Password dimenticata?

Registrazione

Home > Catalogo > Schede > I ricercatori non crescono sugli alberi

I ricercatori non crescono sugli alberi

I ricercatori non crescono sugli alberi
I ricercatori non crescono sugli alberi
- disponibile anche in ebook
Edizione: 20102
Collana: Saggi Tascabili Laterza [333]
ISBN: 9788842091936
Argomenti: Attualità politica ed economica
  • Pagine: 134
  • Prezzo: 12,00 Euro
  • Acquista

In breve

A cosa serve la ricerca, perché finanziarla, cosa fanno i ricercatori, che relazione c’è tra ricerca e insegnamento, come riformare il sistema della ricerca e dell’università, a quali modelli ispirarsi. Due cervelli non in fuga denunciano la drammatica situazione italiana e cosa fare per uscire dalle secche della crisi. Perché su una cosa non c’è dubbio: se ben gestito, il finanziamento alla ricerca non è un costo ma l’investimento più lungimirante che si può fare per il futuro del paese e delle nuove generazioni.

 

Vai al sito: ricercatorialberi.blogspot.com

Indice

Introduzione - 1. Il dibattito su università e ricerca in Italia - 2. Un’università invecchiata - 3. Valutare la ricerca - 4. La ricerca negli enti pubblici - 5. Diagnosi e terapie - Conclusioni - Ringraziamenti

Leggi un brano


È interessante chiedersi se i problemi dell’università – ed i temi legati alla ricerca scientifica, dallo scenario energetico al cambiamento climatico, per fare degli esempi – siano affrontati e dibattuti dagli schieramenti politici in maniera seria ed approfondita. È chiaro che la discussione su queste tematiche non può essere affrontata solamente in un talk show televisivo a forza di battute ad effetto, ma richiede un’analisi rigorosa e dettagliata poiché la ricerca scientifica, fondamentale ed applicata, dovrebbe rivestire un ruolo strategico per il paese. A lungo andare lo sviluppo economico, sia da un punto di vista quantitativo che qualitativo, dipende dalla capacità di produrre innovazione: purtroppo in Italia vi è stata storicamente una scarsa considerazione per la ricerca scientifica sia da parte dei governi che da parte degli industriali, con alcune lodevoli eccezioni, sebbene più nel passato che ai giorni nostri.Esaminiamo, come esempio, ciò che è accaduto nelle ultime campagne elettorali. Agli inizi del 2006 il professore Enrico Bellone, direttore di una nota rivista italiana di divulgazione scientifica, «Le Scienze» – edizione italiana della rivista divulgativa «Scientific American» –, ha pensato di riproporre in Italia un’iniziativa della prestigiosa rivista britannica «Nature», tra le più influenti su scala mondiale per le questioni scientifiche, sia tecniche che politiche. Questa rivista, in occasione delle elezioni presidenziali statunitensi, prepara ogni volta una serie di domande sulla scienza e sullo sviluppo tecnologico che invia ai due candidati in modo che questi possano esprimere le loro proposte politiche al riguardo. In questo modo, le diverse posizioni dei due contendenti su questioni cruciali della ricerca scientifica e della tecnologia possono essere affrontate in maniera seria ed approfondita, permettendo ai lettori di capire quale sia l’atteggiamento dei due candidati. Il professor Bellone ha pensato di ospitare su «Le Scienze» un’analoga esposizione dei programmi sulla scienza, sull’università e sulla tecnologia dei due candidati a primo ministro alle elezioni del 2006, formulando dieci semplici domande. Prodi ha risposto e le sue idee sono state pubblicate a ridosso delle elezioni, mentre Berlusconi non ha mandato le sue risposte. Si potrebbe spiegare questo rifiuto di rispondere a «Le Scienze» con il disinteresse verso un mondo sentito come ostile, considerato inutile a fini politici, ma anche in quanto le modalità comunicative di questa rivista, un serio approfondimento riflessivo, sono opposte al suo stile di campagna elettorale. In effetti, lo scarso interesse, o la palese ostilità, per le questioni scientifiche ed universitarie si era reso evidente nelle scelte del secondo governo Berlusconi (2001-2005). Ricordiamo i tagli dei finanziamenti alle università, il blocco delle assunzioni che ha aggravato il problema del precariato scientifico e universitario, la ristrutturazione degli enti di ricerca che non ha tenuto in alcun conto la valutazione che di questi enti era stata appena fatta da un apposito Comitato di indirizzo per la valutazione della ricerca (CIRV). Va detto, però, che anche il breve secondo governo Prodi (2006-2008) non ha fatto sostanzialmente nulla per l’università e la ricerca, nonostante questi temi fossero stati al centro della campagna elettorale. Infine, per le elezioni del 2008 non vi è stato alcun accenno di discussione su tematiche connesse alla ricerca e all’università. I risultati si sono visti con l’attività del nuovo governo che ha provveduto subito a tagliare ulteriormente i finanziamenti.

Recensioni

Roberta Carlini su: Il Manifesto (31/01/2010)


Nel palazzone del Cnr, in piazzale Aldo Moro a Roma, c'è una grande biblioteca nella quale sono consultabili le riviste scientifiche di tutto il mondo. Peccato che non ci siano i ricercatori, gradualmente decentrati per far posto al corpaccione amministrativo (oltre 2mila persone, due amministrativi o tecnici ogni 3 ricercatori). Poco male, si dirà, tanto c'e l'abbonamento internet. Peccato però che anche in rete le riviste siano accessibili solo dalla sede centrale, salvo pagarsele.

Il caso della biblioteca del Cnr è solo un piccolo esempio di vita vissuta all'interno di un quadro generale del male (e del bene) della ricerca e dell'università in Italia, fatto da Francesco Sylos Labini e Stefano Zapperi in un libro appena uscito, «I ricercatori non crescono sugli alberi» (Laterza, 2009). Libro scritto dai due autori «per fatto personale»: sono entrambi ricercatori di fisica, entrambi rientrati in Italia dopo un periodo all'estero, scontenti, anzi indignati, del sistema italiano, ma determinati a scongiurare un rischio: diventare degli ex-giovani brontoloni. Qualche tempo fa hanno pubblicato un articolo sull'invecchiamento della nostra università che ha avuto molta risonanza e anche qualche effetto politico, adesso mettono in giro questo libro e lo mettono pubblicamente in discussione in un blog: http://ricercatorialberi.blogspot.com/. Punto di partenza ― e di arrivo ― del saggio è il sistema pubblico dell'università e della ricerca. Il sistema dei baroni che si tengono stretti gli allievi, degli allievi che non devono superare il maestro, del ricercatori che quando entrano in ruolo hanno già i capelli bianchi, degli ultrasettantenni che non vogliono lasciare la cattedra (il che sarebbe anche bello) e soprattutto non mollano il potere (il che è meno bello), dei tagli del governo che stanno portando gran parte degli atenei sull'orlo del fallimento. Al contrario di quanto succede nella gran parte della pamphlettistica sull'università italiana, qui l'elenco delle malefatte non è connesso a una ricetta privatizzatrice. Si contestano dunque alcuni luoghi comuni, con dati e analisi ― spesso assai tecniche, ma il cui esito è comprensibile ai non addetti ai lavori. E si evita di alimentare ancora l'aneddotica sul malcostume accademico, concentrandosi su alcuni nodi che possono spiegare come un sistema così si sia potuto formare e abbia potuto crescere. Tra i tanti punti analizzati, quello cruciale, che a catena produce altri problemi, è l'assenza della valutazione indipendente, dei ricercatori e dei loro risultati.

Gli autori non ci nascondono i problemi che ci sono nei meccanismi della valutazione «tra pari», il gran dibattito che c'è sugli indici legati alle pubblicazioni e alle citazioni, la necessità di essere sempre vigili contro qualsiasi illusione di una valutazione «automatica»: pure, dicono, c'è la possibilità di valutare la qualità della ricerca che si fa, e distribuire poi i soldi in base a questa valutazione; e sarebbe bene stare ai fatti, a quel che esce dalle nostre università e dai nostri enti di ricerca, invece di impastoiarsi nelle regole sulla selezione all'ingresso, inventarsi improbabili sorteggi o affidarsi alle virtù salvifiche di un sistema privato che, in crisi adesso anche negli Usa, in Italia non ha mai scucito un euro per la ricerca. La scelta di fare proposte, e dunque esporsi anche a un dibattito su queste, fa uscire il lavoro di Francesco Sylos Labini e Stefano Zapperi dall'elenco del libri-lamentela.

Laura Di Iorio su: Europa (12/02/2010)


I ricercatori non crescono sugli alberi. Ma, dal momento che l'albero della cuccagna non esiste, la metafora va oltre la fine di Pinocchio nel paese dei balocchi, vittima del gatto e della volpe. Perché dipende dove si piantano gli alberi della ricerca: in Italia — si sa — il terreno è sempre più arido. E così, mentre all'estero la ricerca è feconda, il Belpaese resta al palo, pur registrando le sue eccellenze in ambito formativo.

Una china preoccupante del settore — e non è certo una novità —, con il suo progressivo slittamento verso una irreversibile perdita di qualità e competitività complessiva, aggravata da certa politica dello struzzo dalle decisioni legislative sbagliate, segnate da mera somministrazione di placebo, in luogo di un incisivo e organico progetto culturale, sostenuto da imprenscindibili e adeguati finanziamenti. Risultato, un processo di ricerca-innovazione-competitività in evidente affanno.

A fotografare questa situazione, Francesco Sylos Labini, fisico in forze all'Istituto dei sistemi complessi del Cnr, presso il centro Enrico Fermi di Roma e Stefano Zapperi, fisico ricercatore presso il Cnr di Modena, nel libro edito da Laterza, intitolato appunto I ricercatori non crescono sugli alberi.

Ma, cosa può aggiungere di nuovo questo contributo, dal momento che negli ultimi anni anche le più prestigiose riviste scientifiche internazionali hanno lanciato l'Sos sulla scienza italiana? E con relativo (e noto) cahier de doléances: lo stato sempre più critico della nostra ricerca, la sua gestione senza prospettive, il processo di marginalizzazione e provincializzazione della nostra università, la cronica mancanza di finanziamenti e la loro immancabile riduzione da parte del governo di turno, con tanto di sgomento e preoccupazione, pensando al glorioso passato scientifico e ai contributi di qualità, circoscritti sì ad alcuni campi, ma tuttora visibili.

Ma, ci chiedevamo: perché questo saggio? Intanto perché a scriverlo sono due ottimi scienziati, peraltro «due cervelli non in fuga» — dato questo, tutt'altro che trascurabile —, entrambi rientrati in Italia dopo un periodo all'estero, dunque insoddisfatti, anzi indignati della situazione di casa nostra, ma per nulla disposti «a continuare a lamentarci del sistema diventandone piano piano parte integrante, adeguandoci infine ai suoi meccanismi». Ecco, soprattutto, Sylos Labini e Zapperi non si piangono addosso: nello snocciolare i vizi (tanti) e le virtù (poche) della ricerca e dell'educazione terziaria in Italia negli ultimi anni, denunciano quello che vivono ogni giorno sulla propria pelle, «la refrattarietà del sistema ad incoraggiare la ricerca di qualità», puntando subito sul propositivo, suggerendo cosa fare per uscire dalle secche della crisi.

A iniziare dai mali strutturali: fondi magri per la ricerca e progressivo invecchiamento delle risorse umane. Sì, perché se la ricerca e l'innovazione sono le chiavi della competitività, è chiaro che bisognerebbe disporre di cospicue risorse, pubbliche e private: qui spunta l'1,6 per cento, l'ormai famigerata percentuale — i due ricercatori ne danno conto nell'emblematico paragrafo intitolato "La solita litania" — che va alla spesa pubblica per l'istruzione universitaria, calcolata su quella totale, e che secondo i parametri della Strategia di Lisbona dovrebbe essere del 3 per cento. Pochi soldi e anche distribuiti male, senza criteri di valutazione del merito: «Gli "atenei virtuosi" — spiegano gli autori — sono quelli con i conti a posto e non con alti standard formativi o promotori di ricerca di qualità».

E la valutazione? A tale proposito, gli autori avvertono come le procedure, legate al merito e alla peer review, non siano immuni da innumerevoli distorsioni. Quanto all'altro punto, l'invecchiamento del personale docente, fenomeno di lungo periodo, che non mostra alcun segnale di rallentamento, il libro — peraltro ricco di dati e, soprattutto, di puntuali critiche su tutte le tematiche affrontate, che stimolano alla riflessione e al dibattito — ne dà conto: in Italia solo il 2 per cento dei docenti universitari ha meno di 30 anni, contro il 15 per cento della Germania o il 13 per cento della Gran Bretagna. Invece, i nostri docenti con oltre 50 anni di età sono il 56 per cento, contro il 31 per cento della Germania o il 16 per cento della Gran Bretagna. E, ancora, i soliti altri mali: baronie, nepotismo, concorsi truccati, pensionamenti, turnover, assoluta incapacità di attrarre ricercatori e docenti stranieri, "fuga dei cervelli". Punctum dolens quest'ultimo — Usa e Canada, per esempio, spesso risucchiano i nostri cervelli in danarosi centri di ricerca di alto livello — e dire che le qualità per competere ci sono, eccome. Un esempio? All'European research council l'Italia si è classificata al primo posto, a pari merito con la Germania. Quindi, la critica alla cattiva politica, ai tagli targati Tremonti-Gelmini del 2008 e all'interesse teorico ma non operativo dell'opposizione. Ci sorge spontanea almeno una chiosa al decreto Gelmini: non si può burocratizzare la ricerca, né accentrarla al ministero.

La soluzione a tale sfascio e sfasciume? Sylos Labini e Zapperi vogliono alberi patrii cui appendere il futuro della ricerca. Con un punto fermo: finanziamento pubblico alla ricerca e all'alta formazione. E sordi alle sirene neoliberiste, che vorrebbero un'università privatistica. Perché l'innovazione va perseguita: «Il finanziamento alla ricerca, se ben gestito, non è un costo ma l'investimento più lungimirante che si possa fare per il futuro del paese e per quello delle nuove generazioni».

Mauro Capocci su: Scienze (01/03/2010)


Il buon senso non è tutto, ma spesso aiuta: è il pregio maggiore di questo libro. Per chi si occupa della questione «università e ricerca», il contenuto è per larga parte già noto: è però salutare, e importante, leggere un lungo ragionamento che incatena senza isterismi i diversi aspetti della crisi dell'accademia italiana.

Emergono le evidenti origini medievali delle istituzioni: baronie, feudi, ius primae noctis, alte mura di protezione sono ancora all'ordine nel giorno nel terzo millennio. Hanno la forma di burocrazie mostruose e arbitrarie, di firme su pubblicazioni su cui non si è lavorato, di concorsi fintamente pubblici, di età considerata merito. L’aspetto anagrafico è forse quello più preoccupante, un tasto su cui battono più volte gli autori: la nostra classe accademica è anziana, e sta invecchiando sempre di più. L’ingresso di forze nuove avviene con il contagocce, ed è preceduto da forme sempre più degradate e degradanti di lavoro.

Anni di precariato con salari minimi, insegnamenti retribuiti con cifre irrisorie, per entrare nel sistema a quasi 40 anni. Le statistiche del 2007 sono impietose: il 56 per cento dei docenti universitari (ricercatori, associati, ordinari) ha più di 50 anni e il 14 per cento ha superato anche i 65. Nei paesi OCSE quest’ultima cifra si aggira intorno al 2 per cento, cioè l’equivalente di quanti sono in Italia gli strutturati sotto i 30 anni. Tra gli ordinari, gli ultracinquantenni sono l'81 per cento. Gli scatti automatici degli stipendi, indipendenti dalla produttività scientifica o didattica, sono poi specchio delle politiche di reclutamento degli atenei. La progressione di carriera, cioè i passaggi da ricercatore ad associato e da associato a ordinario, hanno assorbito la maggior parte dei finanziamenti per il personale nell'ultimo decennio.

È venuta a mancare la normale dinamica di reclutamento, piramidale, con molte immissioni nei ranghi più bassi e pochi spostamenti verso l'alto. Si è invece creata una situazione di casta. Una corporazione accademica chiusa, orientata ai propri interessi, quasi impermeabile al vasto mare di precarietà che la circonda e che permette l'esistenza stessa dell'accademia. Gran parte sono precari impiegati dall'università con forme contrattuali atipiche (assegni di ricerca, borse di studio, co.co.pro.) senza coperture di alcun tipo. Se in tutto il mondo il personale dell'università e della ricerca è in gran parte non permanente, i contratti sono più evoluti: stipendi normali, coperture assicurative, contributi pensionistici a vario titolo.

Il sistema italiano si è incancrenito negli anni, e nessuna riforma è mai riuscita a scalfirlo. Sottolineano giustamente gli autori che è mancata la responsabilità personale di chi compie le scelte: assumere un ricercatore che non produce nulla non comporta una diminuzione di finanziamenti per l'università. In assenza di una valutazione seria dei risultati scientifici, capace di incidere sulle scelte accademiche successive, il sistema non sarà mai in grado di migliorare.

Sylos Labini e Zapperi suggeriscono metodi internazionalmente riconosciuti per valutare la ricerca: nessuno è la soluzione perfetta, ma il peggiore sarebbe comunque un passo avanti. Ugualmente, una riforma non dovrebbe essere «emergenziale» né draconiana, come quelle annunciate in pompa magna da Moratti, Mussi, Gelmini (e Tremonti). Piuttosto dovrebbe prendere in considerazione un periodo di ammortizzazione, in cui il pensionamento anticipato (prima degli attuali 70 anni e più) non vada a discapito di chi a 40 anni entra nell'università con stipendi imbarazzanti (e arriverebbe a una pensione da fame). Le proposte sono varie e valide, ma soprattutto «normali». Indicano una strada percorsa da tanti altri paesi: assunzioni su base regolare, investimenti pubblici costanti e certi, valutazione della produttività scientifica, responsabilità personale. Una pianificazione di semplice buon senso in cui in molti (soprattutto i baroni) dovrebbero rinunciare a qualche privilegio, ma tutto il paese avrebbe da guadagnare.

Domenico Ribatti su: La Gazzetta del Mezzogiorno (14/03/2010)


La ricerca scientifica nel nostro Paese vive una condizione sempre più critica, per una cronica mancanza e riduzione dei finanziamenti pubblici. Le cronache quotidiane riferiscono dei deficit di bilancio che interessano la maggior parte dei nostri atenei con la non tanto remota possibilità che possa essere messo a rischio anche il pagamento degli stipendi dei dipendenti.

L'età media dei nostri ricercatori è una delle più alte nel panorama internazionale (una percentuale bassissima di giovani con una età media minore ai 40 anni ed una elevata percentuale di ultrasessantenni) e viene alimentato una sorta di precariato scientifico che rende sempre più incerto l'avvenire dei più giovani, anche se questa considerazione in questa particolare contingenza storica si può estendere a tutto il mondo del lavoro. Così in Italia, l'unica opzione perseguibile per i giovani più brillanti e motivati pare essere quella di emigrare in altri Paesi.

In questa cornice si inscrive il saggio pubblicato da Francesco Sylos Labini e Stefano Zapperi intitolato I ricercatori non crescono sugli alberi (Laterza ed.) che compiono una disamina su quelle che possono essere le motivazioni, facilmente intuibili in questo contesto così drammatico, che spingono molti dei nostri migliori ricercatori a lavorare all'estero ed ad incrementare la già numerosa colonia dei cosiddetti «cervelli in fuga».

Oramai la ricerca scientifica ha assunto una connotazione esclusivamente internazionale, la maggior parte delle riviste ed in ogni caso quelle più prestigiose sono scritte in lingua inglese, così come la ricerca di qualità viene svolta in uno spirito collaborativo coinvolgendo gruppi di diversa nazionalità (si pensi ad esempio ai progetti europei). Tutto questo contrasta con il localismo esasperato delle nostre università e dei nostri enti di ricerca, nel quale la mobilità dei ricercatori è frequentemente osteggiata e la carriera scientifica si compie in ambito locale, all'ombra del collega anziano, talvolta impropriamente definito maestro. Leonardo da Vinci, che di scienza pare se ne intendesse abbastanza, sosteneva che «tristo è quel discepolo che non avanza il suo maestro».

Gli autori di questo saggio sostengono che una vera riforma strutturale della nostra università e della ricerca scientifica nel nostro Paese può cominciare solo attraverso una valutazione obiettiva dell'attività svolta dai singoli all'interno dei nostri atenei, avvalendosi di criteri riconosciuti dalla comunità scientifica internazionale.

Questa valutazione costante dovrà costituire la base per la erogazione di finanziamenti e per l'attribuzione di nuovi posti di ricercatore, e solo in questo modo si potrà dare l'avvio ad un circolo virtuoso che consentirà veramente una volta per tutte di premiare i migliori e di contribuire alla creazione di una classe dirigente preparata e in grado di competere sullo scenario internazionale. Si auspica che tutto questo potrà servire a spingere finalmente la classe politica ad un intervento di riforma strutturale e risolutivo.

comments powered by Disqus

Ricerca

Ricerca avanzata

Catalogo

Edizione:
Collana:
ISBN:
Argomenti:

copia il codice seguente e incollalo nel tuo blog o sito web:

torna su