nel dibattito pubblico, a seconda delle fasi politiche e culturali che hanno scandito 150 anni di storia unitaria: il patriottismo risorgimentale, il nazionalismo dell'Italia liberale, il fascismo, la democrazia repubblicana, e così via. E' un'operazione che le riesce egregiamente grazie anche all'uso di categorie di genere che la portano a evidenziare gli aspetti maschili e femminili degli stereotipi, riflettendo sui cicisbei settecenteschi come sulla fatica con cui il mito del «popolo virile» si è affermato. Nei vari «discorsi» ci sono alcune costanti che si ripetono. Sempre, ad esempio, all'elenco dei «vizi» si è affiancato da parte degli stessi autori quello delle «virtù». Così lo stesso Gioberti, che criticava l'ozio, sottolineava il «primato» degli italiani fondato su una base etnica (gli italiani erano il ceppo più illustre di un mitico popolo mediterraneo, i Pelasgi), sul cattolicesimo (la religione «più perfetta»), sulla creatività artistica e sul pensiero scientifico ed estetico. E nei discorsi di Mussolini, l'esaltazione del popolo di «poeti, santi e navigatori» conviveva con l'insofferenza verso gli italiani «gregge» svirilizzato (ancora!) e imbelle. Così come, sempre, alla denuncia dei mali si è affiancata la proposta di un qualche rimedio, attraverso l'uso di termini («rigenerazione» all'inizio, poi Risorgimento, «prova» e «redenzione» nella Prima guerra mondiale, «rifare gli italiani» con il fascismo...) che alludevano a un progetto di identità mai dato per compiuto, sempre alla rincorsa di «assenze» (la mancata Riforma, un Risorgimento che non era stata una vera rivoluzione, una Resistenza che non era riuscita a scalfire la continuità tra l'Italia fascista e l'Italia Repubblicana). Molto spesso, anzi, le diagnosi dei mali erano comuni a schieramenti culturali e politici molto diversi così che era proprio solo sui rimedi che si potevano apprezzare le loro differenze. Mazzini ad esempio, per sconfiggere «l'indolenza e la rassegnazione» faceva affidamento sul concetto di «dovere» e sulla lotta («la libertà si compra con il sangue e con il sacrificio»), mentre i moderati insistevano sulla disciplina, il senso dello Stato e le virtù militari tipiche dei piemontesi (Balbo) e accettavano la lotta armata purché condotta da eserciti regolari; o, nel Novecento, Gobetti e il fascismo nascente erano accomunati nell'insofferenza per il trasformismo, l'opportunismo, il clientelismo che dalla politica rimbalzavano sul carattere degli italiani, ma erano abissalmente distanti nelle soluzioni proposte (da un lato l'affidamento alla classe operaia, il liberalismo, l'autogoverno e la democrazia; dall'altro uno State forte, la gerarchia, la militarizzazione). Tutti i filoni culturali al cui interno è stato affrontato il problema del carattere e dell'identità degli italiani hanno in comune quindi una forte impronta attivistica, una concezione dinamica del progetto di «fare gli italiani»; l'unica vistosa eccezione sono quelle famiglie di pensiero, marcatamente segnate dal cattolicesimo, per le quali gli italiani sono intrinsecamente moderati, amanti dell'ordine e strenui difensori dello stato di cose presenti, così da far attribuire a influenze straniere e a correnti culturali eretiche i momenti di rottura, di crisi e di dinamismo che hanno attraversato la nostra società, il Risorgimento come la Resistenza. Qui nessuna «assenza» da lamentare ma anzi il compiacimento di rispecchiarsi nei valori di una «zona grigia» sempre uguale a se stessa (gli italiani «brava gente») e sempre maggioritaria nel Paese. Nel libro c'è ovviamente spazio anche per gli stereotipi nati nell'ambito delle teorie razziali o legate alla psicologia delle masse, in particolare quelli della «razza mediterranea» che alimentarono l'infamia delle leggi razziste del 1938; alla fine, gli elenchi di vizi e virtù si contraddicono fino a elidersi a vicenda, così che l'unica affermazione sulla quale si può convenire resta ancora quella di Benedetto Croce: gli italiani sono quelli che la loro storia racconta. Né più, né meno...

Tonino Bucci su: Liberazione (02/03/2010)


Leo Longanesi che di destra se ne intendeva, da giornalista fascista di spicco quale fu, coniò nel dopoguerra una famosa definizione del carattere nazionale degli italiani. «La nostra bandiera nazionale dovrebbe recare una grande scritta: “Ho famiglia”». Sui vizi e le virtù, sui costumi e i difetti italici si sono scritti banalità e stereotipi, a volte magari anche nobili letture della nostra storia nazionale. In tanti, tra intellettuali, politici, scrittori e giornalisti, si sono cimentati nel racconto dell'italianità. Ce n'è di che riempire un'intera biblioteca con tutti i libri e i pamphlet dedicati al significato dell'essere italiani. Sarà perché fin dagli esordi la nazione è apparsa un processo incerto, problematico, a volte somigliante persino più a un'invenzione piuttosto che a una collettività coesa, fatto sta che questo senso di precarietà spinge ancora oggi a riflettere sulla nostra identità.

I risultati non sono lusinghieri. Gli italiani si sono rappresentati, di volta in volta, come un popolo privo di etica e con scarso senso civico, sempre ripiegati sui propri tornaconti, disposti a cambiare casacca a ogni mutar di venti, servili nei confronti del potere quanto aggrappati alla difesa di piccole patrie e meschini interessi di bottega. «Un popolo di cinici, di individualisti estremi incuranti del bene pubblico, di opportunisti propensi al clientelismo, falsi se non totalmente bugiardi», scrive Silvana Patriarca, docente di storia europea contemporanea all'università Fordham di New York e autrice del libro "Italianità. La costruzione del carattere nazionale" (Laterza). E a volte questo ritratto antropologico del nostro paese viene trasformato in un corredo etnico contro cui il tempo e la storia nulla possono.

Stereotipo o no, il cliché dell'italiano medio è stato utilizzato a destra e manca, da conservatori e progressisti, ora per dipingere un quadro pessimistico e irriformabile dell'Italia, ora invece ― in svolte storiche cruciali ― per chiamare il popolo dinanzi alle proprie responsabilità. Quella di Leo Longanesi citata in apertura, ad esempio, è la versione letteraria di un qualunquismo disperante, quasi un teorema a dimostrare che nell'Italietta dove l'unica etica è quella del "chissenefrega" e del "Franza o Spagna basta che se magna", non potrà mai esserci rigenerazione morale e politica. Succeda quel che succeda gli italiani rimarranno quelli di sempre, opportunisti, quali siano le loro bandiere politiche o i loro governanti. Longanesi è il cantore del menefreghismo italico, di quel disprezzo per i politici che è presente soprattutto negli strati sociali più conservatori. Fa del qualunquismo un tratto eterno del costume nazionale, un'arma corrosiva da scagliare contro l'antifascismo della Repubblica. Da allora non molto sembra essere cambiato se si pensa al linguaggio populista di giornali alla "Libero".

Le cronache di questi giorni dimostrano che il problema del carattere nazionale è ancora aperto come se la storia fosse trascorsa invano. La crisi della politica, la questione morale, lo scoperchiarsi di un sistema di corruzione che non è l'opera di una cricca e poi, ancora, gli scandali degli appalti della Protezione civile, le truffe finanziarie di aziende rinomate, il riciclaggio di fondi neri, il legame tra politici, imprenditori e 'ndrangheta. Ce n'è quanto basta per convincersi della fragilità di una nazione che appare, oggi come ieri, in procinto di venire disgregata dagli interessi privati.

A detta di molti la Seconda repubblica sarebbe ormai moribonda e con essa il bipolarismo che s'è dimostrato un pessimo meccanismo di selezione della classe dirigente. L'ipotesi di una politica malata e corrotta in un paese sano però non regge. E' poco credibile che la società civile non c'entri nulla con la degenerazione del sistema e che il berlusconismo abbia potuto prosperare in assenza di un terreno di coltura adatto, senza quel retaggio secolare di servilismo e rassegnazione inscritto nell'autobiografia nazionale.

Ma così siamo rigettati al problema di partenza, a quello scarso senso civico e al particolarismo degli italiani di cui già si lamentava Francesco De Sanctis, cinque volte ministro dell'istruzione nello Stato postrisorgimentale. «L’uomo di Guicciardini di De Sanctis — scrive Silvana Patriarca — rappresentava l'opposto della virtù civile, l'assenza di qualunque interesse per il bene comune, la regola del proprio "particulare", ovvero dell'interesse personale. Fin dall'emergere di questo tipo di uomo nel Cinquecento, la "tempra nazionale" si era indebolita e tutte le "virtù della forza" si erano dissolte. Lo spirito di iniziativa, la generosità, il sacrificio personale, il patriottismo, la tenacia, la disciplina, erano stati rimpiazzati dalle "qualità proprie della fiacchezza morale" quali la dissimulazione, la malizia, la doppiezza, l'ambiguità, la prudenza e la pazienza».

Stessa narrazione ritroviamo anche nel cinema. La commedia all'italiana ha prodotto una galleria di personaggi con i medesimi caratteri nazionali stigmatizzati nell'invettiva di De Sanctis: antieroi negativi, voltagabbana e opportunisti, quelli del "tengofamiglia" interpretati, magistralmente, da Alberto Sordi, destinato a essere identificato con l'italiano medio. Però nella nostra cinematografia c'è anche un alter ego di quelle figure ripugnanti, a parziale ricompensa della loro brutta figura. Parliamo del mito consolatorio degli italiani brava gente: brave persone che non portano mai responsabilità per quel che accade intorno a loro e che alla fine, in un modo o nell’altro, finiscono sempre per cavarsela grazie alla loro umanità. Anzi, i due stereotipi finiscono per mescolarsi, per integrarsi a vicenda. Basta pensare ai protagonisti dei film con Sordi: al giovane indolente, disoccupato e parassita che vive in casa con la madre e la sorella ne "I vitelloni", all'impiegato conformista, pusillanime, servile di "Un eroe dei nostri tempi", al soldato che fa carte false per non andare in guerra e che alla fine si riscatterà da eroe suo malgrado ne "La grande guerra" di Monicelli, alla vicenda esemplare — infine — raccontata ne "L'arte di arrangiarsi" (di Luigi Zampa) di Sasà, un siciliano che riesce a riciclarsi attraverso tutte le fasi storiche, un opportunista attento solo al proprio tornaconto che da monarchico diventa fascista, poi comunista, infine democristiano. «Рoichè veniva rappresentato come un attributo o addirittura come un'inclinazione istintiva dell'italiano medio, il trasformismo diventava una componente di una mentalità quasi metastorica».

Il discorso sul carattere nazionale ritornerà al centro dell'attenzione. Ha avuto i suoi picchi durante e dopo Risorgimento, alla fine del fascismo e nei primi anni della Repubblica; li ha avuti di nuovo negli anni Novanta con Tangentopoli quando si tornò a parlare dei soliti difetti italici. Si può anche prevedere un revival a breve. Attenzione, però, il carattere nazionale, spesso e volentieri, è una generalizzazione. «Funziona per assunti che non reggono a un'analisi critica». Che il popolo italiano sia un insieme omogeneo, senza distinzioni di classe e cultura, o che esistano "eterni italiani" sono finzioni. Non dimentichiamolo.

Nicola Tranfaglia su: L’Unità (07/04/2010)


Siamo di nuovo in un periodo storico nel quale gli italiani, soprattutto all'interno delle classi dirigenti, si interrogano con insistenza su quello che è stato da tempo il "carattere nazionale". Ossia quelle peculiarità che hanno accompagnato nei secoli il cammino della nazione italiana, divenuta quasi cento cinquant'anni fa uno stato unitario. L'attenzione nasce dal fatto che molti sentono di essere alla vigilia di nuovi cambiamenti epocali legati non tanto e non solo alla quarta rivoluzione industriale che caratterizza il ventunesimo secolo, con l'importanza crescente dell'informatica e delle nuove tecnologie, ma anche con riforme istituzionali che sembrerebbero destinate a influire non poco (e in maniera assai negativa) sul nostro ordinamento istituzionale. Ma si riferisce anche al giudizio negativo che tanti danno dell'indirizzo politico-istituzionale sulla destra populista oggi al potere.

Alla luce di questa situazione complessiva si ritorna indietro e si guarda all'esperienza, senza dubbio importante, delle modalità di unificazione nazionale durante il Risorgimento e soprattutto su quella centrale del fascismo che in Italia ha vinto per primo in Europa, esercitando una notevole influenza su altri paesi del vecchio continente a cominciare dalla Germania, dalla Spagna e dal Portogallo.

Da questo punto di vista appare di un certo interesse (ma lascia ancora molti problemi aperti) il libro che una studiosa di origine italiana, Silvana Patriarca, che insegna alla Fordham University di New York, ha appena pubblicato in Italia presso gli editori Laterza e negli Stati Uniti presso la Cambridge University Press con il titolo «Italianità. La costruzione del carattere nazionale». Nell'introduzione l'autrice afferma con chiarezza di voler offrire “una genealogia di alcune influenti idee sui difetti del carattere italiano, mettendo in rilievo il contesto storico in cui sono emersi ed esplorando i modi in cui sono state usate. Nelle pagine che seguono mi occupo principalmente di testi politici, compresi numerosi scritti di storici, sociologi e giornalisti che hanno operato tra la prima metà dell'Ottocento e la fine del Novecento, testi dichiaratamente non di narrativa, anche se tutti quanti contengono elementi di fiction. Ho scelto di concentrare l'attenzione su questo tipo di testi perché sviluppano esplicitamente la nozione di carattere nazionale». Naturalmente (mi pare di poter aggiungere) escludere la narrativa che, in molti casi, individua con maggior forza aspetti decisivi di quel carattere non appare completamente giustificato anche se, leggendo con attenzione il libro della Patriarca, si ha modo di verificare che, per fortuna, l'autrice ha presente anche i romanzi più significativi dell'ultimo secolo e mezzo anche se non li pone al centro della propria analisi. Del resto io sono abbastanza convinto, e non da oggi, che scrittori come Verga, De Roberto, Sciascia o Tomasi di Lampedusa abbiano detto più cose sul carattere degli italiani di quanto noi storici o anche politici abbiamo saputo dire nello stesso periodo.

Ritornando alle pagine di Silvana Patriarca, l'attenzione della studiosa ― ed era difficile fare altrimenti ― è particolarmente forte sul periodo che va dalla prima guerra mondiale alla seconda e al periodo successivo, cioè al lunghissimo dopoguerra che ne segue fino agli anni attuali. E, in quel periodo, è centrale la polemica che riviste di cultura come «La Voce», portano contro il carattere degli italiani così come si è andato formando nel periodo liberale e particolarmente in quello dell'egemonia giolittiana, cioè nei primi quindici anni del Novecento. È allora che, soprattutto negli scritti di Piero Gobetti, si impone la lettura del fascismo come "autobiografia della nazione" che altri antifascisti come Carlo Rosselli poi riprenderanno. E un giornalista celebre come Indro Montanelli, che per quasi tutta la vita sembrava aver accettato di votare per il partito cattolico di maggioranza «pur turandosi il naso», alla fine della sua esistenza ritenne di dover ritornare alla sua vecchia vena prezzolinina, tanto da scrivere in alcune pagine autobiografiche «che i guai degli italiani non dipendessero dai regimi politici» e da concludere che «erano i regimi politici, caso mai, che s'intonavano ai difetti degli italiani».

Alla fine dell'ampio testo di Silvana Patriarca ci si chiede se davvero la nostra storia sia stata, o è ancora, influenzata da un "carattere nazionale" fatto di egoismo, di indifferenza per il bene comune, di vocazione all’illegalità e ancora di familismo e di tendenza al potere personale o di gruppo così come si è formato nei lunghi secoli della dominazione straniera. O, al contrario, se il nostro Paese, come gli altri paesi europei, non stia vivendo una difficile, e ancora non conclusa, transizione verso la modernità.

Piero Ottone su: Il Venerdì di Repubblica (09/04/2010)


Che cos’è l’Italia? È «un paese di cortigiani». È «un paese di servi». È «un popolo organicamente anarchico, corrotto, molto servile». Avrete notato le virgolette: le affermazioni non sono mie. Sono state coniate, nell'ordine, da Piero Gobetti, benemerito della patria; da Anna Kuliscioff, donna politica e compagna di Turati; da Giustino Fortunato, illuminato uomo politico e studioso del Meridione.

Trovo le citazioni, una accanto all'altra, in un libro di pubblicazione recente, col titolo Italianità, che descrive assai bene «la costruzione del carattere nazionale» (così dice il sottotitolo) dal Risorgimento in poi (autrice Silvana Patriarca, editore Laterza). Lettura istruttiva: si scopre che tutte le cose terribili che siamo soliti ripetere oggidì sul nostro paese (accanto alle cose belle, ahimè meno numerose), credendo di dire cose nuove, sono state dette in realtà da questo o da quel personaggio attraverso gli anni: niente di nuovo sotto il sole.

Si direbbe, nell'insieme, che noi italiani non siamo mai stati contenti di noi stessi. Né si può affermare che gli stranieri, per noi, stravedano. Però sono meno severi. Soprattutto meno rabbiosi. Altrettanto interessanti, accanto ai giudizi, sono i tentativi e le proposte per migliorarci. Ci hanno provato tutti: uomini di destra e uomini di sinistra, fascisti e liberali, preti e atei, filosofi e pedagoghi. Anche con idee curiose: Francesco De Sanctis, a noi noto come grande storico della letteratura, voile introdurre la ginnastica nelle scuole quando era ministro della Pubblica istruzione, non solo per insegnare ai giovani a fare qualche esercizio fisico, ma soprattutto per renderli, come dire, un po’ più maschi.

Affiora anche l'idea della guerra a fine pedagogico: fu una delle tante belle trovate di Mussolini. Era convinto che solo guerreggiando saremmo diventati un grande popolo. Poi è finita in altro modo. Ma anche Giovanni Gentile, illustre filosofo, scriveva che la guerra aveva messo in luce «la vera Italia», e la contrapponeva alla «borghesia degli avvocati, dei professori, degli impiegati, dei giornalisti, avventurieri, faciloni, superficiali, dilettanti, oziosi, cullanti la loro vanità nella critica demolitrice di tutto e di tutti».

Migliorare l'Italia? Si apprezza di volta in volta la buona intenzione. Ma anche alla luce dei risultati che sono stati raggiunti vorrei dire: lasciamo stare. Accontentiamoci, ciascuno di noi, di migliorare noi stessi.

Paolo Petroni su: Gazzetta del Sud (24/04/2010)


A parte, per esempio, la quasi unanimità nel definire Alberto Sordi come incarnazione del “carattere degli italiani" (a ribadire l'importanza del cinema nella cultura odierna), ci sono una quantità di barzellette vecchie e nuove a sfondo etnico, in cui si comparano atteggiamenti di personaggi di diversa nazionalità, a confermare come, nella cultura popolare, esista un'idea comune di un carattere nazionale italiano. E tanti servizi giornalistici sembrano non fare che confermarlo. Il carattere nazionale, comunque, non è la stessa cosa dell'identità nazionale, anche se spesso le due cose vengono confuse, avverte Silvana Patriarca, docente di Storia Europea contemporanea alla Fordham University di New York, in apertura del suo saggio "Italianità" (Laterza).

Un avvertimento che nasce perché «ambedue i concetti funzionano come contenitori che differenti interlocutori tendono a riempire di svariati contenuti, non scelti a caso: le discussioni sull'identità nazionale avvengono nell'ambito di modelli discorsivi che spesso hanno una lunga storia e di cui i singoli interlocutori sono il più delle volte inconsapevoli».

E questo, in particolar modo, dal Risorgimento a oggi, quando si torna sull'argomento non solo per la situazione politica creata dalle voglie di federalismo e dall'arrivo sulla scena della Lega, ma in vista delle (controverse) celebrazioni del 150° dell'Unita d'Italia l'anno prossimo.

La Patriarca cerca di ricostruire contesti e ragioni, soffermandosi tra l'altro su quell'amore per l'autodenigrazione degli italiani «brava gente», utilizzato spesso dai nazionalisti per scopi sciovinistici, quando non usato come alibi per nascondere precise responsabilità.

Francesco Remotti invece, antropologo culturale dell'Università di Torino, nel suo "L'ossessione identitaria" (Laterza) calca più l'accento sull'aspetto culturale e sul pericolo di parole come "identità" e "purezza", che definisce “avvelenate» e divenute quasi un'ossessione per ogni retorica politica. Per lui il vero pericolo oggi è nell'aver sostituito l'ideologia della razza con quella della diversità culturale, ma legata spesso a qualcosa di connaturato e originario, quasi appunto nuovamente biologico. Tutto riporta alla fine al mancato incontro con l'Altro, che serve anche a riconoscerci e a colmare, con l'alterità, la sterile solitudine di ogni chiusura in noi.

Le differenze interne italiane, tra Nord e Sud, per citare la storica, “lungi dall'essere contrapposte ed enfatizzate come accade in seguito, venivano minimizzate e conciliate. — scrive la Patriarca — Così faceva persino un convinto federalista come Carlo Cattaneo quando rispondeva a domande sui luoghi comuni sugli italiani».

Il suo excursus storico si rivela complesso, con idee e pregiudizi che si modificato col tempo e secondo gli avvenimenti (e i capitoli sulle due guerre e il Fascismo, come poi la nascita della Repubblica, sono di particolare interesse), sempre creando un vocabolario come quello di cui indica i pericoli Remotti.

«In ogni comunità, e specialmente nelle nostre società sempre più globalizzate, il lavoro di autocritica e di esame di coscienza collettivo richiede un vocabolario diverso e più complesso — è del resto la conclusione anche del libro della Patriarca, che ci osserva dall'America — Le sfide dell'Italia multiculturale che viene emergendo richiedono nuove forme di discorso pubblico, meno autoreferenziali e più aperte al mondo esterno.

La creazione di una società più inclusiva e più aperta non sarà possibile senza una riconsiderazione critica di vecchi miti nazionali e abitudini discorsive»: insomma, anche la scelta delle parole ha importanza.

su: Il Mondo (07/05/2010)


«C’è chi se la prende con il Tricolore. E chi non tifa per la Nazionale di calcio. Chi ripete Italiani, brava gente». E chi confida nello Stellone: «Noi italiani, proprio nei momenti di difficoltà....». Chi vuole i professori regionali e rivalutare i dialetti. Chi ama le leghe del Nord o il partito del Sud. E chi, in vista delle celebrazioni dei 150 anni dell'unità d'Italia, nel 2011, rilegge le pagine del Risorgimento e della Resistenza, con rischi di retorica. Un bel dibattito, insomma, anche denso di conflitti, su cosa voglia dire, oggi, essere italiani. Davvero siamo tutti un po' Alberto Sordi, migliore interprete del nostro minimo comune denominatore del borghese piccolo piccolo, del furbo arrivista, del medico della mutua, di «Lavoratori...» e giù un gestaccio? O preferiamo somigliare a Giovanni Falcone, Emilio Alessandrini, Guido Rossa, Giulio Ambrosoli e a tutte le altre persone per bene che hanno perso la vita per difendere lo Stato, la legge, i valori della Costituzione? L'identità nazionale è un contenitore generico, che in tanti, criticamente, cercano di riempire di senso. E un contributo fondamentale arriva dai buoni libri. Come quello di Silvana Patriarca, storica alla Fordham University di New York: Italianità. La costruzione del carattere nazionale. Cultura alta, da classi dirigenti e cultura popolare, miti fondanti della nazione (a cominciare dalla Grande guerra) e stereotipi (gli italiani mammoni, opportunisti, traditori, eroi nonostante) si mescolano in una narrazione secondo cui il carattere nazionale è un contenitore complesso di diversi caratteri ed è dunque necessario smontare gli stereotipi e guardare al futuro: «La creazione di una società più inclusiva e più aperta non sarà possibile senza una riconsiderazione critica di vecchi miti nazionali e abitudini discorsive». [...]

Nicola Lagioia su: il Fatto Quotidiano (05/05/2010)

Nel percorso di avvicinamento al centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia si moltiplicano le discussioni sull’identità nazionale. Non è impalpabile in materia il timore di aver imboccato da qualche decennio la via del work in regress, e l’argomento diventa più spinoso se si traccia il parallelo con l’Italia del ’61, un paese che festeggiava il centenario ancora fresco di Olimpiadi e annunci del Concilio Vaticano II, forte di una moneta da poco proclamata la “più stabile del mondo”, e nel quale le tensioni politiche e sociali non giocavano comunque alle tre carte con concetti quali l’unità o i valori costituzionali.

[...]

A voler saldare il discorso dell’identità a quello del carattere, viene in soccorso [...] il volume della Patriarca. È la storia di un popolo patologicamente incline all’autoanalisi, scisso tra denigrazione ed esaltazione di sé, morbosamente felice di leggersi come un’eterna incompiuta in attesa di palingenesi. Nel tempo, siamo stati capaci di rappresentarci in ogni modo: popolo molle ed effeminato nel Settecento, ricettacolo di tutti gli ozi nell’Ottocento, divisi tra “fessi” (chi moriva in trincea) e “furbi” (chi stava in retrovia) durante la Grande guerra, fucina di mandolinisti da raddrizzare pur di promuovere l’entrata nel fascismo e di “brava gente” pur di dimenticarsene in fretta vent’anni dopo, fino agli individualismi senza ritorno degli ultimi tempi, mentre l’arrivo della componente multietnica coglie alle spalle questo continuo esercizio di rimuginamento.

Se le tinte con cui ci siamo dipinti sono troppo accese e contrastanti per essere credibili, c’è da capire cosa ci porta a giocare al rialzo con questa schizofrenia. Probabilmente siamo un popolo dalla cultura troppo storicamente ricca e turbolenta per stare comodi in una definizione, e se si pensa che ciò che ci unisce (la lingua) è giunto alla sua prima splendida prova sotto il cielo del contrasto tra Guelfi e Ghibellini, si intuisce il perché della nostra vocazione. Proprio questa irriducibilità, in apparenza il nostro peggior difetto, si è rivelata tuttavia la leva in grado di farci spiccare il balzo quando siamo riusciti a usarla in maniera virtuosa. Si pensi a che ritardi abbiamo accumulato e quali disastri incamerato quando – dalla Controriforma al fascismo – abbiamo cercato di chiuderci dentro una reductio ad unum. E poi si pensi invece all’ultima grande impresa di cui siamo stati capaci: trasformare una landa devastata dalla guerra in un paese ricco, civile, dotato di una carta costituzionale tra le più riuscite del continente. Il vero miracolo dell’Italia del dopoguerra non fu far cantare con una sola voce le diverse culture che la abitavano, ma consentire a ognuno di tarpare le ali agli eccessi e ai fanatismi delle altre, costringendo paradossalmente l’avversario a dare il meglio di sé. Cosa sarebbe accaduto al Pci del Togliatti già inquilino all’hotel Lux di Mosca non solo senza l’opposizione di cattolici e liberali, ma in mancanza degli strappi di intellettuali come Vittorini e Calvino? E in quale medioevo dei diritti civili e della sovranità dimezzata saremmo rimasti non solo senza l’azione culturale delle opposizioni ma anche in mancanza, nella stessa Dc, di provvidenziali cortocircuiti, come quello che nel ’52 fece sì che De Gasperi rispondesse picche a Pio XII che aveva caldeggiato l’alleanza dei cattolici con l’estrema destra e i monarchici? (“Proprio a me”, scriverà poi De Gasperi, “un povero cattolico della Valsugana, è toccato di dire di no al papa”).

È per questi motivi che oggi fanno tremare i polsi alcune posizioni storicamente miopi come quelle di chi, considerando l’impresa dei padri costituenti un “compromesso da superare”, lasciano cadere più di un’ombra sul reale valore da assegnare al sostantivo. Vedere o anche solo auspicare segretamente in questo superamento l’accordatura (obtorto collo o meno) di tante voci sul timbro di una sola significa aver capito poco della nostra identità, ma soprattutto vuoi dire aver cercato ancora meno di indagare il segreto dei successi che pure siamo riusciti a raggiungere. Significa non riuscire a capacitarsi di come Machiavelli e san Francesco e Leopardi e don Sturzo e Malaparte e Pasolini siano potuti nascere sotto le stesse latitudini, e dunque condannarsi a guidare verso il futuro a occhi bendati.

Guseppe Galasso su: Il Corriere della Sera (06/06/2010)

Dell’italianità si è sempre discusso. E, perciò, è poco accettabile che «il discorso del carattere nazionale nell’Italia contemporanea» sia nato «in origine» dai «progetti nazional-patriottici» degli inizi dell’Ottocento e dalle «aspirazioni a una rigenerazio­ne nazionale che accompagnavano questi progetti», come dice Silvana Patriarca (L’italianità. La costruzione del carattere nazionale, ed. Laterza).

Lo diciamo non per pedanteria cronologica, bensì per ricordare che Italia, italiani, italianità non sono idee inventate nell’Ottocento. La Patriarca riconosce che «il discorso del carattere italiano ha una lunga storia intellettuale alla quale nel corso dei secoli hanno contribuito sia gli italiani che gli stranieri», ma ritiene che fra gli italiani questo discorso «affiorò inizialmente verso la fine del secolo XVIII nel contesto dell’Illuminismo e come componente di un patriottismo nazionale incipiente». Peggio ancora, «il discorso sul carattere» non si riferiva, in effetti, alla realtà del popolo italiano, ed era, invece, condotto «con le preoccupazioni e con i progetti delle élites nazionali/nazionaliste»

Ma il richiamo alla fine del secolo XVIII e l’estraneità del discorso alla realtà italiana sono più che discutibili. La connessione del «discorso sul carattere» con il Nation-building (un’ossessione storiografica, e neppure la peggiore, degli ultimi tempi) è anch’essa un elemento di distorsione. Le nazioni non sono il risultato di una costruzione, più o meno artificiosa, di intellettuali e politici. Esse sono e si costruiscono da sé, prima, durante e dopo il cosiddetto Nation-building, del quale sono perciò la premessa, e largamente lo trascendono. Il cosiddetto Nation-building è una presa di coscienza o, meglio, di maggiore coscienza ben più che una costruzione.

Queste riserve non tolgono che il libro della Patriarca sia di grande interesse, con un buon contributo al tema che tratta e con molte aperture di prospettive poco consuete nella storia ideologica dell’Italia contemporanea. Vi ricorrono i nomi dovuti (quasi assenti, però, alcuni: Cattaneo, Carducci), prospettati in modo persuasivo e attraente. In fondo, il punto principale rimane sempre quello del famoso detto del d’Azeglio: «fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani».

Era errato. Gli italiani c’erano da secoli. Quel che bisognava fare era proprio l’Italia intesa come unità politica nazionale in regime di libertà; come Paese e Stato moderno nelle sue strutture e infrastrutture; come soggetto attivo, rilevante e autonomo della politica e dell’economia internazionale; come società liberale e moderna nelle sue mentalità e nei suoi comportamenti. Una tale Italia è finora in gran parte ancora da fare; e il libro della Patriarca aiuta a capirne meglio il perché.

È sintomatico, intanto, e viene qui ben rilevato, come il discorso sul carattere italiano verta per lo più sulla sua cattiva qualità civile e morale, e sugli esiti deteriori a cui esso condanna la storia del Paese. Perfino il positivo che si vede nell’italiano inclina a un’amplificazione o invenzione distorcente e dannosa nella vita nazionale, con una retorica spesso odiosa, e non contribuisce, quindi, a meglio conoscere e indirizzare la realtà. Alla fine non si può non chiedersi come abbia fatto l’Italia unita a tenersi in piedi e diventare un Paese dei G8 (o quanti siano) di oggi, con un peso e un’influenza nel mondo alquanto superiori che nei due secoli precedenti. E anche le pagine della Patriarca confermano l’esigenza di una risposta a questa domanda.

Il capitolo sul periodo fascista è tra i migliori. Mussolini dové prendere atto che gli italiani sono «una sostanza difficile da modificare», e lo sono appunto perché esistono da secoli. Per il periodo post-fascista si sarebbe, invece, voluto qualcosa di più. Forse anche per ciò la conclusione è un po’ banale. Occorreranno, per l’emergente Italia multiculturale, «nuovi vocabolari e nuove forme d discorso pubblico, meno autoreferenziali e più aperte al mondo esterno», con «una riconsiderazione critica di vecchi miti nazionali e abitudini discorsive». Occorre, cioè, quel che occorre sempre, multiculturale che sia o non sia il Paese, e non solo in Italia.

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