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La vita, non il mondo

La vita, non il mondo
La vita, non il mondo
- disponibile anche in ebook
Edizione: 20102
Collana: Contromano
ISBN: 9788842091912
Argomenti: Narrazioni contemporanee
  • Pagine: 166
  • Prezzo: 10,00 Euro
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In breve

E a te, che cosa è successo oggi? Dov’è che hai incontrato qualcosa di importante?

 

Che valore hanno le esperienze personali? La nostra epoca le umilia in tutti i modi. L’io è tacciato dei peggiori vizi sociali: narcisismo, egoismo, invidia; gli si riserva il ruolo di puro spettatore e commentatore dei media. Eppure, dove altro può accadere qualcosa, se non in noi stessi? Un giorno, l’autore di queste pagine ha deciso di partire: si è inviato da sé nella vita. Per più di un anno ha prestato attenzione a tutti quei momenti in cui l’esperienza personale tocca qualcosa di importante. Un incontro, un viaggio, una malattia, un’opera d’arte, un amore, un sogno. Catturandoli nella scrittura, con non più di mille caratteri, per cogliere l’essenziale.

Indice

1. Io – 2. Tu – 3. Egli – 4. Noi – 5. Voi – 6. Essi

Leggi un brano


Per la strada una ragazza offre a un vecchio carcerato la tetta gonfia da ciucciare, si guarda intorno imbarazzata. Qualcuno tiene per le caviglie un morto raccattato per la via. Un giovane tutto agghindato ha regalato un pezzo di stoffa a un uomo buttato a terra, che non per questo smetterà di essere nudo. Un altro beve acqua da un osso schifoso, la mandibola dentata di un animale. Un altro indica un punto fuori dalla scena, perché il mondo è grande e la sua miseria non finisce qui. È l’ora di punta della sofferenza, in un angolo di strada si addensano umiliazioni, indecenza, morte. Ma non è una semplice esibizione di patimenti; il fulcro di quest’immagine è la sua autocontemplazione: una madre si affaccia da un tunnel di ali di angeli. Tiene fra le braccia suo figlio, lo costringe a guardare. Dunque le Sette opere di Misericordia di Caravaggio è un’opera pedagogica. Fa vedere che non c’è eufemismo educativo che tenga, bisogna mostrare subito ai bambini come stanno le cose.

CAMMINANO TENENDO IL BRACCIO DESTRO TESO

Sabato mattina, il corso principale di una grande città italiana. La gente entra nei negozi di abbigliamento, infila gli ombrelli bagnati nelle buste oblunghe di plastica in distribuzione sulla soglia, per non sgocciolare. Dentro c’è musica ritmata, una bolla sonora irradiata dalle merci. Da fuori arriva un’altra percussione vocale: «Duce, duce!». Sono trenta, forse quaranta. Vestiti di nero, capelli corti, le croci celtiche sulle bandiere. Qualcuno ha in mano un bastone. Camminano tenendo il braccio destro teso. Sento salire un brivido di rabbia e sconforto, sudo freddo. Il drappello di Forza Nuova prosegue la sua passeggiata sbruffona. Li seguo per qualche metro. Sfilano via, nell’indifferenza generale (indifferenza coadiuvata dall’ostentazione dei bastoni). Una signora che viene nella direzione opposta mi guarda in faccia con una delle smorfie più atroci che abbia mai visto: la signora sta sorridendo. Prova vergogna anche lei? Oppure si compiace di questi bravi ragazzi italiani?

UN LIBRO CHE SI È GIÀ LETTO DA SOLO

Leggo con una biro in mano, segno gli aforismi che mi colpiscono di più. A metà libro, non so perché, do un’occhiata alla quarta di copertina, che non avevo ancora letto. Sconsiderato! Perché l’ho fatto? Mi sta bene. Per dare un’idea di quanto sia bello questo libro, l’editore elenca sette aforismi. Sono gli stessi che ho sottolineato io con la mia biro! Mi sento penosamente prevedibile. Mi sento come se ci fosse lo sguardo dell’editore dietro le mie spalle, che mi ha teso una trappola pubblicando questo libro: mi aspettava al varco, ha riso silenziosamente ogni volta che ci sono caduto dentro. Mi sento come se stessi leggendo un libro che è stato già letto, non tanto da qualcun altro, ma in assoluto. È un libro che è venuto al mondo già letto, non ha bisogno di letture ulteriori, non ha bisogno di me. È un libro che si è già letto da solo (tutti i libri di questo editore lo sono, sgradevolmente). Piombo nel malumore. Lettura rovinata. Lo metto da parte ed esco a fare una passeggiata.

Recensioni

Marco Lodoli su: La Repubblica (23/01/2010)


Sprizza intelligenza, Tiziano Scarpa, zampilla pensieri come una fontana barocca, e lo dimostra anche in quest' ultimo libro, La vita, non il mondo, dove si confronta in paginette scintillanti con la sua quotidianità. Ormai la società è diventata un'assordante cassa di risonanza di ciò che cola dalla televisione: «Ma la vita? Che valore hanno le cose che ci capitano?» si domanda Scarpa e si risponde prendendo di petto o di sguincio i piccoli eventi dei suoi ultimi due anni. Il sesso e le visite ai musei, il cibo e la musica, gli incontri fortuiti e i soldi, tutto diventa importante se le parole provano a spiegarlo. «Chi vuole attingere a tutte le sfaccettature dell'Essere deve star dietro all'effimero» scrive Scarpa. Manca quello stupore che spesso ci lascia attoniti: ma Scarpa non è scrittore trasecolante, ha una lingua affilata capace di sezionare ogni mistero. Sono cento incursioni nella vita, e anche sulla parete più scoscesa Scarpa sa dove agganciare il moschettone del pensiero e salire. È una bella sfida e un invito a fare altrettanto, per restare incollati all'esistenza e non scivolare nell'apatia di un mondo senza più esperienza.

Marco Belpoliti su: L’Espresso (04/02/2010)


Ha perduto i capelli verso i diciotto anni e ora si rade il capo col rasoio elettrico, e a volte con schiuma da barba e lametta. Così il suo cranio ritorna come nuovo, appena sbucciato. Poi scopre che dentro il suo cervello c'è un'altra capigliatura ― l'immagine della capigliatura ― un rigoglioso surrogato sotterraneo: così almeno gli appare nelle immagini digitali. In queste due figure, opposte e simmetriche ― il Fuori e il dentro ― si racchiude il libro di Tiziano Scarpa, "La vita, non il mondo" (Laterza): una serie di brevi istantanee, non più di mille battute l'una, che compongono una sorta di prima persona singolare-plurale dello scrittore medesimo. Fuori è il mondo, colto dagli occhi, dentro è la vita, sentita col cervello. Scarpa è uno straordinario scrittore egotico, che pone il proprio Sé al centro della sua ragnatela di parole, un narratore virtuosistico che, anche quando parla del mondo esterno, si riferisce sempre a un interno, al suo Self più profondo. E insieme è uno scrittore mentale, sorprendente, acrobatico, che compie continui cortocircuiti tra le cose, le immagini, le parole. Leggendo questo libretto si è colpiti dalla sua agilità di pensiero, e insieme dal congiungersi di sensi e mente. Parla di tutto: quadri, trasmissioni, persone, piccoli avvenimenti, fatti sentimentali e fisici, tutto quello che gli accade ogni giorno, e che l’autore reputa di poter consegnare al foglio scritto. Un'autobiografia intima composta tutta all'infuori. Scrivendo, Scarpa rovescia il dentro verso l'esterno, fa del mondo il luogo della sua stessa vita. Ed è come se i capelli gli fossero ricresciuti in testa, partendo dal cervello: una gran chioma di frasi.

Andrea Cortellessa su: tuttoLibri (30/01/2010)


Nell'Imitatore di voci, il libro più ex lege di un autore inclassificabile come Thomas Bernhard (maestro di molti scrittori delle ultime generazioni ― anche se non mancano critici vitalisti, come Nancy Huston o Carla Benedetti, che lo snobbano come «professore di disperazione»), il narratore ― che ci ha abituato a monologhi fluviali ― si fa il partito preso di comporre, al contrario, solo pezzi brevissimi: non prose d'arte ma vere tranches narrative, osservazioni di vita quotidiana o spigolature dai giornali. È l'«infra-ordinario» di Georges Perec: quello che nei romanzi «veri» ― dall'estensione comm’il faut ― rimpolpa di vita, lo scheletro dell'intreccio. Così si fa. O meglio, così si faceva: perché la romanzeria industriale, fatta in serie, da tempo punta a una radicale cura dimagrante dell'immaginario, dritta all'osso della fabula e dei «fatti» (di qui la voga del giallo: dove l'usoforme economia di mezzi narrativi è la prima regola). Per dirla con un altro «professore di disperazione», Beckett, Quello che è strano, via.

Ed ecco allora, per reazione, il puntiglio di raccogliere precisamente queste «stranezze», di staccarle dalle punte aguzze dell'ossatura romanzesca e offrircele nella loro nuda polpa, per così dire. È quello che per un paio d'anni ha fatto Tiziano Scarpa sul sito «Il primo amore»: dove sono apparsi in origine gran parte dei «pezzi» ora raccolti in La vita, non il mondo. Aggiungendo al partito preso di Bernhard (citato un paio di volte) una vera e propria contrainte: quella di non superare mai, nell’estensione dei «pezzi», i mille caratteri (misura osservata con maggior rigore sul sito ― dove il titolo era sempre una singola parolasintesi, spesso sarcastica ― mentre nel volume ce ne sono di più brevi, e i titoli sono sintagmi presi dai testi: soluzione assai meno soddisfacente).

Stavolta si pensa a un terzo «professore», Giorgio Manganelli (protagonista di una pièce teatrale di Scarpa raccolta nel volume Comuni mortali, uscito da Effigie): il quale nel suo libro più fortunato, Centuria, raccolse cento «piccoli romanzi fiume» d'estensione fissa (nel suo caso, spiegava, rispettando la misura dei fogli della sua macchina da scrivere).

Il risultato è di pirotecnico virtuosismo, insolente specimen tecnico del più onnipotenziale fra i nostri scrittori d'oggi. In uno dei «pezzi» il narratore si accorge di una scritta, «Questo prodotto non è stato fabbricato in Cina»: «garanzia di qualità per negazione». E immagina di scrivere in calce a un suo testo «Questa poesia / non è stata scritta / durante un corso di scrittura / e non ha mai partecipato / a un poetry slam».

È quello che ha fatto, Scarpa, con questo libro felicemente controcorrente e contromano (come suona il titolo della collana che lo ospita): una vera fuoriserie. Il paradosso dell'Italia di oggi, certo, è che un simile scrittore possa vincere lo Strega. E il pericolo, per lui, è che il partito preso dell'andare sempre contromano ingeneri (come a un certo punto venne rimproverato a Manganelli) un paradossale meccanicismo rovesciato.

Nel «pezzo» che dà il titolo al suo libro Bernhard ammira la tecnica ventriloqua di un imitatore virtuoso. Ma conclude: «Quando però gli abbiamo fatto la proposta di chiudere il programma imitando la propria voce, lui ha detto che non ne era capace».

Fabrizio Ottaviani su: Il Giornale (17/02/2010)


È piacevole sfogliare le pagine che Tiziano Scarpa ha pubblicato di recente con Laterza. Assomigliano a un diario, ma le riflessioni riguardano per lo più qualcosa che è all' esterno dell'io, e lo stupore di fronte alle metamorfosi del reale prevale largamente sui ripiegamenti ombelicali. Sorridiamo nell'apprendere che le mura di Lucca ― quattro chilometri e mezzo ― erano ricoperte d' alberi «per fornire legna durante gli assedi», e che tuttavia non servirono mai a scopo di difesa. Oggi si sono trasformate in una pista ciclabile sopraelevata, in un «occhiodromo unico al mondo» dal quale è possibile contemplare la città dall'alto. E che dire dell'etichetta che assicura «Questo oggetto non è stato prodotto in Cina»?

Un altro sottile spostamento, o capovolgimento, che Scarpa registra con le sensibili antenne dell'intellettuale. Beninteso, non sempre la digressione strappa l'applauso, e a volte La vita, non il mondo (Laterza) pare uno di quei volumetti che le case editrici più raffinate spediscono in edizione limitata ai giornalisti, a Natale. Arte e filosofia, ecco i temi che il materialista, euforico e sessuofilo Scarpa dovrebbe fuggire a gambe levate, assieme al Roland Barthes dei Frammenti di un discorso amoroso, che probabilmente fa da modello ai passi più soporiferi e inconcludenti. A cominciare dalla digressione misticheggiante sul celebre pezzo del compositore John Cage 4'33" (il titolo indica quanto a lungo l'esecutore deve rimanere immobile davanti al pianoforte): «Per riuscire a suonare il silenzio di strumento, ci vuole uno specialista di quello strumento»; oppure: «Ogni cosa produce il suo silenzio, diverso da qualunque altro».

Ciò non toglie che rispetto all'eccentrico Stabat mater, il romanzo con cui l'anno scorso lo scrittore veneziano ha vinto il premio Strega, ne La vita, non il mondo si respiri un'aria di nostos, di ritorno a casa, di riconquista della propria identità. Impartendo una nuova deviazione a un percorso letterario piuttosto curioso, o forse esemplarmente nostrano, nel bene come nel male. Scarpa raggiunse la notorietà letteraria nel 1996 con il romanzo atipico Occhi sulla graticola, uno dei volumi più rilevanti del decennio. Ad esso, però, non seguì il capolavoro che tutti si attendevano. In compenso circa dieci anni dopo, nel 2005, i travolgenti versi del poema macaronico Groppi d'amore nella scuraglia, ottimamente recitati dall'autore, conquistavano i teatri. Poi il trionfo nel ninfeo di Villa Giulia, ottenuto grazie a uno spaventoso derapage stilistico, visto che tra Occhi sulla graticola e Stabat mater c’è la stessa differenza che separa un piccante piatto di nouvelle cuisine da una minestrina convalescenziale. In fondo, non è successo lo stesso ad Ammaniti, che ha vinto lo Strega con il libro meno suo?

Del resto, è noto che il premio romano, sotto la cornice mondana, nasconde un rito di iniziazione all'italianità, un percorso al termine del quale le case editrici dichiarano che il vincitore è persona affidabile. Italia: Paese dove solo la disponibilità al tradimento di sé garantisce che si sa essere fedeli a qualcun altro.

Vittorio Gennarini su: La Gazzetta del Mezzogiorno (02/03/2010)


La vita, non il mondo di Tiziano Scarpa, edito da Laterza, è un diario quotidiano dei sentimenti e dei pensieri che sembrano riflettere la coscienza collettiva in questo nostro tempo. Lo scrittore veneziano, che già lo scorso anno ha vinto il premio Strega con il romanzo Stabat mater, non intende tuttavia ― se non accennandovi fra le righe ― raccontare la sua visione del mondo, quanto, invece, suggerire al lettore, con elzevìri dal raffinato stile letterario non più lunghi d'una mezza paginetta, le emozioni da lui stesso vissute nella sua esistenza quotidiana. Per quanto riguarda il mondo esterno, Scarpa non se ne occupa qui direttamente, poiché esso è pur sempre sciocco e brutale, dominato da un consumismo «inconsumabile»: e noi tutti, scrive nell'ultimo stelloncino che chiude il libro, siamo in attesa di un «tempo nuovo».

Fra le scosse profonde e benefiche che la vita riserva a chi voglia viverla fino in fondo v'è certamente (e per lo scrittore nato a Venezia nel 1963 è un caso singolare e magnifico) la conoscenza e la frequentazione dei luoghi più belli e ricchi di storia dell'Italia meridionale. Ricorrono così fra le pagine del libro i paesaggi magici della Puglia: dal laghetto di Orte nel Salento, che grazie alla sua incantevole solitudine offre all'uomo confuso di ritrovare la propria serenità ed è perciò «in conflitto col mondo» nell'accezione che si diceva prima, fino alla perla di Otranto che ritorna più d'una volta fra le appassionanti esperienze dell'autore in due distinti elzevìri.

In La vita, non il mondo Scarpa ripropone le emozioni di un cristianesimo vissuto come suprema speranza (meglio: aspirazione) d'una vita felice anche per l'uomo contemporaneo. Lo fa quando, ad esempio, entra nella cattedrale di Otranto e pone i propri piedi sul magnifico mosaico del pavimento, che raffigura ora il suo stravagante o mostruoso bestiario, ora le scene del Vecchio Testamento, ora i medaglioni dei mesi. Ammira, tra questi, la costruzione della Torre di Babele: qui tutto vi è umiliato all'altezza della terra ed è, nota lo scrittore, uno scacco alla «superbia verticale» dell'uomo.

Se la Puglia è ancòra, per certi aspetti, un'isola felice in cui l'uomo ritrova la sua dimensione umana pur nell'inquietante assalto del mondo contemporaneo, Napoli, per certi versi, non è da meno. Ma è soprattutto la cultura napoletana ad affascinare lo scrittore che s'immedesima nella figura di Eduardo De Filippo protagonista della commedia Il sindaco del rione Sanità: poiché, egli annota a margine, l'esistenza è «una scena già allestita non da noi, molto prima di noi, dove noi siamo chiamati a far risuonare le nostre parole anacronistiche e fuori luogo». Commozione, infine, per la sorte di Giacomo Leopardi a Napoli: dapprima amato dagli abitanti, infine relegato «in un perfettissimo isolamento da tutti».

Altre riflessioni del libro conducono all'inquietante domanda conclusiva che si pone forse ogni scrittore che non si nasconda la crisi della società di oggi: «Tutto è inutile?». Non v'è risposta, per l'autore pur sempre alla ricerca di Dio. Poiché alla fine di un così emozionante viaggio fra le avventure e disavventure quotidiane di Tiziano Scarpa, sorge nel lettore la speranza che lo scrittore possa davvero fare qualcosa per trasformare gli orrori del mondo in un «tempo nuovo».

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