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Il grande inganno del Web 2.0

Il grande inganno del Web 2.0
Il grande inganno del Web 2.0
- disponibile anche in ebook
Edizione: 2009
Collana: Saggi Tascabili Laterza [322]
ISBN: 9788842089179
Argomenti: Attualità culturale e di costume, Giornalismo, Informatica, Scienze della comunicazione
  • Pagine: 192
  • Prezzo: 12,00 Euro
  • Acquista

In breve

In un’Internet di massa, trovare ciò di cui si ha bisogno è sempre più difficile, ma ancor più difficile è valutarne l’attendibilità. È il prodotto dell’ideologia del Web 2.0 – quello di blog e social network – che preconizza la scomparsa degli intermediari dell’informazione, dai giornalisti alle testate di prestigio, dai bibliotecari agli editori, presto sostituiti dalla swarm intelligence, l’intelligenza delle folle: chiunque può e deve essere autore ed editore di se stesso. Il ‘mondo Web 2.0’, dove nessuno è tenuto a identificarsi e chiunque può diffondere notizie senza assumersene la responsabilità, realizza davvero un sogno egualitario, o piuttosto un regno del caos e della deriva informativa?

Leggi il ricordo di Gino Roncaglia per Fabio Metitieri

Indice

Introduzione - 1. I nativi digitali come scoiattoli incapaci - 2. Il Web 2.0 e gli user generated content - 3. La conversazione perduta dei blog - 4. I dolori della stampa tradizionale e i new media - 5. Il caos che collabora: i wiki e le folksonomie - 6. Le biblioteche, la filosofia open e i blog - 7. I difetti dei motori e i pregi delle persone - 8. Old media e new media allo sbaraglio - Conclusioni: come valutare e come pubblicare - Riferimenti bibliografici

Leggi un brano

Dopo l'euforia della fine degli anni Novanta per tutto ciò che era informatica e Internet, il settore era purtroppo stato colpito prima dal cosiddetto «scoppio della bolla», con la crisi in Borsa, nel 2000, di molte start up, le piccole società che lavorando sul terreno del web sembravano in grado di arricchire tutti, e successivamente dal fallimento, nel 2002, di tante società di telecomunicazioni, grandi e piccole. Con queste docce gelate gli argomenti legati a Internet stentavano a riprendere piede. Per tale motivo, nel 2004 l’editore Tim O’Reilly stava cercando una nuova formula per rilanciare i suoi libri e i suoi convegni dedicati all’informatica e a Internet; nacque così, nell’autunno di quell’anno e come banale operazione di marketing editoriale, il termine «Web 2.0», che secondo O’Reilly indicava «l’uso del Web come piattaforma» (O’Reilly 2005).

La definizione iniziale, molto fumosa, ebbe un immediato successo, tanto che i suoi entusiasti sostenitori iniziarono a trasformarla, ponendo una particolare enfasi sulla democraticità e sull’accessibilità di questa fantomatica Rete di seconda generazione, grazie alla quale gli utenti potevano collaborare tra loro con estrema facilità, producendo e pubblicando contenuti, gli user generated content. In seguito lo stesso O’Reilly (2005), riconoscendo che non c’era alcun accordo sull’interpretazione del termine, descrisse alcune proprietà del 2.0, quali l’apertura e la modularità del codice, e preparò degli elenchi dove, molto semplicemente, tutto ciò che era vecchio, che non aveva avuto successo o che era in fase di declino veniva bollato come 1.0, mentre qualsiasi novità e qualsiasi prodotto o soluzione emergente erano contrassegnati dal marchio 2.0.

Fra i tanti scettici infastiditi da quella che era soltanto una campagna pubblicitaria basti citare Tim Berners-Lee. Nel 2006, a un intervistatore che gli chiedeva se fosse corretto affermare che il Web 1.0 connetteva tra loro i computer mentre il moderno Web 2.0 collega le persone, il padre del web rispose in modo chiaro (Laningham 2006) che lui aveva inventato il web proprio per connettere le persone:

Il Web 2.0 è solo un’espressione gergale, di cui nessuno sa l’esatto significato. Questo Web 2.0 significa usare gli standard che sono stati prodotti da tutte le persone che lavorano sul Web 1.0 [...]. L’idea dell’interazione tra le persone è quello che il Web in realtà è. [...] Penso che i blog e i wiki siano due cose divertenti [...]. Ma credo che ci saranno molte altre cose in arrivo, diverse modalità con cui le persone potranno lavorare insieme.

Da allora nel calderone del Web 2.0 è finito di tutto, dalla «long tail», la lunga coda dei numerosi acquisti di piccole quantità individuata da Anderson (2004), alla folksonomia, cioè la possibilità di etichettare i contenuti on line con dei tag descrittivi, e dalla swarm intelligence, l’inconsapevole intelligenza degli sciami, fino, naturalmente, ai blog, che costituiscono il cuore pulsante e la mente ideologica della visione 2.0. Proprio i blogger hanno estremizzato la definizione «Web 2.0», esaltandone gli aspetti legati alla produzione di user generated content. Tutto ciò che è Ugc, negli ultimi tre o quattro anni, è stato sbandierato come conoscenza democratica, creata dal basso e in modo interattivo e bidirezionale, come risposta e opposizione al sapere e all’informazione tradizionali, prodotti invece dai professionisti, «dall’alto» e in modo unidirezionale e quindi da rifiutare.

La strategia di marketing di O’Reilly, basata sul Web 2.0 e sugli Ugc, nonostante i critici ha avuto un successo tale che la copertina dedicata al personaggio dell’anno 2006 della rivista «Time» riportava lo schermo di un Pc trasformato in uno specchio, con sotto la scritta «You» (Grossman 2006).

Di fronte a tanti eccessi e a tanta ingiustificata euforia per una rivoluzione inesistente, è impossibile non schierarsi al fianco di Berners-Lee, ricordando che gli utenti in Internet creano contenuti almeno da quando sono nate le prime liste di discussione (nel lontano 1986) e i primi newsgroup o gruppi (ancor prima, nel 1979), e che il web è stato concepito proprio per facilitare la pubblicazione e lo scambio di contenuti on line. La libreria Amazon, che di solito viene inserita nei prodotti 2.0, ospita le recensioni degli utenti fin da quando è stata aperta, nel 1995. Anche MySpace, il sito sociale più amato dagli adolescenti on line, è un altro prodotto che viene annoverato tra i frutti del 2.0, ma in realtà è stato lanciato già nel 2003, anno in cui è esploso il grande successo dei social network (Metitieri 2004). MySpace è uno strano miscuglio di vecchi strumenti, quali le pagine web personali e il chat, e anche per l’uso disordinato che ne viene fatto dai teenager, spesso con scelte orrende di disegno e di colore, ricorda molto un vetusto web anni Novanta, di certo non qualcosa che meriti il bollino di evoluzione 2.0. E ancora: la swarm intelligence, l’intelligenza degli sciami tanto amata dalla blogosfera, sembra solo una semplificazione o una brutta copia dell’intelligenza collettiva della Rete di cui aveva già parlato Pierre Lévy (1994).

Chi insiste nel sostenere che esista, se non una rivoluzione già avvenuta, almeno un mutamento in atto che giustifica il passaggio dal numero 1 al numero 2 parla della facilità con cui oggi tutti possono pubblicare on line, ma anche questo non è vero. Per gli utenti di qualche anno fa, più tecnologici di quelli di adesso, scrivere un po’ di htlm, il linguaggio in cui sono definite le pagine web, era normale; la Rete oggi sta solo evolvendosi lentamente per facilitare la vita alle nuove leve di navigatori, più inesperte. Pubblicare su una lista di discussione o un newsgroup, comunque, alimentandone gli archivi, non ha mai comportato nessuna difficoltà, così come era facilissimo preparare una pagina web personale su servizi quali il vecchissimo Tripod, con risultati non molto diversi dal kitsch che si vede oggi in MySpace.

È falso anche dire che rispetto a ieri oggi gli utenti siano in grande percentuale impegnati nella produzione di Ugc: secondo una ricerca del grande consorzio bibliotecario Oclc (2007), solo il 20% degli utenti crea contenuti on line e circa il 40% li legge (e sono attività rilevate come svolte anche solo una tantum nei precedenti 12 mesi). Anche se non esistono dati precisi in merito, credo che nella vecchia Internet pre-2.0 (quella degli anni Novanta, per intenderci, ancora senza i blog) la percentuale di navigatori che partecipava alle conversazioni on line, pubblicando contenuti in qualche archivio comune, fosse decisamente più elevata di quella di oggi.

In realtà, l’unica vera caratteristica del Web 2.0 che lo differenzi rispetto a ciò che esisteva prima, o che continua oggi a seguire strade diverse, è la rivendicazione della proprietà dei contenuti, che direttamente o indirettamente devono procurare un tornaconto al loro autore. Il risultato non è dei migliori, perché da un lato non sono ancora stati messi a punto veri meccanismi per la retribuzione dei contenuti 2.0 e dall’altro questa impostazione, quando interpretata in modo troppo rigido, mina le basi dello spirito comunitario tipico di Internet. Di fatto, la filosofia condivisa e comunitaria delle liste, dei gruppi o dei forum tendeva e tende ancora a coinvolgere e ad aggregare gli utenti, mentre l’impostazione proprietaria e l’individualismo tipici dei blog tendono a formare circoli ristretti, spesso frammentati, che escludono chiunque non abbia voglia o tempo da perdere per costruirsi il prerequisito indispensabile all’ingresso nel club della blogosfera, cioè un blog.

Recensioni

Lelio Demichelis su: tuttoLibri (27/06/2009)


Chi grida: «il re è nudo» (come nella favola di Andersen), ha sempre avuto la nostra ammirazione e riconoscenza. Se poi qualcuno dice che anche Internet è come il re nudo della favola; che abili tessitori ci hanno fatto credere di avere creato un tessuto (la rete) sottile e leggero (immateriale), meraviglioso e perfetto; se qualcuno dice che questo re mistifica la realtà (l'abito bellissimo che indossa, ma che non c'è), illudendoci di qualcosa che non è (la rete come libertà e conoscenza), mascherando ciò che in realtà è (integrazione di tutti nel sistema; semplificazione della conoscenza; analfabetismo del copia-incolla e non solo degli studenti, per la disperazione dei docenti, ma anche dell'informazione) ― allora questo qualcuno è benvenuto.

Abbiamo forzato un po' le cose (la rete è anche vera conoscenza, Obama ha vinto anche grazie ai social network), ma Fabio Metitieri ― esperto informatico, giornalista e bravissimo divulgatore ― ci perdonerà (speriamo) l'azzardo. Il suo libro Il grande inganno del web 2.0 ha prodotto, in noi che lo leggevamo, l'effetto salutare del bambino-che-grida-che-il-re-è-nudo. Perché è un saggio simile ad un racconto, che inizia con i dati (drammatici) di un'indagine inglese del 2008 su come i giovani usano Google: ricerche «molto elementari, con l'impiego di poche parole chiave» e quindi con risultati molto limitati; «eppure gli studenti e i ricercatori sono soddisfatti di quanto hanno trovato, nel 90% dei casi». La maggior parte del tempo è utilizzata a cercare documenti, non a leggerli per intero. La valutazione delle fonti e la loro attendibilità è poi del tutto trascurata. Davvero siamo «società della conoscenza»?

Metitieri parte da una riflessione: «In un'Internet che è diventata mainstream, di massa, trovare ciò di cui si ha bisogno è sempre più difficile, ma è ancora più difficile valutare ciò che si è trovato». Se è così (e lo è) «ci si aspetterebbe che da un lato fosse in atto un'estesa attività di formazione, per insegnare ai navigatori, soprattutto a quelli nuovi e meno smaliziati, come valutare le risorse on line; e che dall'altro si stesse discutendo molto animatamente, a tutti i livelli, di come organizzare l'informazione on line. Invece no, non si vede nulla di tutto questo».

«In questo desolante contesto ― prosegue Metitieri ― ha messo le sue radici l'ideologia del Web 2.0», quella nuova definizione della rete che imperversa sui media e che sarebbe (ma è falso) un perfezionamento del vecchio Web 1.0. Un Web 2.0 dove tutti sono autori ed editori, dove non servono più gli intermediari della conoscenza, dove tutti sono valutati per i contenuti che producono (gli user generated content) e non per ciò che sono nella realtà. Un Web dove controllo e saggezza del sistema nascerebbero dalla swarm intelligence, quella «saggezza che emerge all'interno di una folla, in modo automagico».

Un'ideologia, il Web 2.0 che per di più nasce da una necessità di marketing quando, nel 2004 l'editore americano Tim Reilly sentì il bisogno di rilanciare i suoi libri e i suoi convegni dedicati all'informatica e per questo inventò il termine di Web 2.0. Definizione molto fumosa, ma che «ebbe un immediato successo». Il Web 1.0 (aggiungiamo) aveva bisogno di un «invecchiamento psicologico» per introdurre nel pubblico un nuovo prodotto e nuovi valori (una pratica antica del marketing, ma sempre attuale, anche nella rete).

Tutto negativo, allora? No, e lo ribadisce lo stesso Metitieri (e noi con lui, ma siamo più pessimisti). Non solo: la rete produrrà «un nuovo Rinascimento» purché il suo spirito comunitario non si lasci travolgere «dalle folle di idioti, sia che provengano dalla scuola ottusa degli old media, sia che arrivino dalla irresponsabile ignoranza dei new media, sia che cavalchino i falsi ideologici e le mode della blog generation e dell'inesistente rivoluzione del Web 2.0».

Metitieri compie un lungo viaggio: da Google a Wikipedia all'open archive, dalla blogosfera alla blogorrea alle folksonomie, dal citizen journalism ai media tradizionali accusati di non puntare sull'informazione di alta qualità ma di correre al ribasso. Il viaggio termina all'information literacy, ovvero: imparare ad usare le informazioni contestualizzandole e relativizzandole. Se Internet è davvero un'intelligenza collettiva, come si dice, «non saperla usare, non avere questa information literacy che occorre per decifrarla, significa sprecare una grande occasione».

Col pericolo di tornare indietro. Ad un nuovo Medioevo. Sia pure 2.0.

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