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Il mondo messo a fuoco

Il mondo messo a fuoco
Il mondo messo a fuoco
Storie di allucinazioni e miopie filosofiche
- disponibile anche in ebook
Edizione: 2010
Collana: i Robinson / Letture
ISBN: 9788842092056
Argomenti: Filosofia contemporanea: storia e saggi
  • Pagine: 216
  • Prezzo: 16,00 Euro
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In breve

Prima o poi viene il momento di inforcare gli occhiali: per non pensare che nel mondo ci sia solo quello che riusciamo a immaginarci, e per non illuderci che ci sia tutto quello che ci immaginiamo noi.

 

All’inizio c’è il mondo. Non è tutto uguale: qui è caldo, lì è madre, là è rumore. Ben presto cominciamo a distinguere e a riconoscere: di nuovo caldo, ancora madre, altro rumore! Ciononostante, tutte queste cose appaiono inizialmente del medesimo conio, mere porzioni di quel tutto che è. Solo col trascorrere del tempo questo tutto si veste di forme: gli oggetti si staccano dallo sfondo e acquistano una loro individualità; le sensazioni acquisiscono contorni definiti; i rumori cambiano a seconda delle cose che ci circondano. Cominciamo a fare e a prevedere. Cominciamo a dare nomi, a usare verbi, a dipingere aggettivi. Questo nostro meraviglioso evolverci è materia di studio per gli psicologi e i biologi, ed eventualmente per i sociologi.

Ma per il filosofo esso è soprattutto fonte di un’ambiguità profonda e ancora più misteriosa, diciamo pure di un dilemma: stiamo imparando a riconoscere la struttura del mondo o stiamo imponendo al mondo una certa struttura? È la realtà che poco per volta ci rivela i meccanismi secondo cui è organizzata, o siamo noi a organizzare il flusso informe e continuo della nostra esperienza?

Indice

Prologo. Che cosa c’è e che cos’è con Maurizio Ferraris - Prosieguo - Prima missiva. Il mondo messo a fuoco - Seconda missiva. Esperienze di confine - Terza missiva. Problemi d’identità - Quarta missiva. Gli occhiali del senso comune - Quinta missiva. «An sit» e «quid sit» - Epilogo. Il piano di un Quadrato - Annotazioni - Fonti e ringraziamenti - Indice analitico

Leggi un brano


All’inizio c’è il mondo. Non è tutto uguale: qui è caldo, lì è madre, là è rumore. Ben presto cominciamo a distinguere e a riconoscere: di nuovo caldo, ancora madre, altro rumore! Ciononostante, tutte queste cose appaiono inizialmente del medesimo conio. Esse sono, nelle parole di Willard Quine, mere manifestazioni del nostro sporadico incontro col mondo, porzioni di quel tutto che è. Solo col trascorrere del tempo questo tutto si veste di forme: gli oggetti si staccano dallo sfondo e acquistano una loro individualità, cadono, si rompono, si muovono, scompaiono e ricompaiono; le sensazioni acquisiscono contorni definiti, si ripresentano, si assomigliano nel ricordo; i rumori cambiano a seconda delle cose che ci sono. Cominciamo a fare e a prevedere. Cominciamo a dare nomi, a usare verbi, a dipingere aggettivi. Questo nostro meraviglioso evolverci è materia di studio per gli psicologi e i biologi, ed eventualmente per i sociologi. Ma per il filosofo esso è soprattutto fonte di un’ambiguità profonda e ancora più misteriosa, diciamo pure un dilemma: stiamo imparando a riconoscere la struttura del mondo o stiamo imponendo al mondo una certa struttura? È la realtà che poco per volta ci rivela i meccanismi secondo cui è organizzata, o siamo noi a organizzare il flusso informe e continuo della nostra esperienza?

Non è un’esagerazione affermare che la storia della filosofia è in buona misura la storia di questo dilemma. È la storia di due visioni opposte i cui alfieri oscillano, nei modi e nelle strategie argomentative se non proprio nelle convinzioni più estreme, tra l’Hylas e il Philonous dei Tre dialoghi di George Berkeley. Hylas è il filosofo realista: la visione di cui assume le difese riflette una metafisica robusta, vicina al senso comune, fondata sulla duplice persuasione che il mondo sia strutturato in entità di vario genere e a vari livelli e che sia compito della filosofia, se non della scienza tutta, «portare alla luce» tale struttura. Philonous, per contro, è il filosofo antirealista (ma non per questo idealista): la sua è una metafisica scarna, asciutta, e nasce dal convincimento che buona parte della struttura che siamo soliti attribuire alla realtà esterna risieda a ben vedere nella nostra testa, nelle nostre «pratiche organizzatrici», nel complesso sistema di concetti e categorie che sottendono alla nostra rappresentazione dell’esperienza e al nostro bisogno di rappresentarla in quel modo.

Il dialogo con cui si apre questo libro, scritto a quattro mani con Maurizio Ferraris, esemplifica i motivi e le ramificazioni di questo confronto nei termini in cui ci piace pensare che continui a richiedere una presa di posizione. Non posso dire fino a che punto Maurizio si immedesimi nella parte di Hylas, benché il merito di aver trovato le parole con cui il filosofo realista esprime il proprio credo sia tutto suo. Per parte mia posso comunque dire di provare più simpatia per le tesi opposte, quelle di Philonous, o almeno per il modo di mettere a fuoco il mondo che in quelle tesi trova espressione. Nei sei saggi che fanno seguito al dialogo, ciascuno in forma epistolare, cerco di spiegare le ragioni di questa mia simpatia.

Recensioni

Stefano Bartezzaghi su: La Repubblica (27/02/2010)


Il filosofo Achille C. Varzi non è nuovo ai titoli ambigui: ha avuto anche la ventura di trovare in un elenco di libri pornografici un trattato che aveva scritto assieme al collega Roberto Casati. Il titolo era: Buchi (e altre superficialità). Ora avrebbe altrettanto torto chi dovesse catalogare l'ultimo libro di Varzi, Il mondo messo a fuoco (Laterza) nella manualistica per piromani, pensando a un ritorno della filosofia più barricadiera (o, chissà, sognandolo).

È proprio nel campo della catalogazione del mondo che Varzi intende compiere una rivoluzione, senza combustioni ma non poco radicale. In questo libro si chiede, cioè, se alla definizione (anche nel senso della «messa a fuoco» fotografica) degli oggetti concreti non occorra aggiungere alle usuali tre dimensioni spaziali una dimensione in più: quella temporale. Cinque capitoli, scritti in forma di missiva, sviluppano i temi di un dialogo preliminare con Maurizio Ferraris. Nel prologo dialogato i due filosofi, Varzi e Ferraris mettono in scena i protagonisti dei Dialoghi di Berkeley, Hylas e Philonous, pur avvisando che le opinioni espresse da questi personaggi non corrispondono esattamente né alle opinioni che propugnano in Berkeley né alle proprie. Questa ricerca continua di interlocuzione, anche fittizia, e di forme espressive variegate non è tra i risultati meno importanti del lavoro filosofico di Varzi.

Francesco Berto su: Il Manifesto (10/03/2010)


«La distruzion de' frulloni e delle madie, la devastation de' fomi, e lo scompiglio de' fornai, non sono i mezzi più spicci per far vivere il pane; questa è una di quelle sottigliezze metafisiche, che una moltitudine non ci arriva. Però, senza essere un gran metafisico, un uomo ci arriva talvolta alla prima, finch’è nuovo nella questione; e solo a forza di parlarne, e di sentirne parlare, diventerà inabile anche a intenderle». Così Manzoni si lagnava nei Promessi sposi dell'inutilità dei discorsi metafisici: contadini e fornai si destreggiano con forni, pane e patate, senza bisogno che il metafisico arrivi a insegnargli qual è lo statuto ontologico di queste cose.

La metafisica dei tempi di Manzoni aveva molte cose da dire su pane, patate e granturco. Quella di oggi? Il problema è pressante: il pane e il puré che mangeremo fra poco potrebbero essere fatti di cose un po’ diverse dal grano e dalle patate che ci sono familiari. È notizia di pochi giorni fa che la Commissione europea ha aperto le porte dell'Unione agli organismi geneticamente modificati. Al centro del dibattito sta l'ammissione di Amflora, la superpatata prodotta dalla multinazionale Basf, oltre a tre specie di mais modificato della Monsanto.

È anche notizia recente l'uscita per Laterza del Mondo messo a fuoco. Storie di allucinazioni e miopie filosofiche, un libro di Achille Varzi — tra i metafisici più citati al mondo, e fra i pochi filosofi di livello davvero internazionale rimasti alla filosofia italica — che promette di aggiungere conoscenza anche su cose come le patate e il mais. Si apre con un dialogo fra due filosofi immaginari, Hylas e Philonous, le cui posizioni corrispondono a quelle del filosofo Maurizio Ferraris e di Varzi stesso, e prosegue con una serie di missive a Hylas, in cui Philonous-Varzi espone con coraggio intellettuale la propria visione del mondo. Si parte da una classica questione filosofica: quando conosciamo le cose che ci circondano, stiamo «imparando a riconoscere la struttura del mondo o stiamo imponendo al mondo una certa struttura?». È la realtà a svelarci confini e leggi che la organizzano del di dentro, o siamo noi a ordinare la realtà imponendogliele?

Per capire l'importanza della questione (e soprattutto, il nesso con le patate) occorre risalire ad Aristotele, il papà della metafisica. Aristotele riteneva che questa fosse la disciplina che studia l'«essere in quanto essere», ossia le cose. Non questo o quel tipo specifico di cosa, come la biologia studia le cose animate, la psicologia le cose mentali, l'astronomia quelle celesti: le cose in quanto cose, nelle loro caratteristiche più in generale. Per Aristotele, e per molti dopo di lui, la metafisica era la regina delle discipline filosofiche. E lo scopo del Mondo messo a fuoco è indurci a inforcare buoni occhiali metafisici per vedere le cose come stanno: «per non pensare che nel mondo ci sia solo quello che riusciamo a immaginarci, e per non illuderci che ci sia tutto quello che immaginiamo noi», recita la quarta di copertina.

Cos'ha da dire allora la metafisica intorno a superpatate, Ogm e multinazionali? Aristotele riteneva che le cose del mondo naturale avessero una essenza, o — per l'appunto — una natura: un pacchetto di proprietà fondamentali che non potevano essere alterate, perché, facendolo, non avremmo più avuto quelle cose. Più complicata era la questione dell'essenza di oggetti artificiali come tavoli e forni. Ma su cose come gli alberi, gli uomini e le patate, Aristotele era stato chiaro: l'essenza di una cosa ne determina l'identità, è ciò per cui una cosa è quello che è, e non qualcos'altro. Ad esempio, essere magro e capelluto sono mie caratteristiche accidentali, non essenziali: potrei ingrassare e diventare calvo e, dopotutto, sarei sempre io. Ma potrei io cessare di essere un essere umano? Potrei essere un cocker spaniel, o una patata, o un sanpietrino? L'intuizione alla base dell'essenzialismo dice di no: se fossi una patata, non sarei (più) io. Essere un animale umano fa parte della mia natura, che non si può cambiare senza perdere la mia identità. Così intesa, la metafisica ha un impatto ideologico e morale diretto: se certe caratteristiche delle cose sono essenziali e immodificabili, è vano tentare di sbarazzarsene. Chi ci prova si mette contro la natura stessa dell'essere. Incorporato nella tradizione cristiana da San Tommaso d'Aquino, l'essenzialismo è stato per secoli il braccio armato filosofico della religione (quando il papa dice che l’omosessualità è «contro natura», la nozione di natura a cui si appella è quella messa a punto dall'essenzialismo aristotelico-tomistico).

Che la metafisica tradizionale abbia perso mordente, è storia: la prospettiva di Aristotele e Tommaso è stata intaccata da cose come la rivoluzione scientifica, la filosofia di Nietzsche, il darwinismo e il postmodernismo. Eppure, nel XX secolo l'essenzialismo ha trovato un inatteso alleato in alcune filosofie di area analitica, come quelle di Hilary Putnam e Saul Kripke. Risultati ottenuti in discipline astratte, quali la logica modale e la semantica, avevano avuto la sorprendente conseguenza di riportare in auge la vecchia idea che ci fosse un'essenza o natura delle cose. Nella nuova variante della teoria, beninteso, toccava alle scienze stabilire quali fossero le essenze, non alla filosofia o alla religione. L'essenza dell'acqua — esempio di Putnam — è la sua composizione chimica. La natura dell'acqua è di essere H2O; se qualcosa che sembra acqua, sa di acqua e non è tuttavia H2O, quella sostanza non può essere acqua.

L'accertamento delle essenze avveniva a posteriori, in modo fallibile. Per i nuovi essenzialisti del secolo scorso, se Silvio Berlusconi è un uomo, lo è necessariamente. Ora ci si potrebbe sbagliare sulla sua umanità: visto da fuori ha l’aria di un uomo, ma potremmo aprirlo e scoprire che è un automa, e al posto di cuore e reni contiene ingranaggi e circuiti. Se però Berlusconi è un uomo, allora non potrebbe non esserlo, ossia lo è per natura, essenzialmente. Si concede che la natura umana non sia l'anima immortale della religione. Piuttosto, l'essenza dell'uomo, come quella della patata, dev’essere codificata nel genoma: in qualcosa che tocca alle scienze investigare. Resta però l'idea essenzialista: alterare quel genoma è produrre una cosa che non può essere un uomo. Idem con (o per le) patate: quando Basf o Monsanto alterano i geni di una patata a di un chicco di mais, producendo Nk603 o Amflora, queste cose non appartengono allo stesso genere naturale della patata e del mais coltivate dal contadino caro al ministro Luca Zaia.

Ma lo scopo dichiarato del Mondo messo a fuoco, nelle parole di Varzi, è «la disinfestazione dal morbo dell'essenzialismo di cui sono malate (queste) metafisiche».

L'essenzialismo, secondo Varzi, è un caso di miopia metafisica — un caso di ascrizione al mondo in sé di quello che fa soltanto parte del nostro modo di strutturarlo. Philonous-Varzi sostiene una metafisica schiettamente convenzionalista: «Buona parte della struttura che siamo soliti attribuire alla realtà esterna risiede a ben vedere nelle nostre 'pratiche organizzatrici'. Nel mondo convenzionale del riduzionista Philonous non ci sono cose che sono essenzialmente quello che sono, come avveniva nel rassicurante mondo aristotelico. Ci sono solo le particelle subatomiche di cui ci parla la fisica moderna, che si possono aggregare in vari modi. Non che patate, mais, animali e persone non esistano proprio. Ma queste cose non sono altro che («Questo non è altro che quello» è il marchio di fabbrica del riduzionismo in filosofia) particelle subatomiche disposte così e cosà, prive di natura intrinseca. Noi ritagliamo certe porzioni di realtà che ci interessano — quelle che patateggiano, o personeggiano, o granturcheggiano: «Il mondo potrebbe essere il risultato di aggregazioni e reazioni puramente caotiche, nelle quali cerchiamo di mettere ordine con le nostre parole», dice Philonous. Questo ordine è de dicto, come dicono i filosofi: è segnato dalle nostre parole e convenzioni. Ma là fuori non ci sono confini di natura, o de re, che demarchino cose che sono essenzialmente patate (o acqua, o alberi, o mais, o Homo sapiens). «L'essenza è nella grammatica», diceva Wittgenstein.

Allora, il confine fra naturale e artificiale in genetica sfuma di fronte all'impossibilità di rispondere alla domanda di Philonous: «come tracciamo il confine fra le proprietà 'essenziali' e quelle 'accidentali'?». Dopotutto, dirà il convenzionalista, se per «ingegneria genetica» intendiamo la modificazione indotta dagli uomini dei caratteri genetici, allora l'ingegneria genetica è antica quanto noi: il cocker spaniel di casa, o la tal variante di orchidea, sono il risultato di selezioni e incroci operati da generazioni di contadini e allevatori (abbiamo prodotto 110.000 ibridi di orchidee in un secolo e mezzo, ci ricorda Varzi); non parliamo di cose come il bardotto o il mandarancio. Le tassonomie sono modi di organizzare e ritagliare la realtà; non vanno prese per caratteristiche intrinseche dell'essere.

Ora torniamo alla superpatata, e vediamo che ne è della metafisica se Varzi ha ragione. Supponiamo che uno voglia opporsi all'intenzione della Basf o della Monsanto, di infiltrargli nel frigorifero cose che queste multinazionali etichettano come «patate» e «mais». Potrebbe trovare qualche appiglio nella metafisica di Varzi? No. Stante il «senso convenzionalista della cosa», non ci sono limiti a priori — filosofici, metafisici — a chiamare «patata» una cosa che non si troverebbe in natura, e il cui codice genetico non è proprio quello delle patate del contadino di Zaia. Una metafisica convenzionalista apre le porte all'illimitata modificabilità della realtà.

L'ontologia di Varzi implica che il signor Basf può fare quel che gli pare? A questa accusa (posto che la veda come tale) Varzi può dare due risposte. La prima (nel suo libro esplicita) dice che non tutti i modi di ritagliare il reale sono ugualmente buoni. Nessuno si metterebbe a considerare seriamente cose come le psatate (quegli oggetti intermittenti che il pomeriggio coincidono con le patate nel frigo, mentre la sera coincidono con le patate sulla tavola), o i trocchini (quegli oggetti spezzettati fatti dalla parte anteriore di una tro-ta e dalla parte posteriore di un ta-cchino: questi ritagli sono troppo bizzarri e inutili per interessarci. Ma questa è una risposta debole: Varzi non può fornire criteri stabili per fissare cosa patateggia (o personeggia, o tavoleggia). Può solo indicare casi negativi eclatanti come i trocchini, a testimonianza del fatto che ci sono modi inaccettabili di ritagliare la realtà. Resta che, dal punto di vista metafisico, ogni ritaglio è convenzionale quanto ogni altro. E non si può sapere quali ritagli ci interesseranno un domani.

La seconda replica non è esplicitamente contenuta nel libro di Varzi; ma è ciò che risponderei io se fossi al posto suo. Una volta che la metafisica ha stabilito che di criteri a priori per patateggiare o personeggiare non ce ne sono, il suo compito tradizionalmente filosofico è esaurito. Quello che resta è il dibattito su questioni meno astratte, come l'opportunità di lasciar diffondere o meno ritagli di realtà che patateggiano al modo dell'Amflora. La patata Basf ci aiuterà a risolvere la fame nel mondo? O ci farà venire un tumore? Arricchirà il signor Basf a spese del contadino di Zaia? È su queste domande che si decide se l'Amflora è cosa buona. Ma queste non sono più domande metafisiche, che Manzoni avrebbe trovato oziose. Il destino delle patate Ogm non è per Varzi diverso da quello degli orari ferroviari: «Se ci ritroviamo con un orario che non funziona bene, lo modifichiamo. Se una convenzione non risponde alle nostre aspettative, la sostituiamo con un'altra che si spera migliore. Idem per le cosiddette leggi di natura».

Il compito della (nuova) metafisica ora è sgomberare il campo dalle pretese della (vecchia) metafisica, di immischiarsi in faccende che non la riguardano, lasciando forse più spazio ai contadini e ai fornai di Manzoni.

Armando Massarenti su: Il Sole - 24 ore (25/04/2010)


È davvero raro che oggi si faccia filosofia in forma di dialogo. Di un dialogo vero, non tra sordi, in cui a confrontarsi siano due articolate posizioni filosofiche, e non due personaggi, magari due superstar della filosofia in cerca di seguaci, armati più che di argomenti di opposte retoriche. Per inscenare un dialogo vero, produttivo, profondo, con argomentazioni e controargomentazioni, in realtà è molto meglio affidarsi a personaggi o a situazioni fittizie, come da sempre sanno filosofi e scienziati, da Platone, a Galileo, a Hume, su su fino a Feyerabend. Hylas e Philonous, il realista e l'antirealista immortalati da George Berkeley nel '700, si sono reincontrati qualche anno fa, interpretati da Maurizio Ferraris e da Achille Varzi. Certo, tre secoli di storia li hanno profondamente mutati, e ora disquisiscono di ontologie e di visioni del mondo assai più mature e articolate, passando per i deserti di Quine e per le foreste di oggetti di Meinong. Per Philonous (come per Quine) non esistono tavoli, sedie o persone (oggetti «di media taglia», direbbe Hylas, che condividono il nostro spazio «ecologico», insieme a «oggetti sociali», leggi pratiche, istituzioni, che noi stessi creiamo), ma solo particelle che «tavoleggiano», «sedieggiano» o «personaleggiano». «Ma come la mettiamo col fatto che il tavolo è sporco di marmellata?», obbietta Hylas. «Ci sono particelle che tavoleggiano e altre che marmellateggiano», risponde Philonous: dire «il tavolo è sporco» è solo «una comoda pratica linguistica». «E perché diciamo che è il tavolo a essere sporco, e non la marmellata?», lo incalza Hylas. «Questo dovremmo chiederlo agli psicologi», ribatte Philonous delimitando il compito dell'ontologia, anche se Hylas non è affatto convinto che questa sia la risposta più soddisfacente rispetto alla questione «Che cosa c'è e che cos'è», titolo al dialogo che rimanda alla distinzione tra ontologia e metafisica di Tommaso d'Aquino: l'ontologia cerca di redigere il «catalogo» di tutto l’esistente (an sit), mentre la metafisica si occupa di stabilire che cos'è quello che c'è (quid sit), «ovvero di specificare la natura degli articoli inclusi net catalogo». Achille C. Varzi, che insegna Logica e Metafisica alla Columbia University di New York, a partire da quel dialogo, ha scritto Il mondo messo a fuoco. È come se si fosse calato nella parte di un raffinato signor Ficcanaso (il personaggio che si intrometteva nei dialoghetti raccolti in quel gioiellino di divulgazione filosofica che è Semplicità insormontabili, scritto da Varzi con Roberto Casati), che riprende e si sofferma sugli argomenti dei due interlocutori in cinque lunghe lettere indirizzate a Hylas. Il quale diventa l'interlocutore immaginario da cui prendere le distanze per chiarire meglio la propria posizione. Ciò che sta a cuore a Varzi è l'ipotesi antirealista (ma non idealista!) che ci permette di superare sia le allucinazioni filosofiche, proprie di quelle ontologie che ci inducono a vedere più cose rispetto a quelle che esistono, sia le miopie, che ce ne fanno vedere troppo poche. Tenendo conto di un dilemma di fondo: «stiamo imparando a riconoscere la struttura del mondo o stiamo imponendo al mondo una certa struttura? È la realtà che poco per volta ci rivela i meccanismi secondo cui è organizzata, o siamo noi a organizzare il flusso informe e continuo della nostra esperienza?». Le simpatie di Varzi vanno naturalmente a Philonous. Maurizio Ferraris, più vicino a Hylas, ha invece scritto la lettera a Philonous qui pubblicata. Ma, beninteso, né le posizioni di Ferraris né quella di Varzi corrispondono esattamente con quelle dei due personaggi. Così il dialogo continua.

Maurizio Ferraris su: Il Sole - 24 ore (25/04/2010)


Caro Philonous, vorrei dirti quanto importante trovi il tuo lavoro, e quanto ti sono riconoscente per l'importanza che concedi al mio lavoro. Ma soprattutto questo secondo lato interessa poco i lettori, te l'ho scritto in una lettera privata, e vengo a quelli che secondo me sono i punti di divergenza, che per semplicità riassumo in tre coppie: la miopia e la visionarietà, l'ontologia e l'epistemologia, i deserti e le giungle.

Incomincio da miopia e visionarietà. Tu dici: ci sono filosofi che prendono per vere anche le loro allucinazioni (e questi sono i postmoderni) e altri che credono di vedere solo quello che vedono i loro occhi, e magari sono più delle talpe che delle linci (e tra questi ci sono, per esempio, io). Come nella vecchia pubblicità «liscia gassata o Ferrarelle», suggerisci che bisogna trovare un giusto equilibrio, mettere a fuoco il mondo senza cedere né alla miopia né alle allucinazioni. Ma la verità è che sei sbilanciato nel senso della visionarietà, si capisce che è quello che ti interessa, d'altra parte non sei Philonous per niente. Tutto sommato, il tuo eroe filosofico è il replicante di Blade Runner, quello che dice: «Ho visto cose che voi umani non potreste immaginarvi». Certo. E chi non vorrebbe non vederne, di questo cose? Credimi, anch'io ci terrei. Ma resta che (come suggeriscono i corvi in Dumbo). «Ne ho viste tante da raccontar, giammai gli elefanti volar». Come la mettiamo? Proprio la distinzione tra ontologia ed epistemologia, che io difendo, mi sembra permettere una via d'uscita.

Mi spiego. Anche in questo libro, come in altri tuoi lavori, proponi una distinzione tra l'ontologia, come dottrina di ciò che c'è, e la metafisica, come dottrina che ci dice un po' di più, ossia che ci spiega che cos'è quello che c’è. Ora, capisco che cosa intendi: da una parte, c'è il puro essere, il fatto che qualcosa ci sia; dall'altra ci sono appunto le caratteristiche di questo qualcosa. Ma, se è così, perché non puntare più esplicitamente, come propongo io, sulla distinzione tra ontologia (che, d'accordo con te, è la dottrina di quello che c'è) ed epistemologia, come dottrina di ciò che siamo giustificati a credere, o, quando ci va bene, sappiamo, a proposito di quello che c'è? Il vantaggio sarebbe di giocare a carte scoperte: non c'è il mondo del miope e quello dell'allucinato, c'è lo stesso mondo che si presta a descrizioni miopi (quelle del senso comune), a descrizioni ipermetropi (quelle della scienza, e ovviamente anche della filosofia, che è sempre autorizzata, se occorre, a distaccarsi dal senso comune) e a descrizioni allucinate (quelle dei film di fantascienza, dei postmoderni e dei solipsisti incalliti). Insomma, c'è un mondo e uno (o più) saperi rispetto al mondo. E ci sono anche molti non saperi, o credenze sbagliate, ma anche questo lo si sa. Ora, quello che c'è, l'ontologia, non è soggetto a convenzioni e a schemi concettuali. In realtà nemmeno ad apparati percettivi. Ma quello che sappiamo a proposito di quello che c'è invece se ne serve, eccome. Tu ci tieni moltissimo, e anch'io. Una volta che abbiamo capito cos'è l'ontologia, possiamo benissimo sviluppare una epistemologia allargata, che cioè non si riduca alla fisica, come pensavano tanti filosofi nel Novecento. Solo che, fin quando parliamo di fisica, l'epistemologia non produce oggetti, mentre se parliamo del mondo sociale, dove l'esistenza degli oggetti dipende dalla consapevolezza e degli schemi concettuali dei soggetti, allora abbiamo una epistemologia che è anche ontologicamente produttiva.

Quando decido che esiste l’Iva (e se ho il potere di farlo), allora c'è un ente in più nel mondo. E da questo punto di vista gli esseri umani sono estremamente creativi, molto di più di quanto non lo siano quando, per disperazione, inventano la classe dei monotremi per metterci gli ornitorinchi. La mia idea, alla fine, il mio essere Hylas ma anche un po' Azzeccagarbugli, sta tutta qui: non c'è contraddizione tra l'insistere sulla inemendabilità degli oggetti naturali e il porre una classe di oggetti sociali che invece dipendono dai soggetti. Se sul piano degli oggetti naturali ti sembro miope, sul piano degli oggetti sociali mi sembra di vederci abbastanza bene, e da questo punto di vista siamo davvero molto vicini: tu (come Quine) ami i deserti, eppure ti appassioni a oggetti e a eventi come i baci e le capriole, dunque ti trovi dalla mia stessa parte, che è poi quella della giungla di Meinong, della fioritura ontologica, che però, ripeto, si applica in modo ontologicamente costruttivo solo agli oggetti sociali, mentre per gli oggetti naturali può essere solo ricostruttiva (come per l'appunto quando decido di classificare un animale da una parte o dall'altra). Potremmo anche scrivere un libro assieme, il titolo c’è già, Per deserti e per foreste, come il romanzo di Sienkiewicz.

Ermanno Bencivenga su: tuttoLibri (07/08/2010)

L’ambito di manovra di Achille Varzi ne Il mondo messo a fuoco, è assai limitato. Per un verso, bisogna rimanere alla larga da «quell’estremismo postmoderno che finisce col sostituire completamente i fatti con le interpretazioni»; per l’altro, bisogna evitare il realismo ingenuo (spesso rappresentato, nella pratica pubblica di Varzi, dal suo interlocutore Maurizio Ferraris) di chi ritiene che il mondo contenga gli oggetti sanciti dal buon senso (per esempio, tavoli e sedie) e che compito della filosofia sia elaborarne un preciso catalogo (in ossequio a Platone, «smembrare l’essere seguendone le nervature naturali»). Né Varzi può accettare il compromesso di Eco in base al quale, sebbene molti diversi «tagli» siano possibili smembrare l’essere, non tutti lo sono. È abbastanza lucido da rendersi conto che dal fatto che nessuno affetti un vitello offrendo insieme l’estremità del muso e della coda non segue che ci siano leggi di natura che lo impediscano. La scelta fra un taglio e un altro, per lui – fuor di metafora, fra varie descrizioni del mondo – ha un carattere convenzionale; in qualche modo, però, dal cilindro delle convenzioni dovrebbe saltar fuori il coniglio di una realtà che sfugga all’esecrato relativismo postmoderno.

Lo strumento principale per un simile miracolo è la distinzione fra ontologia, che ci informerebbe su che cosa esiste, e metafisica, che chiarirebbe invece che cos’è ciò che esiste. L’ontologia affermerebbe che esistono tavoli e la metafisica spiegherebbe che un tavolo è un elemento del mobilio, oppure uno sciame di particelle, oppure ancora un’entità quadridimensionale che comprende tutte le vicissitudini spazio-temporali da noi comunemente incluse nella storia di un tavolo.

Mettendo a frutto questa distinzione, possiamo realizzare un efficace divide et impera: collocare il relativismo nella metafisica, dove anzi siamo invitati a non sentirci costretti da alcuna presunta ovvietà e a sforzarci di immaginare mondi a cinque o sei dimensioni, mentre asseriamo in ontologia che «tutte le mappe che disegniamo sono sempre e comunque mappe dell’unica e medesima realtà che ci circonda».

Il problema con la distinzione è che è troppo efficace: rende la realtà troppo sicura da ogni errore (infalsificabile, direbbe Popper) e quindi anche vana. Quel che ne pensiamo e diciamo nella vita quotidiana (che il tavolo è sporco, che la Pianura Padana ha certi confini, che il sole sorge e tramonta) è falso; ma ciò non le impedisce di fungere da solido quanto misterioso fondamento del nostro pensiero e discorso. Ci sarebbe la scienza, per cui Varzi ha grande rispetto (pur se la scienza cui fa riferimento è più quella di Galileo che quella di Heisenberg); ma anch’essa può sbagliare e ha sbagliato, e non è chiaro che cosa autorizzi a parlare di un «progresso scientifico», per il quale, ci viene detto con tono edificante, occorrerebbe pagare un prezzo, a fronte dell’arcana ineffabilità dell’essere. Varzi insiste che sta solo cercando di stabilire come sia possibile l’esistenza di una realtà autonoma; ma la sua posizione corre il rischio di ridursi al qualunquismo di chi, allargando le braccia, sentenzia che «tutto è possibile», e a conferirgli maggiore sostanza sembra non rimanga altro che un atto di fede.

Non so se esista un inarrestabile progresso scientifico; sono certo che non esiste una sua variante in filosofia e che crederlo è una manifestazione di (cripto)hegelismo. Il dibattito fra realismo ingenuo e antirealismo postmoderno che tormenta Varzi è lo stesso che ispirò la rivoluzione copernicana di Kant, una rivoluzione che è a tutt’oggi lettera morta. Fu Kant a mostrare come il realismo trascendentale (che concepisce il mondo a partire da oggetti indipendenti dall’esperienza) conduca inevitabilmente all’idealismo empirico (cioè alla tesi che il mondo sia costituito da idee – o da interpretazioni): i due contendenti sono facce della stessa medaglia.

Prima di chiederci che cosa esiste o che cos’è quel che esiste, ammoniva il saggio di Königsberg, dovremmo fornire una nuova risposta alla domanda «che cosa vuol dire esistere». Altrimenti, continueremo a dibatterci senza speranza in uno spazio di manovra che, lungi dall’avere cinque o sei dimensioni, non ne ha proprio nessuna.

 

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0 # 26-07-2011 12:18
La solitudine di Hylas e Philonous,

La distribuzione dei numeri primi è molto irregolare:
c'è una sola coppia di numeri primi “non separati” (2 e 3).
Ci sono numeri primi separati da un solo numero (come 3 e 5) e ci sono “deserti” privi di numeri primi. Per esempio, tra i numeri primi 31 e 37 c'è un deserto di 5 numeri non primi, “ma ci sono deserti ben più estesi”.

Credo che tra Hylas e Philonous ci sia giustamente questa separazione. Possiamo spiegarlo un po’ meglio immaginando che tra questi due c’è una "casetta" piena di numeri pari.
Penso che loro potrebbero scrivere un libro che già è stato pubblicato: La solitudine dei numeri primi, di Paolo Giordano.
 
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