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Gioventù sprecata

Gioventù sprecata
Gioventù sprecata
Perché in Italia si fatica a diventare grandi
- disponibile anche in ebook
Edizione: 2010
Collana: i Robinson / Letture
ISBN: 9788842091271
Argomenti: Attualità culturale e di costume, Giornalismo
  • Pagine: 206
  • Prezzo: 16,00 Euro
  • Acquista

In breve

Viaggiate il più possibile, approfittate delle borse di studio europee, accumulate esperienze all’estero, approfondite le conoscenze e aprite le menti. Gae Aulenti

Oggi per i giovani il problema non è di essere bamboccioni, ma di non fare la fine dei barboni. Andrea Camilleri

I giovani sono ancora curiosi della vita, chiedono e vogliono essere informati. Bisogna evitare che si facciano trascinare nel pessimismo. Dario Fo

A cosa servono i dottorati di ricerca se poi non ci sono sbocchi? Si devono creare le condizioni affinché i giovani riescano a trovare un posto di lavoro entro tempi che non siano ‘astronomici’. Margherita Hack

Bamboccioni? Io direi piuttosto che stiamo creando una generazione di viziati, incapaci di affrontare il mondo. Dacia Maraini

Voi, al contrario di noi, siete soli, disincantati, disinteressati a tutto. Sì, siete dei mammoni, proprio dei gran mammoni, se è questo che volete sapere. Mario Monicelli

Indice

Premessa - Parte I - La teoria 1. Ultimi a scuola - 2. A bagno nel feudo dei baroni - 3. Un posto fisso da precario - 4. Disoccupati senza tutele - 5. Donne a casa, culle vuote - 6. L’impresa che non forma - 7. Inutile bussare qui: le banche - 8. Il miraggio della casa - 9. Una pensione minima - Parte II - Le interviste 1. Chi ce l’ha fatta - 2. Gli emigranti - 3. I saggi - Riferimenti bibliografici

Leggi un brano

L’attore cammina muto, concentrato, disegna sempre lo stesso percorso, ossessivamente avanti e indietro. Lentamente cambia passo, si piega, si ammorbidisce, si snoda. Mu
ta sotto gli occhi degli spettatori, è sempre meno uomo e sempre più bestia. Alla fine, sul palco non c’è più traccia dell’attore, sul palco resta solo una stupefacente scimmia. È il 2004, sono le prove di Scimia di Emma Dante, l’ennesima incredibile regia dell’autrice palermitana. «Ora i miei attori sono un po’ invecchiati, quando li ho conosciuti erano ventenni pronti ad abbandonare qualsiasi pregiudizio, a darmi tutto», racconta, nell’estate del 2009: «Era facile lavorare con loro. Sin dall’inizio si sono offerti come campo di battaglia, sono tornati ad una assoluta verginità rispetto al giudizio del mondo. Abbiamo creato un microcosmo completamente nuovo in cui le regole erano sovvertite e la visione del mondo rovesciata, rispetto a quella cui eravamo abituati. Oggi è tutto più complicato da gestire, oggi il nostro teatro è conosciuto anche in Europa e si allontana inevitabilmente dalla purezza e dalla verità del primo momento».

L’Europa, appunto. Emma Dante è a Parigi, in tournée. Ormai è affermata anche all’estero, da anni. (...) Quella fisicità esplosiva dei suoi attori, quelle storie tragiche, rabbiose, mafiose, con gli stupri, gli incesti, le eresie e le oscenità consumate nelle sue soffocanti famiglie siciliane hanno incantato i francesi. Nonostante il dialetto. Del resto, sono stati loro a scoprirla quasi subito, anni fa, a dedicarle entusiastiche recensioni sui giornali. «Le Monde» le ha fatto un ritrattone-intervista dal titolo Emma Dante, l’indignata di Palermo. Uno sfogo di Emma sulla mafia che «si respira nelle strade di Palermo. Non c’è nessuna bellezza nella mafia», aveva detto, amara.

Emma Dante, classe 1967, palermitana, a 20 anni si trasferisce a Roma dove frequenta l’Accademia d’Arte drammatica e passa gli anni Novanta con le compagnie di giro, a fare l’attrice. «Poi mi sono innamorata follemente di un uomo e a 30 anni mi sono trasferita armi e bagagli a Catania», rammenta. Quando la storia è finita, la madre di Emma, a Palermo, si è ammalata: «In quel momento non avevo più niente e sono tornata a Palermo per assistere mia madre nella sua malattia. E la verità è che durante l’agonia che l’ha accompagnata alla morte, sono rinata. Come se il dolore della morte di mia madre si fosse trasformato in me in un evento miracoloso. Questo passaggio di consegne con mia madre mi ha fatto riflettere in maniera profonda sulle mie radici, sulla mia identità, sul ritorno a Palermo legato alla morte, sul senso di fallimento che fa parte dell’essere umano. Mi ha fatto pensare che se si riesce a convivere con il proprio fallimento forse questo fallimento stesso si trasforma in qualcosa di speciale. La vita di molte persone è segnata da queste cose».

Nel 1999, a 32 anni, fonda a Palermo la sua compagnia, Sud Costa Occidentale. Comincia a scrivere. Gli anni successivi sono un turbinio di spettacoli e di successi crescenti. Il suo è un teatro duro e difficile, in dialetto, eppure nel giro di cinque anni vince i premi più prestigiosi del teatro italiano. (...) Nel clima generale del teatro italiano, così inaridito dalla scarsità cronica di finanziamenti, di attenzione da parte della politica, ma anche impaludato in vecchi schemi, vecchie compagnie, in vecchi modi di recitare, lei diventa la novità più dirompente, i suoi drammi gli esempi di scrittura più innovativa e di regia più potente da decenni. Cominciano presto le retrospettive, i libri. A meno di quarant’anni è già un’icona. Non è segno anche della decadenza del teatro italiano, dove Dario Fo è considerato ancora un autore giovane, come dice ironico di se stesso?

«La prima cosa da chiedersi è a che età si è giovani? L’età spesso è anche una questione culturale e non solo anagrafica. Nel nostro paese si è giovani anche a 40 anni, un’età che da noi coincide drammaticamente con la giovinezza di un ventenne. Ma penso anche che bisognerebbe affidare ai giovani con più coraggio dei ruoli importanti nella società. E loro, così raramente investiti di fiducia, difficilmente si sentono pronti ad assumersi delle responsabilità importanti. Sono ingabbiati in questo retaggio culturale secondo cui a 20 anni c’è ancora bisogno della gonnella della mamma, ed un giovane ancora non è in grado di andare a vivere da solo».

Per Emma Dante, esplosa a trent’anni, «il nostro paese è ancora molto indietro proprio perché l’età anagrafica non coincide con quella culturale. Dalle mie parti, al Sud, ci sono molti quarantenni che vivono ancora con la mamma pur avendo le condizioni economiche per poter andar via: dunque la questione è anche culturale. Al massimo si passa dalla famiglia di origine ad una nuova. Ma anche il passaggio viene considerato spesso come una trappola: si rimane vecchi».

Con l’acclamazione della critica nei primi anni del Duemila e con le sale piene, sono arrivati anche i guai. È emersa la dannazione, in Italia, di essere talentuosi e schietti in un paese di vecchi. Finisce sui giornali, nel 2006, perché Tarcisio Bertone, allora arcivescovo di Genova, giudica il suo spettacolo Scirnia blasfemo. Non che l’abbia visto; il futuro segretario di Stato vaticano ha letto la trama in un trafiletto, è sconvolto forse per la scimmia che si mangia l’ostia, e si lancia in un’ardua sentenza: è come le vignette danesi su Maometto e va boicottato. (...)

Sul sito della Dante c’è una frase di Carmelo Bene, sul teatro «trascurato dallo stato e dalle strutture ad esso subordinate». Oggi c’è spazio per i giovani per fare teatro in Italia? «Da noi c’è un problema di vero e proprio nonnismo: è eccessivamente radicata l’idea che la maturità sia sempre un pregio. Invece, a volte, può anche essere un vincolo. Bisogna lasciare maggiori spazi ai giovani, penso ai direttori artistici dei teatri, ai direttori dei festival, ai direttori delle gallerie d’arte. Abbiamo bisogno di critici giovani che vengano a teatro e guardino lo spettacolo con un’attenzione molto viva, presente. La giovinezza ha anche a che fare con l’attenzione, con l’incanto, il giovane ha una capacità di assorbire più velocemente le cose. È tempo che i maestri lascino il passo agli allievi. Oggi la critica è importante solo per gli addetti ai lavori, cioè si dicono le cose l’uno con l’altro, non c’è più la critica sulle prime pagine dei giornali. Gli spazi sono occupati dalla fiction, dal cinema, dagli eventi televisivi, non c’è più posto per il teatro o per la letteratura».

Dunque, scandisce, «nel nostro paese non mancano né la cultura, né il talento, manca con tutta evidenza il contesto per farli emergere». E mancano luoghi di confronto veri, secondo l’artista, «non fisici, ovviamente, intendo luoghi in cui si levino ancora voci di confronto vere. Ormai in Italia ci siamo assuefatti allo scandalo, non c’è più un’indignazione vera, niente è più capace di scuotere gli animi dalla mediocrità della maggioranza. Una maggioranza che non sembra più essere in grado di risvegliarsi dal torpore. Ci vuole una voce più alta che gridi allo scandalo, ma oggi c’è questa assuefazione all’illegalità che ha tolto qualsiasi presupposto per un dibattito serio sul sistema».

Indubbiamente, il teatro di Emma Dante è un esempio lampante di teatro «indignato». Serve a qualcosa? «Be’, più vado avanti, più il mio teatro si indigna e meno spettatori ci sono la sera», ride. «La gente non ha più voglia di stare a sentire quali sono i problemi del nostro paese. L’italiano del Nord non sa niente di quello che abita al Sud e viceversa: ognuno è ormai relegato nella sua isola, nella sua porzione d’Italia». Ma secondo la scrittrice non è soltanto una questione di interesse reciproco o di sentimento patrio. Quello che manca, in generale, «è la solidarietà», sottolinea. «E senza solidarietà, per me non c’è libertà. Mi piace molto la frase di Voltaire quando dice che ‘la mia libertà finisce dove comincia la tua’. La libertà è qualcosa che ha moltissimo a che fare con l’altro».

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