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Dancing Days

Dancing Days
Dancing Days
1978-1979. I due anni che hanno cambiato l’Italia
- disponibile anche in ebook
Edizione: 2009
Collana: i Robinson / Letture
ISBN: 9788842089131
Argomenti: Attualità culturale e di costume, Giornalismo
  • Pagine: 336
  • Prezzo: 16,00 Euro
  • Acquista

In breve

Dopo il ’68, dopo il ’77 delle P38, dopo il sequestro Moro, l’Italia è stanca delle piazze e sazia di politica. Tutto sta per cambiare e una singolare campagna giornalistica apre le danze della ‘fuga nel privato’. Sentimenti e canzonette, nuove religioni e boom della moda: inizia la stagione del Riflusso che porterà agli anni ’80. Ma non tutto era come appariva.

Settembre 1978. Il “Corriere della Sera” pubblica in prima pagina la lettera anonima di un cinquantenne che minaccia il suicidio perché la sua giovane amante, dopo anni di vita clandestina, ha deciso di lasciarlo per un matrimonio regolare. Per l’Italia di allora è una bomba: il privato per la prima volta irrompe sulla scena pubblica. Le tirature schizzano, il “Corriere” è bombardato di critiche, ma anche di consensi. Il ‘caso’ dell’amore in prima pagina è il segno che il paese sta cambiando: dopo un anno tragico, gli italiani che sognavano la rivoluzione si accontentano di essere felici o, più modestamente, di divertirsi, di andare a ballare la sera. Il consumismo, nemico giurato del ’68, sta per stravincere la partita. Nella tradizione del giornalismo investigativo di razza, e attraverso decine di testimonianze di giornalisti, intellettuali e artisti, Paolo Morando racconta un’epoca, rievoca storie e protagonisti, svela intrecci e retroscena mai venuti alla luce. E dimostra, documenti inediti alla mano, come la felice intuizione del “Corriere”, allora già inquinato dalla P2, sia stata tutt’altro che casuale.

Indice

1. L’amore in prima pagina - 2. La febbre del sabato sera - 3. Operazione riflusso - 4. La ritirata - Epilogo - Ringraziamenti - Fonti e bibliografia - Indice dei nomi

Leggi un brano


Il ciclone Travolta, quando sbarca in Italia, è un vento che tradisce ambizioni da uragano. La Paramount punta molto sul nostro mercato: non a caso, dopo il debutto a Londra nel febbraio del ’78, per quello continentale viene scelto proprio il nostro paese. È il 13 marzo, quando le note di “Stayin’ Alive” iniziano a risuonare nelle sale italiane. Ma è un vento che, nonostante il gran battage pubblicitario, deve subito sgomitare: come potevano immaginare, Stigwood e soci, che appena tre giorni dopo a Roma in via Fani sarebbe successo l’inaudito? Neppure il più che propizio regalo di Panorama di qualche settimana prima, la prima copertina dell’anno che lancia il servizio di più pagine “Divertirsi da matti” sulla nascente passione italica per le discoteche (con tanto di mappa dei locali più “in”), sembra essere d’aiuto. Per 55 giorni l’Italia si ferma, altro che cinema e sale da ballo: e chi esce più, la sera? Chi se la sente di avventurarsi per le strade delle periferie milanesi, o nei vicoli della capitale, mentre lo psicodramma di una nazione è scandito da comunicati brigatisti, richieste di pena di morte, blitz della polizia in laghi ghiacciati e vertiginosi dibattiti sull’efficacia o meno della ricetta di McLuhan, tacere per non arrendersi alla logica del terrore? Tutto sembra complottare per spegnere sul nascere il mito Travolta. Anche Alberto Moravia, sull’Espresso, non coglie la portata di quanto sta per accadere, e si limita a una recensione di maniera. Togliendosi anzi lo sfizio di una lettura politica abbastanza improbabile: «Little Italy c’è tutta intera, anzi Badham ce la fa vedere in maniera ancora più evidente dei suoi colleghi italoamericani, come per esempio Coppola o Scorsese. Ma è questa evidenza caricaturale e grottesca dei caratteri e degli ambienti a fare la scia ad una certa cattiveria razzista del regista. Insomma, l’ambiente italomericano è descritto e rappresentato da lontano come un mondo incredibile e folkloristico di cafoni inurbati, guardati con accondiscendente e sprezzante ironia. Quell’ironia che non viene mai rivolta, ad esempio, contro gli indiani d’America».

Mentre sotto la cenere cova una febbre da cavallo, neppure il critico cinematografico Tullio Kezich recensendo il film su Repubblica si scalda più di tanto: «Dal mito di Sylvester Stallone la nuova star del cinema giovanile eredita vitalismo e spontaneità, ma neanche un grammo di humour. Pur dottissimo e scatenato, Travolta manca di autoironia e finisce per consumarsi nella dimensione edificante del film. Il patetico ras della balera, trasfigurato nel rutilare delle immagini a colori, avvolto nel sound carezzevole dei Bee Gees, diventa sotto i nostri occhi un eroe dello schermo, scavalcando ogni plausibilità sociologica». E sottolinea, Kezich, soprattutto una battuta del film: quando Manero si vede liquidare al bar dalla sospirata Stephanie con un «tanto non sei nessuno e non arriverai da nessuna parte», la Stephanie che sogna di fare il salto tra i vip, e che in realtà riconosce Laurence Olivier solo perché «è quello della pubblicità della Kodak». Curiosamente, è una battuta che ricorda bene anche Flavio Bucci, doppiatore di Travolta (ma solo in un primo tempo: già nel film successivo, così come nei passaggi televisivi di Saturday Night Fever, la voce dell’attore sarà quella “storica” di Claudio Sorrentino): «Sì, in tutti questi anni mi è rimasta impressa: quando mi trovai a doppiare quel passaggio rimasi di sasso. Così come di fronte al mare di parolacce... Non erano molti i film, allora, così apertamente volgari». E neppure Bucci immaginava che la “febbre” avrebbe sfondato come poi ha fatto: «Sapevamo che gli americani si aspettavano molto: era un genere nuovo, legato ai giovani, la sceneggiatura era solida. Il successo era atteso perché era un’operazione studiata a tavolino, ma certo non in quelle dimensioni. Anche perché era complicato cogliere la reale volontà del film, che cosa voleva significare e a chi si rivolgeva». Sì, perché il finale contraddice la figura del bullo di periferia costruita su Travolta. Che rifiutandosi di ritirare il premio della gara da ballo, perché se lo merita la coppia portoricana, si carica di una dirittura morale imprevista.

Ma la febbre incalza. A scandire come un termometro l’evolvere della malattia è Panorama, nella pagina della rubrica dello stesso Kezich, in cui si certifica l’avvenuto contagio. Anzi, l’epidemia. “Travolta superstar”, “La febbre continua”, “Febbre da record”, “Febbre milionaria” sono i titoli che via via campeggiano in testa alla tabella degli incassi settimanali delle pellicole, a mano a mano che si avvicina l’estate. In agosto, l’apoteosi. Rete 2, nella puntata di “Videosera” di giovedì 3 agosto, si occupa del fenomeno Saturday Night Fever in prima serata, con tanto di intervista a Travolta sul set di un nuovo film e una capatina al 2001 Odyssey. E Tv Sorrisi e Canzoni, nel numero della settimana di Ferragosto, spara Travolta-Manero in copertina, in vestito bianco d’ordinanza, con il titolo “La febbre dell’estate si chiama travoltismo”. Sotto la testata, anche una foterella che dà conto della consegna alla star del Telegatto. Ma qualche giorno prima è sempre Panorama a dettare la linea, con un unico titolo in copertina: “La febbre del sabato sera”. In basso, lo strillo “Inchiesta – Tutta l’Italia balla”. E a tutta pagina, uno spilungone vestito in bianco alla Tony Manero, giacca svolazzante e collo della camicia, per così dire, slanciato. Indovinate di chi si tratta?

Recensioni

Edmondo Berselli su: La Repubblica (21/03/2009)


Il 26 agosto del 1978, Charles Boyer si suicida per disperazione e per amore, due giorni dopo che sua moglie è morta di cancro. Era un vecchio attore, famoso per aver girato con dive come Greta Garbo e Ingrid Bergman. Pochi giorni dopo appare sul Corriere della Sera la lettera di un cinquantenne tormentato da travagli emotivi, diviso fra la moglie e «una ragazza di 35 anni». Tema: non c'è bisogno di essere un latin lover cinematografico come Charles Boyer per avere voglia di farla finita.

Il cinquantenne comunica che si ucciderà simulando un incidente. La lettera è un mezzo falso, fabbricato dal direttore del giornale, Franco Di Bella, con l'assistenza stilistica di Gaspare Barbiellini Amidei. Ma vera, falsa o verosimile che sia, la lettera scatena il dibattito, si mobilitano gli intellettuali, parte una mareggiata di lettere sul "morire d'amore". È cominciata quell'età che Albert Hirschman avrebbe ricondotto al modello della «felicità privata», quella fuga nell'individualismo e quel rientro nell'intimità che ben presto verranno chiamati, prima spregiativamente e poi in modo neutro, "riflusso".

Si apre così il libro di un giornalista trentino, Paolo Morando, Dancing Days (Laterza). Si tratta di un libro inconsueto, perché è la storia microscopica di un periodo brevissimo, in cui l'autore accumula un intero patrimonio documentario, fra giornali, film, testimonianze personali, per metterli in rapporto con un cambiamento d'epoca che rovescia in modo copernicano lo stile di vita dell'Italia d'allora.

Vero che quegli anni sono costellati da eventi luttuosi come l'assassinio di Aldo Moro, o portentosi come l'elezione di papa Luciani, la sua morte improvvisa, e la chiamata al soglio di Karol Wojtyla. Ma in quell'estate del 1978, in una via Solferino inquinata dalla P2, le tirature si surriscaldano e i lettori avvampano di passione per una storia minore, un fattoide che riassume ad un tratto lo spirito del tempo e svela come un'intera società abbia deciso di cambiare spartito.

Qualcuno aveva già intuito lo sfumare del clima. In un documento riservato allo staff direttivo della Rizzoli ("Scenario", dovuto all'immaginazione sociologica di Enrico Finzi), si parlava di individualismo nascente, riscoperta della religiosità e della famiglia, edonismo, attenzione al proprio aspetto e alla salute. Dopo gli anni di piombo, e dopo l'era di una politica che aveva permeato ogni spazio, l'amore in prima pagina diveniva il simbolo di un rivolgimento plateale della mentalità generale.

Non che la politica rimanga estranea al mutamento d'atmosfera. Bettino Craxi pubblica su l'Espresso la dura polemica anticomunista del saggio su Proudhon, "Il Vangelo socialista", che perfino Eugenio Scalfari, sottolinea Morando, legge «con ammirata stupefazione». Naturalmente Proudhon c'entrava poco. Craxi voleva mettere in luce le differenze fra la vecchiezza ideologica del Pci e la modernità rivendicata dai nuovi socialisti. Il manifesto, scritto da Luciano Pellicani, era un altro dei documenti che scandivano il cambio di stagione.

In una scena diversa, mentre la politica evaporava, dall'operaio massa si passava ai travoltini, dal rumore delle fabbriche al suono delle discoteche di Saturday Night Fever, dai ritmi di Bandiera rossa al falsetto dei Bee Gees. Giorgio Bocca si chiede, lasciando poco all'ironia: «Il danzatore è politico?». E la discoteca, e la discomusic, non saranno per caso di destra, cioè «fasciste» e in quanto tali esecrabili? Ovvero sono semplicemente il luogo naturale del nuovo popolo della notte, i nuovi proletari, che non stanno «né con Tony Manero né con Toni Negri»?

Alla larga allora da parole come impegno, ideologia, "coscienza". Le donne di Lotta continua vengono catalogate dalla militante Franca Fossati sotto il titolo «Travolte da Travolta», nel segno dell'"eroe" della nuova epica globale. È inutile anche rifugiarsi nei vecchi e rassicuranti schemi secondo cui anche la disco è il solito trucco delle multinazionali per l'ottundimento di massa. Ci pensa Beniamino Placido a spiegare su la Repubblica che John Travolta riunisce nell'esibizione ludica della danza due fattori separati dal Sessantotto e da allora rimasti in conflitto, vale a dire da un lato il desiderio di successo, e dall'altro il terrore della competizione.

E se c'è bisogno di un ideologo, il riflusso lo trova subito. E naturalmente l'ideologo di un'antiideologia, Francesco Alberoni, l'autore di Innamoramento e amore, il sociologo per eccellenza, l'intellettuale che mette la firma finale a un decennio. Alberoni parla dell'innamoramento come di «un movimento collettivo a due», dell'amore come di un' «istituzione».

In quella situazione, anzi "in questo stato", secondo lo schema coevo di Alberto Arbasino, non può stupire che oltre 15 milioni di spettatori seguano in tv le sei puntate di Scene da un matrimonio di Ingmar Bergman. In quell'Italia alberoniana, che conduce quasi alla cieca le sue prove di modernizzazione, tentando di diventare disinibita prima di essere evoluta, il milione di copie Innamoramento e amore equivale a una bibbia insperata. Lo conferma Alberoni stesso ricordando un dibattito sul libro a una festa dell' Unità: «Mentre parlavo vedevo davanti a me decine di donne che, via via, iniziavano a piangere. Evidentemente avevo messo in moto un meccanismo di liberazione di una parte emotiva a lungo repressa».

Di lì a poco il manifesto organizza un forum con Angelo Bolaffi, Lidia Menapace, Gianni Baget Bozzo, Fabio Mussi, Filippo Gentiloni, Paolo Franchi, Roberto Roversi, Luigi Manconi e altri. Conclude Morando: «Il titolo che accomuna i loro contributi ha qualcosa di straziante: "Davvero la rivoluzione non si fa più?"». Facile rispondere sulla scorta dello scetticismo o del cinismo, di oggi. Più complicato, anche adesso, spiegare perché alcune generazioni cambiarono idea, e cambiarono vita, così all'improvviso, nella febbre di quei giorni danzanti.

Ranieri Polese su: Il Corriere della Sera (04/04/2009)

[...] il saggio, molto documentato, di Paolo Morando, Dancing Days (Laterza), una rilettura del biennio 1978-79, quello del riflusso. Dalle lettere d'amore sulla prima pagina del «Corriere» al boom degli stilisti milanesi, da Prova d'orchestra di Fellini al ritorno dei grandi concerti rock internazionali dopo il periodo del non si paga. E sebbene Morando abbracci ogni settore espressivo, la musica che girava intorno in quegli anni diventa un po' la linea portante. Ed è un cantautore a dire la frase definitiva, Eugenio Finardi: «Furono due i killer del Movimento, della grande utopia anni 60 e 70: i brigatisti del sequestro Moro e i Bee Gees. E il funerale venne celebrato con il concerto per la morte di Demetrio Stratos». Musica e storia, insomma, è un binomio che funziona.

Giorgio Boatti su: tuttoLibri (04/04/2009)


Niente nasce davvero fino a quando non arriva la parola giusta per designarne l'arrivo. «Riflusso» è la parola che improvvisamente saetta su un 1978 che come nessun altro anno aveva registrato un sincopato affastellarsi di eventi. Nel giro di pochi mesi gli italiani assistono al sequestro e all'uccisione di Aldo Moro e della sua scorta da parte delle Brigate Rosse, registrano il succedersi di tre papi nell'arco di una sola estate (Montini, Luciani, Wojtyla), e, al Quirinale, un frettoloso scambio di consegne tra due presidenti quanto mai diversi, Leone e Pertini.

La lotta politica ― quella scritta tra il Palazzo e le piazze, scandita da segreti indicibili e da sangue innocente ― in quei mesi sembra saturare ogni pensiero, ogni angolo di vita degli italiani. Ogni esistenza pare precettata a fare da obbligata comparsa sul palcoscenico della Storia. Poi ― è il settembre del 1978 ― qualcosa segnala che il vento cambia e soffia in una nuova direzione.

Il mutamento scatta con modalità apparentemente imprevedibili e spiazzanti. Sul Corriere della Sera, affidato alla direzione di Franco Di Bella, viene pubblicata in prima pagina la lettera di un cinquantenne, il nome non viene reso noto, che minaccia il suicidio se la giovane amante, stanca di stare nell'ombra, davvero lo lascerà per passare a regolari nozze con un coetaneo. E' la prima volta che a una faccenda così privata ― e che sembra riassumere in sé tante fragilità del vivere quotidiano di ciascuno ― viene catapultata in prima pagina. La vicenda d'amore viene offerta in pasto a commentatori e lettori che si scatenano in un putiferio di reazioni. Sul quotidiano milanese ― e ben presto per cerchi concentrici, su tante altre testate ― si scatena un diluvio di dotte psicanalizzazioni.

Grandinano note di costume e fraterni consigli esistenziali al cinquantenne dal cuore trafitto. Saettano anche brutali incitamenti, pubblicati senza un battito di ciglia, affinché il protagonista dalla faccenda sia conseguente e la faccia davvero finita. La tiratura del giornale si impenna. Segnala, dicono coloro che sono incaricati di captare il nuovo che bussa all'orizzonte, che il Paese è stufo di fronteggiare progetti rivoluzionari, temi impegnati. Stanco di vivere sotto i gelidi spifferi della lotta di classe che soffia in piazza.

Un copione che ― caso strano ― pochi mesi prima era stato anticipato quasi riga per riga da un libretto, intitolato Scenario, che Tassan Din, l'amministratore delegato della Rizzoli, ovvero la proprietà del Corriere, aveva fatto circolare in pochissime copie tra i vertici editoriali e manageriali del gruppo. Redatto da Enrico Finzi, ex funzionario Pci e poi finissimo navigatore tra ricerche di mercato e strategie politiche, il riservatissimo documento spiegava ai direttori delle testate Rizzoli che gli italiani avevano voglia di tornare al tepore di casa, di godersi la leggerezza tonificante di una quotidianità più colorata e frizzante.

Proprio come erano i vestiti variopinti e le cose spiazzanti che si trovavano da Fiorucci, a Milano. Lì, come succederà pochi mesi dopo a New York quando Fiorucci vi aprirà un suo emporio, tutti si sono convertiti al «fioruccismo». Non è finita: un' altra ondata si aggiunge con l'arrivo al cinema della Febbre del sabato sera con uno scatenato John Travolta e ― ballando ballando ― qualcuno sostiene che gli italiani adesso non si ritrovano più in piazza ma nelle discoteche. A Milano, al Club 54 aperto in corso XXII Marzo, la sera dell'inaugurazione ci sono tredicimila richieste d'ingresso. Anche nelle altre discoteche di grido la folla è da stadio.

Gli italiani vogliono distogliere la testa dai cupi scenari e hanno voglia ― spiegano i commentatori del Corriere, Alberoni in testa ― di divertirsi, di ballare, di sfogarsi in un consumismo vissuto come una liberazione da tempo attesa. E dietro l'angolo ― si suggerisce ― c'è un nuovo Rinascimento: quello che cammina ai ritmi delle sfilate della moda milanese, delle griffes che in un paio di anni andranno a imporsi in tutto il mondo.

A scavare dentro questo biennio cruciale, scrutandone l'irruzione e la discontinuità, è un saggio scatenato e lucidissimo di Paolo Morando, Dancing Days: una bellissima pagina nel giornalismo di inchiesta, che fa intravedere come dietro il decollo del «riflusso» operino anche insospettate regie. Suggeritori che ne guidano lo spartito, ne determinano i ritmi. Nessun «suicida», ad esempio, aveva mai scritto al Corriere. La lettera apparsa in prima pagina e che segna l'avvio del tutto ― rivela Morando ― viene scritta dall'allora vicedirettore Gaspare Barbiellini Amidei ed era una pensata del direttore Di Bella. In perfetta sintonia con quello Scenario, fattosi realtà, circolato mesi prima ai piani alti del maggiore gruppo editoriale italiano.

Filippo La Porta su: left (09/10/2009)


Vi ricordate di John Reed? Andò in Russia nel 1917 e poi scrisse i Dieci giorni che sconvolsero il mondo. Paolo Morando, anche lui giornalista, ha scritto un libro sui «due anni che hanno cambiato l'Italia», Dancing days (Laterza), e cioè il '78 e il '79, gli anni della Febbre del sabato sera, del "riflusso" che a sua volta prepara il decennio successivo, quello della seconda modernizzazione del Paese (Craxi, tv commerciali, corsa ai consumi). In particolare Morando si sofferma su un segnale rivelatore. Nel settembre del '78, l'anno di Moro e forse il più tragico della Prima repubblica, appare sul Corsera la lettera anonima di un cinquantenne che minaccia di suicidarsi perché la sua giovane amante ha deciso di lasciarlo per un matrimonio. Quel giorno le tirature del Corriere andarono alle stelle. L'Italia, ferita e provata dagli anni di piombo, si prepara a una nuova stagione della sua storia. Nella lettera c'è il personale opposto al sociale! Un'autentica rivoluzione del costume. La ricostruzione di Morando è meticolosa e si serve di materiali diversi. Inoltre è condotta come un thriller storiografico. Veniamo così a sapere che all'origine di quella rivoluzione ci sono due documenti apocrifi. La lettera anonima del Corriere venne in realtà scritta dal vicedirettore Barbiellini Amidei, che con il nuovo direttore Di Bella aveva fiutato l'aria (si veda anche una lettera della Rizzoli ai quadri dirigenti). Mentre nella stessa estate L'espresso pubblicò un articolo-saggio di Craxi su Proudhon in cui si dichiarava definitivamente morto il leninismo, in polemica con Berlinguer, e si evidenziava l'incompatibilità del socialismo con il comunismo (in nome del mercato, dell'individuo, del piacere). Bene, quell'articolo non era di Craxi ma di Luciano Pellicani, studioso militante di area socialista! Innumerevoli i sintomi della mutazione. Oltre a Travolta occorre citare una dimenticata trasmissione nel '78 addirittura precorritrice dei futuri “Drive-in”, e cioè “Strix”, un «programma folle e dissacrante» di Trapani, con ambientazioni orgiastiche e corpi nudi. E poi, su altro versante, l'enorme successo delle Scene da un matrimonio di Bergman, analisi impietosa della coppia. Ma anche le “Lettere” di Lotta Continua: perfino nel giornale della sinistra rivoluzionaria trionfa il privato (le crisi sentimentali, le richieste a volte disperate di affetto). A suggello del biennio esce il 29 aprile un numero speciale del Manifesto con il titolo “Davvero la rivoluzione non si fa più?”. Dopo l'impegno e la protesta (in parte sfociata nella pazzia del terrorismo), «l'Italia che vuole divertirsi» rivendica i suoi diritti. Forse questa stanchezza verso la politica e la seriosità obbligatoria dell'impegno erano ampiamente giustificate. Solo due osservazioni. Da allora il “divertimento” sembra aver assunto un'unica, dispotica forma (il varietà tv), mentre prima c'era più varietà nel divertirsi. Infine: dal “noi” si passò a dire “io” (sacrosanto rifiuto del collettivismo), però non è stato più compiuto il passo successivo e cioè quando dentro l’“io” ritroviamo pur sempre una dimensione del “noi”.

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