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Destini di frontiera

Destini di frontiera
Destini di frontiera
Da Vladivostok a Khartoum, un viaggio in nove storie
- disponibile anche in ebook
Edizione: 2010
Collana: i Robinson / Letture
ISBN: 9788842092032
Argomenti: Attualità politica ed economica, Giornalismo
  • Pagine: 192
  • Prezzo: 15,00 Euro
  • Acquista

In breve

Un accattone bambino, nella giungla cambogiana, che parla dodici lingue. Una giovane manager d’assalto del Vietnam. Un uomo dal passaporto falso nelle miniere di giada della Birmania. Federico Fubini racconta le vite invisibili travolte dalle grandi correnti globali.

 

Un viaggio passo passo dall’Estremo Oriente a un Occidente altrettanto estremo, passando dal Golfo del Bengala e quindi dal Persico. Man mano che si avanza, le immagini da cartolina non tengono più: il mondo cambia così in fretta che ogni donna e ogni uomo ormai porta su di sé più di un’epoca e più di una cultura. È il segreto che trasforma il pianeta, popoli mai entrati in contatto si incontrano. L’era della grande ibridazione umana è iniziata. La si legge negli occhi delle persone per migliaia di chilometri: dalla taiga russa a un passo dalla Corea del Nord alle celle d’acciaio che imprigionano certi strani ‘cinesi’ nelle carceri di Guantánamo. Tra cronaca e racconto, in queste pagine troveremo quel calderone di culture, interessi, vita, identità, che distingue l’oggi.

Indice

Introduzione - 1. A due passi dalla stazione finale della Transiberiana - 2. Durante la guerra, lavoravano in una fabbrica oltre il Fiume Rosso - 3. Sotto le case a palafitta, vicino al Mar cinese meridionale - 4. Le antenne paraboliche nei giardini di Bogyeke Ywa - 5. Interludio: quattro navi da guerra del Bangladesh - 6. Il Buriganga è un’arteria vitale di Dhaka - 7. Nel centro di Doha, il semaforo umano aveva appena cambiato turno - 8. Alla confluenza fra il Nilo Bianco e il Nilo Azzurro 9. In fondo a un vicolo dissestato, alla periferia di Tirana - Ringraziamenti - Indice dei luoghi

Leggi un brano


A due passi dalla stazione finale della Transiberiana, sette fusi orari e novemila chilometri a est di Mosca, l’insegna sbuca nella nebbia come un riassunto dell’ultimo secolo. «Caffè Nostalgia»: drappi rossi in stile pietroburghese, Rachmaninov accennato al piano, prugne e noci in panna acida, Nicola II e Alessandra d’Assia in cornice sul muro, mentre i siti web della capitale non smettono un attimo di dibattere la somiglianza fra l’ultimo zar e il presidente Dmitrij Medvedev.

Tutto perfetto, tutto imperiale nell’Estremo Oriente russo. Non fosse che le coppie di innamorati, sedute tête-à-tête a cena, sono cinesi: incursori più o meno ignari di una sfida tra i due grandi colossi emersi dal marxismo come nuovi protagonisti globali.

Per gli avventori dagli occhi a mandorla del Nostalgia, questa è «Manciuria esterna», e anch’essi trovano l’aria estiva qui sulla baia del Corno d’Oro irresistibilmente familiare. Più su, lungo la collina a strapiombo sul Pacifico, frotte di «delegazioni» dell’altra Manciuria, quella vera, invadono l’Hotel Vladivostok. Dopo cena, nella vecchia hall brezhneviana, uomini d’affari di Harbin o Dalian si sollevano la maglia sulla pancia, emblema di prosperità, massaggiandosela lentamente. Nelle sale da gioco, nei mercati di strada, nei bar niente affatto equivoci tanto ovvio è il loro uso: ovunque i cinesi brulicano. Alcuni si spingono in gita fino al porto, a passeggiare nei meandri di un vecchio sottomarino sovietico C-56 copertosi di gloria durante l’ultima guerra mondiale. Neanche i radar più avanzati degli incrociatori all’àncora poco più in là, benché non più malfermi e rugginosi com’erano dieci anni fa, sono ormai in grado di fermarli.

Circa ventimila cinesi lavorano stabilmente nella provincia. Dal confine, a 95 chilometri da Vladivostok, ogni giorno si registrano 18 mila ingressi dalla Repubblica popolare nello spopolatissimo Primorsky Krai, il «Territorio del Litorale», dove appena due milioni di russi vivono in stile quasi europeo nel cuore di una terra selvaggia e lontana.

Quando i primi coloni dello zar arrivarono qui, un secolo e mezzo fa, trovarono solo poche, sparpagliate tribù primitive d’aspetto mongolico. Zigomi alti e larghi, pelle olivastra, fessure affilate al posto degli occhi. Fa parte del mito del Far West zarista, che in realtà è ovviamente un Far East. Con l’orgoglio di chi ritiene di aver portato la civiltà, il museo di Vladivostok rappresenta gli indigeni in plastici a grandezza quasi naturale: li si vede sopravvivere al gelo in pelli di animali, pescare attraverso buchi nel ghiaccio in inverno, difendersi dalle tigri d’estate. Oggi di questi «indiani» della Siberia orientale si è persa ogni traccia: per loro non ci sono state riserve ma dispersioni e migrazioni forzate nel vasto spazio sovietico. Restano le tigri, perché fuori città la foresta non è molto meno selvaggia di allora. Ma non è di loro che si preoccupano i discendenti di quei primi coloni quando parlano della zholtaia ugroza, la «minaccia gialla».

In teoria qui comandano ancora gli eredi dei pionieri zaristi, gli avventurieri che alzarono la loro bandiera blu, bianca e rossa, e nel 1860 battezzarono Vladivostok con un nome che di per sé era uno schiaffo alla Cina: Vladei Vostokom, «controllo dell’Oriente».

Da allora, questo sarebbe sempre stato un avamposto europeo e un luogo strategico da proteggere. Nel dopoguerra e ancora per mezzo secolo, fino al 1992, la città verrà proibita persino ai russi non residenti, ma mantenuta eccezionalmente ben provvista di merci per i suoi cittadini, rinchiusi com’erano nel bunker della flotta nucleare sovietica sul Pacifico. La metropoli allora copriva 560 chilometri quadrati, di cui non più di novanta destinati agli ottocentomila civili. Il resto era tutto riservato all’esercito e alla marina.

Yury Avdeyev, un pacato economista che negli ultimi scampoli di perestroika fu vicepresidente del Consiglio dei deputati del Soviet, di quegli anni ricorda i rompicapo impossibili per ottenere un permesso perché sua madre potesse venire in visita dall’Ucraina. Una notte, si presentò in rada un solitario navigatore bulgaro impegnato a compiere il giro del mondo, e Avdeyev, con la complicità di pochissimi, dovette allestirgli un ormeggio clandestino.

Ma mai che a Vladivostok si sia vista una coda per il pane o per le uova, com’era normale in quegli anni a Mosca, a Kiev o a Leningrado. Erano i privilegi della città-fortezza, la roccaforte dell’uomo bianco nell’Estremo Oriente conquistato molte generazioni prima, quando l’impero dei Qing era debole e il trattato di Pechino del 1861 aveva assegnato le terre sulla riva sinistra dell’Amur ai Romanoff, in cambio di un vago sostegno russo nella guerra dell’Oppio.

Quell’anno, Pechino viveva sotto l’assedio anglo-francese. Per i cinesi l’accordo con lo zar passerà alla storia come il «trattato ineguale», e c’è voluto un secolo e mezzo punteggiato di guerre perché, nell’estate del 2008, i ministri degli Esteri Yang Jiechi e Serghej Lavrov chiudessero finalmente l’intesa sui 4.300 chilometri di confine comune.

La vecchia geopolitica è finita lì. La nuova sfida asimmetrica che Pechino va muovendo a Mosca in questo territorio nevralgico però è già partita, e porta tutti i segni di un’invasione postmoderna, creativa, condotta con mezzi non convenzionali.

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Commenti  

 
0 # 13-02-2012 15:11
Bravo Fubini. Ci hai dato la possibilità di conoscere altre realtà del mondo senza fare un passo ...
 
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