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Val più la pratica

Val più la pratica
Val più la pratica
Piccola grammatica immorale della lingua italiana
Edizione: 20092
Collana: i Robinson / Letture
ISBN: 9788842089292
Argomenti: Attualità culturale e di costume, Linguistica e semiotica
  • Pagine: 190
  • Prezzo: 14,00 Euro
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In breve

Sarà anche vero, come dicono in tanti, che l’italiano si sta imbarbarendo, che gli incolti lo inquinano, che l’inglese lo corrompe, che i giornali lo sviliscono e la televisione lo umilia, ma non c’è al mondo esercito più feroce e agguerrito di quello che presidia a colpi di penna rossa la frontiera che separa l’italiano ‘buono’ da quello ‘cattivo’. Se insegnanti intransigenti e maestrini puntigliosi vi hanno ormai convinto che la Grammatica è un affare polveroso, questo libro vi farà cambiare idea una volta per tutte.

«La grammatica può essere anche un oggetto di piacevole lettura, quando il grammatico si diverte ad abbattere i pregiudizi che circolano nelle opinioni correnti; e quando, come Andrea De Benedetti, lo fa con un brio che non intacca mai il rigore dell’argomentazione.» Luca Serianni

«Ditemi pure che sono strano, ma a me da piccolo la grammatica piaceva da morire. Mi piaceva scrivere paginate di coniugazioni verbali, classificare le parole in articoli, avverbi e congiunzioni, come altri bambini più sani di me facevano con le farfalle o i fossili. Poi arrivarono le scuole superiori, un’altra età e un’altra grammatica, tutta analisi logica e prescrizioni spesso incoerenti e immotivate. Mi avevano assicurato che le frasi erano sempre dotate almeno di un soggetto e di un verbo, ma io trovavo in continuazione enunciati orfani di mamma o papà. Mi avevano spiegato che il soggetto ‘fa l’azione’, ma io lo vedevo spesso subire inerme i colpi impietosi di verbi come ‘cadere’, ‘soffrire’ o ‘essere picchiato’. Mi avevano insomma fatto capire che la grammatica aveva una risposta per tutto, ma quando avevo qualcosa da domandarle mi sembrava che lei per prima avesse le idee piuttosto confuse.»

Vai al blog di Andrea De Benedetti: Il grammatico impertinente

Indice

Introduzione - 1. Totem e tabù - 2. Senza «e» e senza «ma» - 3. In principio era il soggetto - 4. Dislocazione fatale - 5. Ora pro nomi - 6. (Non) c’è di «che» - 7. La congiuntura del congiuntivo - 8. Puntini di vista - 9. Ripetere, ripetere, ripetere - 10. Trappole per Trap - 11. Cose che capitano - 12. Dove ti porta il predicato - 13. Il complemento di fine e la fine dei complementi - 14. Minima immoralia - Ringraziamenti - Indice dei nomi - Indice degli argomenti

Leggi un brano


Dunque, dove eravamo? Ah, sì: non si possono iniziare i discorsi con «dunque». A meno che «dunque» non chiosi un discorso precedente. A meno che non serva a rimettere in fila le idee e a farle rigare dritto. A meno che per qualche ragione non risulti utile impiegarlo prima di arrivare al dunque. In tutti questi casi, che a questo punto non sono più l’eccezione ma la maggioranza, il «dunque» iniziale è perfettamente lecito.

A proposito di incipit: avete fatto caso che dall’inizio di questo capitolo non ho ancora incominciato una frase col soggetto? Una volta ho esordito con un’interiezione («ah»), tre volte con la congiunzione «a meno che», una con un complemento preposizionale («in tutti questi casi»), una con «a proposito» e una, per puro e semplice spirito di contraddizione, con il famigerato «dunque». Eppure, quando ti spiega come è fatta una frase, il neo-crusc recita: «La frase inizia con il soggetto, poi viene il verbo e infine il complemento oggetto».

Anche i linguisti, per la verità, dicono una cosa del genere, e cioè che l’italiano appartiene alla tipologia SVO (acronimo che indica appunto Soggetto, Verbo e Oggetto), ma così come è formulato dal maestro – ne converrete – il principio imbarca acqua da tutti i commi. Sorvoliamo per il momento sul fatto che non tutti i verbi portano per forza in dote un complemento oggetto. Dimentichiamo per un attimo che il soggetto ha tutto il diritto, se lo ritiene, di sottrarsi al matrimonio con il verbo, soprattutto se questo è un single impenitente come «piovere» o «nevicare». Tralasciamo anche di approfondire la questione se il verbo, fermo restando che è lui in casa a portare i pantaloni, sia così indispensabile nell’economia domestica.

La faccenda, qui, riguarda in primo luogo lo stile. Si racconta di un celebre direttore di giornale che un bel giorno così apostrofò un redattore neo-assunto che aveva osato infrangere l’aurea norma di cui sopra: «Quando scrive un articolo – disse – si ricordi: ogni frase comincia col soggetto, poi viene il predicato verbale, poi vengono i complementi. Punto, e si ricomincia. Se vuole inserire nella frase un aggettivo, venga prima nel mio ufficio e mi chieda il permesso».

Ebbene, provate a scriverlo, un articolo così. Provate a scriverlo e soprattutto provate a rileggerlo: dopo il terzo capoverso non riuscirete più a tenere gli occhi aperti e avrete bisogno di un paio di caffè. Se mi passate il paragone, sarebbe come se in musica non si potesse mai cambiare tema né tempo, come se si proibissero gli accordi dissonanti e i suoni disarmonici, come se si abolissero per decreto il jazz e il reggae.

Ma la questione, oltre che stilistica, è soprattutto pragmatica. Tra parentesi, ma neanche tanto tra parentesi, quando si dice pragmatica, in linguistica, si intende in senso tecnico tutto ciò che riguarda i rapporti tra il contenuto dell’enunciato e le intenzioni del parlante. Che cosa vuol dire? Vuol dire che se un meteorologo, annunciando le previsioni del tempo, dice «c’è molto caldo», è assai probabile che stia facendo una semplice constatazione, ma se a pronunciare la stessa frase è il passeggero di un treno seduto lontano dal finestrino, quello che vuole è che qualcuno glielo apra. Il contenuto dell’enunciato rimane lo stesso, l’intenzione – e quindi il significato – cambia. Intesi?Chiusa parentesi.

E che cosa c’entra tutto questo con soggetto, verbo e complemento? C’entra, c’entra. Provate per esempio a capovolgere l’ordine degli elementi di questo brano tratto dalla rubrica quotidiana di Michele Serra su «Repubblica»: Vedendo al cinema Gomorra mi ha colpito la complessiva bruttezza fisica dei protagonisti, nonché la bruttura ambientale che fa loro da cornice.

Se dovessimo attenerci all’ordine prescritto dal direttore del giornale e risistemare di conseguenza le tessere del puzzle ne uscirebbe una cosa di questo tipo:

La (complessiva) bruttezza (fisica) dei protagonisti, nonché la bruttura (ambientale) che fa loro da cornice, mi ha (hanno?) colpito vedendo al cinema Gomorra.

Ho messo tra parentesi gli aggettivi tanto invisi al direttore, casomai il sant’uomo decidesse di concederci una deroga. E tuttavia, anche lasciandoli al loro posto, resta l’impressione di una casa messa a soqquadro, come se ci fossero appena passati i ladri e avessero rovistato tra i cassetti.

Risultato della rapina, una frase in cui l’argomento principale – il film Gomorra – viene messo in coda, privando il lettore delle coordinate contestuali che lo aiuterebbero subito a capire di che cosa si sta parlando. Non solo: rimescolando gli ingredienti, resta coperto il sapore speziato del giudizio personale, mentre spicca quello, più scipito, dei due sintagmi iniziali («la bruttezza dei protagonisti» e «la bruttura che fa loro da cornice»), che a quel punto vengono serviti quasi come dati intrinseci e oggettivi, in sostanza capovolgendo il senso del messaggio.

Un linguista avrebbe forse da eccepire sulla forma di quello che ho appena detto, non certo sulla sostanza: a reclamare la prima posizione nella frase, spiegherebbe, non è il soggetto come tale, ma – cosa ben diversa – il tema, che qualcuno chiama anche topic, e che con il soggetto non necessariamente coincide.

E il famoso SVO – obietterete – dove lo mettiamo? Non avevamo appena finito di dire che anche i linguisti erano d’accordo sul fatto di dare la precedenza al soggetto? Sì, ma con qualche però. Questo è il primo della serie.

Per il momento facciamo un passo alla volta. Supponiamo che siate al ristorante con un gruppo di amici. Avete appena terminato il dessert e state aspettando il conto: facendo violenza alla vostra celebre taccagneria e occultandola sotto uno strato di spavalda e affettata generosità, sfoderate la vostra carta di credito ed esclamate: «Pago io!». Ovvero: io, e nessun altro. Gli amici ringraziano, commossi e increduli di fronte a cotanto gesto, e non importa se nel pronunciare la vostra offerta vi auguravate che qualcun altro si facesse avanti per rilanciare.

E tuttavia, se invece di «pago io» aveste dichiarato «io pago», adesso non sareste lì a calcolare mentalmente l’entità dei danni arrecati al vostro conto corrente da quell’atto così audace. Dire «io pago» non avrebbe escluso che potessero pagare anche gli altri. Anzi, le implicazioni pragmatiche sottese sarebbero state quasi antitetiche:

a. «io pago» (nel senso che pago la mia parte, voi fate pure come volete);

b. «io pago» (anche se potrei perfettamente non farlo e lasciarvi tutto il conto da saldare).

Ecco cosa capita a cambiare di posto al soggetto: si dicono cose diverse. Non un po’ diverse: molto diverse. In questo caso, se aveste lasciato il soggetto all’inizio dell’enunciato vi sareste risparmiati i soldi di una cena. Posponendolo, vi siete presi un impegno. L’italiano, insomma, non funziona come la matematica, dove si insegna che il risultato non cambia invertendo l’ordine degli addendi. Qui il risultato cambia eccome, e cambia perché il significato di una frase non sempre corrisponde alla somma degli elementi che la compongono. Al contrario, dire «pago io» al ristorante somiglia piuttosto a una sottrazione, nella misura in cui quell’«io» posposto esclude tutti gli altri soggetti che potrebbero venire assegnati alla stessa azione. Un po’ come proclamare «sono stato io» dinanzi a un magistrato, il cui effetto – salvo nel caso di un’autocalunnia – è quello di scagionare automaticamente tutti gli altri possibili indiziati.

Recensioni

Elisa Chiari su: Famiglia Cristiana (23/04/2009)


La matita rossa e blu ci ha trafitti a scuola da piccoli e siamo diventati "neo-crusc", più cruscanti dell'Accademia della Crusca. A forza di pretendere il "fior di farina", cioè il nitore linguistico, abbiamo ridotto la grammatica ad arbitro in pagina del bene e del male. E Andrea De Benedetti che fa?

Sorride di noi. Scrivendo Val più la pratica. Piccola grammatica immorale della lingua italiana (Laterza). Tranquilli, niente brutte parole: «Dico immorale perché la grammatica, per chi la guarda con approccio scientifico, non è un dogma, né una legge morale, ma osservazione di una lingua nel suo vivere».

Non per questo il linguista De Benedetti sdogana la sciatteria di chi scrive un pò invece di un po’: «La mia è una riflessione sui luoghi comuni: penso alla studentessa che voleva trovare il soggetto di nevica, perché le hanno detto che in italiano tutte le frasi ne hanno uno. E a quella che, traducendo dallo spagnolo, ha tolto le ripetizioni volute a uno scrittore, banalizzandolo. Io non credo alle lingue belle, credo al buon gusto, al buon uso»: arti per cui non basta aver ingoiato e digerito un manuale.

«Le lingue, anche la propria, si imparano leggendo, ascoltando, assorbendo. Un libro scritto dal mio "neocrusc" (l'ipercruscante che De Benedetti si è scelto come protagonista, ndr) sarebbe noiosissimo, perché toglierebbe alla lingua la naturale carica inventiva. Non dico che chi sa debba sbagliare di proposito, per snobismo, come il ricco sfondato che si vanta di vestire da straccione; ma ammetto che anche al più sorvegliato dei parlanti possa scappare un "che" al posto di un "in cui", perché ha perso il filo».

A dispetto dell'apparenza sbarazzina, il libro è documentatissimo. Fa riferimento a grammatici illustri, Luca Serianni e Bice Mortara Garavelli, per citarne due, e ha il pregio di unire il rigore a un racconto allegro, in cui fanno capolino Charlie Brown e Giovanni Trapattoni, al fine di rendere noi un po' più rilassati, ma non lassi, e la grammatica meno indigesta.

Anche perché abbiamo scoperto che la crusca, nelle giuste dosi, fa bene: «Al fisico e alla cultura: le lingue, come i corpi, sanno regolarsi per restare in equilibrio, semplicemente evolvendo un po'. Forse un giorno scriveremo tutti qual'è con l'apostrofo. Ma potrebbe non essere una tragedia».

Avremo ancora grandi scrittori, lettori capaci di apprezzarli (e "neo-crusc" pronti a stracciarsi le vesti)

su: Panorama (11/06/2009)


È possibile che una grammatica della lingua italiana faccia l'elogio del linguaggio di Giovanni Trapattoni? Ossia di quel modo di esprimersi colorito e ardito, che per le licenze linguistiche e la sintassi non proprio corretta ha reso l'ex allenatore della nazionale di calcio uno dei bersagli preferiti dalla satira? A marzo per i suoi 70 anni l'Ansa aveva stilato un florilegio: «In un mondo di furbi non si può furbeggiare». «Non compriamo uno qualunque per fare qualunquismo». «C'è maggiore carne al fuoco al nostro arco, anche se l'arco lancia le frecce». Un modo di esprimersi che è, a dir poco, temerario. Eppure, a leggere il volume Val più la pratica. Piccola grammatica immorale della lingua italiana (Laterza) di Andrea De Benedetti, si scopre che le acrobazie del Trap non sono da buttare. Anzi, sono di gran lunga da preferire alla sintassi di alcuni intellettuali, al linguaggio «grottescamente elitario e ugualmente oscuro di coloro che criptano l'italiano come un prodotto via cavo al solo scopo di far sentire inferiore l'ascoltatore».

A chi si riferisce De Benedetti? Al critico cinematografico Enrico Ghezzi, ideatore di programmi televisivi come Blob e Fuori orario, del quale De Benedetti pubblica un monologo di ardua lettura. «Mario Bava che è un cineasta eminentemente di genere, anche se poi è talmente di genere da essere un cineasta di genere puramente filmico, che è il suo pregio-difetto, il suo trionfo, il trionfo di un cinema tutto della superficie e nello stesso tempo tutto della trasparenza, e dei trasparenti, delle superfici trasparenti»...

Che vuol dire tutto ciò?, domanda De Benedetti. E conclude: meglio l'italiano del Trap. Con la sua «carne al fuoco al nostro arco, anche se l'arco lancia le frecce».

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