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Blacks Out

Blacks Out
Blacks Out
20 marzo, ore 00.01. Un giorno senza immigrati
- disponibile anche in ebook
Edizione: 20102
Collana: i Robinson / Letture
ISBN: 9788842091899
Argomenti: Attualità culturale e di costume, Giornalismo
  • Pagine: 172
  • Prezzo: 15,00 Euro
  • Acquista

In breve

Tra finzione e realtà. La finzione è lo scheletro di questo libro, le ossa che lo tengono in piedi e lo fanno camminare. La realtà sono i muscoli e i nervi, che danno corpo al testo: le storie degli immigrati, le interviste, le inchieste, i dati statistici, le opinioni della destra xenofoba. Questo è il racconto di uno sciopero che, se mai accadesse, ci metterebbe in ginocchio.

20 marzo. Ore 00.01. È il caos, anzi la paralisi. I cantieri edili si fermano di colpo. Chiudono le fabbriche. Si raffreddano i forni a ciclo continuo nelle aziende di ceramica. Vuoti i mercati ortofrutticoli. Chiusi ristoranti, alberghi e pizzerie. Tra le famiglie si scatena il panico: scompaiono badanti, colf e babysitter. È boom di ricoveri d’anziani e disabili negli ospedali. La sanità è in tilt. Si fermano i campionati di calcio, basket e pallavolo. Molte parrocchie restano senza preti. Tremano le casse dell’Inps. Nessuno se lo aspettava. “Blacks Out” – lo sciopero degli immigrati – avrebbe paralizzato il paese.

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Perché l’uomo non è più tornato sulla Luna? Il nostro satellite non interessa più a nessuno. Eppure sta lì, pallido, a pochi passi dalla Terra. Trecentottantaquattromila e quattrocento chilometri di distanza, per l’esattezza. È un vicino di casa. La luce ci mette un secondo e ventotto per andarlo a trovare. E noi? Sono passati oltre quarant’anni da quel primo grande passo dell’umanità. Il satellite giallognolo pare ormai dimenticato. L’equipaggio dell’Apollo 11 ci ha lasciato sopra una targa d’acciaio inossidabile, una sorta di marchio per ricordare lo sbarco: «Here Men from the Planet Earth First Set Foot upon the Moon, July 1969 A.D. We Came in Peace for All Mankind». La targa è firmata dai tre astronauti e dal presidente Usa, Richard Nixon. Insomma, ci presentiamo al resto della galassia col nome di un presidente dimessosi per evitare una procedura d’impeachment. Una bella figura, davvero.

La Luna le prova tutte per farsi notare. Si fa grande e piccola, piena e a spicchi, bassa e alta, gialla, rossa, bianca. Che aspettiamo a tornarci? L’uomo non sembra più interessato a guardare oltre il suo orizzonte, questa terra gli basta, si è rinchiuso nei suoi confini nazionali, regionali, cittadini, casalinghi. Teme tutto ciò che sta al di fuori, l’altro non lo incuriosisce più, lo evita. Gli extraterrestri? Se sbarcassero, li chiuderemmo in un «Centro d’espulsione per alieni». O attueremmo il respingimento alle frontiere, applicando la Bossi-Fini agli ufo.

Insomma, perché non torniamo sulla Luna? Forse, però, è meglio così: non corriamo il rischio di ricoprire di monnezza pure quel satellite innocente. Io comunque sulla Luna ci andrei volentieri. Almeno mi passerebbe questo mal di schiena senza il peso costante della forza di gravità. Chissà come ci si sente a galleggiare per aria. E chissà che ore sono. Ho dormito bene. A lungo. Forse troppo. Nina a letto non c’è più. Lei si alza presto, ha pilates alle 8.00. E prima guarda la diretta di SkyTg24. E Mary che fine ha fatto? Perché non mi ha svegliato? Il cellulare sul comodino è sempre acceso: segna le nove. Maledizione! Mi dovevo alzare un’ora fa. Mary mi sveglia sempre alle otto, con i cornetti caldi che compra da Leo. Dov’è finita? Gliel’ho detto a Nina: i filippini non sono poi così affidabili. Ma lei li adora: da anni hanno una certa Susan in famiglia. Mi affaccio in cucina. Sulla penisola d’acciaio e resina, disegnata dal mio virtuoso cugino architetto, giacciono i resti della colazione di Nina: cereali e riso soffiato. Sul divano in salotto una decina di camicie aspetta di essere stirata. Di Mary nessuna traccia. Provo a telefonarle. «Il cliente da lei chiamato non è al momento raggiungibile...». Niente da fare. In frigo non c’è neppure il latte fresco. Mi vesto.

Mary è nata a Santa Cruz, nelle Filippine. Ha un’età indefinita. Non me l’ha mai voluta dire. Credo abbia poco più di cinquant’anni. È in Italia dal 1983. È arrivata da sola. All’inizio si è appoggiata alla rete della sua comunità, poi ha trovato lavoro come colf. È un’immigrata filippina tipo: si è subito specializzata nei ruoli più richiesti dalle famiglie italiane. Lavora come collaboratrice domestica, badante e talvolta infermiera. A prescindere dalle sue reali competenze. Come dei mutanti, i filippini si sono subito adattati al nuovo territorio, sbaragliando la concorrenza. La stessa parola «filippina» per molti italiani sta a indicare «collaboratrice domestica». Così come «marocchino» a lungo ha significato «immigrato». A Mary questo pregiudizio non piace: «Non tutti i filippini sono semplici domestici. Io sono laureata!». Una cosa però è certa: la loro nazionalità è diventata un marchio d’affidabilità, che ha monopolizzato il mercato del lavoro casalingo. E ancora oggi sono i più richiesti: basta leggere le centinaia di annunci di lavoro domestico che si trovano sui maggiori siti internet, come Kijiji e Bakeca.

Le prime ad arrivare in Italia sono state le donne. Mary è una di loro. Lavora sodo. I soldi li manda tutti a casa. «Servono a comprare una grande risaia», mi ripete. Negli ultimi dieci anni le Filippine hanno ricevuto 1.895 milioni di euro in rimesse dall’Italia. In media, ogni immigrata spedisce 300 euro al mese a casa. Le donne sono state solo le truppe esploratrici, l’avanguardia dell’esercito. Poi sono arrivati i ricongiungimenti familiari e con questi gli uomini: figli e mariti. Oggi i ‘filippini d’Italia’ sono oltre 105mila.

Da mia madre lavora invece una romena: Paula. Una forza della natura. Instancabile. Da sola riesce a spostare perfino i monumentali vasi di fiori del terrazzo. Per lei trovare lavoro non è stato facile. Quando si è presentata a casa dei miei, si è spacciata per ungherese. Non è certo semplice la vita per una romena nel nostro paese. Eppure Paula è svelta ed efficiente. Tanto quanto Mary è lenta e approssimativa.

Ogni tanto Mary rompe qualcosa. Inspiegabilmente, come nella caricatura del domestico filippino fatta dal comico Marco Marzocca: «Scusi signo’, rotto lavatrice». L’ultima vittima di Mary è stato lo scovolino in acciaio del bagno, appena acquistato. L’ha spezzato di netto. Chissà come. Poi ha lasciato un biglietto scritto a matita, vicino al lavandino: «Rotto spazzola, scusa».

È quando manca che mi accorgo dell’importanza di Mary. La casa è nel caos. Le formiche hanno ripreso a entrare dalla finestra della cucina. Non ho mai capito come fanno ad arrampicarsi per quattro piani tanto in fretta. Finisco di vestirmi e scendo in cortile. È un’assolata giornata che annuncia la primavera. La panchina verde di fronte al portone di casa è vuota. La signora Alda non c’è. Irina, la badante moldava che la porta a prendere un po’ d’aria, neppure. Si mettono lì in silenzio, di prima mattina, a guardare lo spettacolo del cortile che si sveglia. Sono due donne anziane e sole. Nessuno sa dire se è più vecchia Alda o Irina. Oggi la panchina è vuota. Alda starà forse poco bene.

Levo il telone dalla moto ed esco a motore spento dal cortile. Vivo a Roma, in un lotto popolare della Garbatella: una decina di villini bassi del ventennio fascista, tutti color pastello, circondati da un bel giardino e un basso muro di cinta. La mia vecchia Triumph Legend 900 si accende al primo colpo. A dispetto dei suoi dodici anni di vita, portati male, non mi ha mai lasciato a piedi. Se non ci fosse lei a scorrazzarmi in giro per la città, difficilmente potrei fare questo mestiere. Una botta di gas e raggiungo il bar Leo.

«Ciao Leo, cappuccino e cornetto, grazie!».«Dotto’, niente cornetti».«Come?».«Non so’ arrivati ’sta mattina. Pure il latte fresco manca. Le posso fa’ un bel caffè lungo».«O posso cambiare bar».«Veda lei».«Vada per il caffè lungo, Leo. Almeno lo zucchero ti è rimasto?».«Questo è un bar serio, dotto’. Qualche scoop oggi?».«Ho un’intervista esclusiva col Santo Padre».«Ma che davvero?».«Sì, ha promesso di svelarmi i segreti dello Ior e dell’Opus Dei. Che fine ha fatto Emanuela Orlandi e chi si cela dietro alla loggia massonica vaticana. Quanto ti devo?».«Oggi offre il bar».

Esco. Non mangiare a colazione mi mette di cattivo umore. Prenderò qualcosa al distributore automatico dell’ufficio. Attraverso a piedi la strada. Alfredo, il giornalaio, sta discutendo con due pensionati del quartiere. Alfredo è laziale e fascista. Una doppia anomalia in un quartiere romanista e storicamente – ma solo storicamente – di sinistra.

«Alfre’, mi dai i giornali? I soliti quattro».«Insomma come faccio a lavora’, mi metto in pensione pure io?». Alfredo non mi sente, continua a discutere ad alta voce.«Alfre’...».«Scusi dottore, ma i giornali non sono arrivati. È passato solo il furgone del ‘Messaggero’. Lo vuole?».«E gli altri quotidiani?».«Niente».«Ma com’è possibile? Mica c’è sciopero».«È la prima volta che succede. Ho chiamato un collega, che c’ha l’edicola sulla Nomentana. Anche lui non ha ricevuto nulla. E mo’ che faccio? Che sto aperto a fare?».

Alfredo continua a parlare, ininterrottamente. Mi allontano. È davvero una gran bella giornata. Il sole già scalda. Salgo in moto e mi dirigo verso la redazione. C’è meno traffico del solito. Il quartiere pare assonnato. Alcune pizzerie a taglio sono chiuse. La saracinesca è abbassata anche dal fruttivendolo d’angolo: quello gestito dai due fratelli pakistani amici di Nina. Le mettono sempre da parte mezzo chilo di minestrone fresco. Un mese fa hanno chiuso per una settimana. Erano tornati a Faisalabad, nel Punjab, per la morte dell’anziano capofamiglia. Che cosa gli sarà successo questa volta? È chiusa anche la pompa di benzina dell’Erg sotto la redazione. Nessuna traccia del ragazzo che da qualche mese ci lavora. Non parla una parola d’italiano, in compenso lava sempre con cura parabrezza e lunotto posteriore dell’auto.

Parcheggio la moto. È presto. Voglio essere il primo ad aprire la mazzetta e leggere con calma la concorrenza. Di fronte al giornale ci sono ancora decine di quelle plance montate per le elezioni amministrative di qualche mese fa. I manifesti elettorali hanno lasciato spazio a quelli pubblicitari. Un negozio di tappeti chiude e liquida tutto. È sempre lo stesso, ha già chiuso l’anno scorso: chiude e riapre in continuazione e intanto liquida. C’è pure uno di quei manifesti tutti neri. Un po’ lugubri, a dire il vero. Sono apparsi qualche settimana fa. Ovunque. Incomprensibili. Una piccola scritta bianca su fondo nero al centro: «Blacks Out». Un’altra ancor più piccola in basso: «20 marzo, ore 00.01».

Recensioni

su: Il Cittadino (10/03/2011)

Una giornata in Italia senza immigrati

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