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Biblioteca laica

Biblioteca laica
Biblioteca laica
Il pensiero libero dell'Italia moderna
con la coll. di O. Catanorchi e F. Dell'Omodarme
Edizione: 20092
Collana: Storia e Società
ISBN: 9788842087922
Argomenti: Classici della filosofia moderna, Classici della filosofia dellOttocento, Storia d'Italia
  • Pagine: 608
  • Prezzo: 28,00 Euro
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In breve

«Chi proibisce ai cristiani lo studio della filosofia e delle scienze proibisce loro anche di essere cristiani.»

Così scriveva Tommaso Campanella, nell’Apologia di Galileo del 1616, in difesa del principio della libertas philosophandi, predicato specifico e irrinunciabile dell’indagine umana cui non sfuggono né la natura né la religione. È solo un esempio del significato e del valore di quella cultura italiana nella quale si è raccolto quanto di meglio la nostra storia ha generato lungo i secoli moderni. Cultura laica – da non confondere con anticlericale, come spesso è accaduto – nella quale si è espressa una vera e propria concezione del sapere. «Se si vanno a leggere i capisaldi della cultura laica, ci imbattiamo in concetti decisivi come legge, conflitto, eguaglianza, dissimulazione, bisogno, libertà di stampa, opinione pubblica, fino all’argomentazione del rifiuto della tortura e della pena di morte. Princìpi, ieri come oggi, di una sapienza che in Italia ha trovato uno dei suoi luoghi di nascita e di maggiore sviluppo.» Una sapienza mondana e civile, che appare in modo luminoso nei testi qui raccolti – da Leon Battista Alberti a Camillo Benso di Cavour, passando, tra gli altri, per Giordano Bruno, Machiavelli, Leopardi, Manzoni – i quali, organizzati tematicamente, affrontano argomenti come la condizione umana, la nascita (e la morte) delle religioni, la loro funzione civile, la critica della Chiesa di Roma e del cristianesimo, la teorizzazione della ‘libera Chiesa in libero Stato’.

La Biblioteca laica a Le storie di Corrado Augias (RaiTre, 12 dicembre 2008): guarda il video

Indice

Premessa - Introduzione - I TESTI - 1. Sulla condizione umana - 2. Nascita (e morte) delle religioni - 3. Miracoli, ‘contrazioni’, indemoniati - 4. Sulla funzione civile della religione - 5. Critica della Chiesa di Roma e del cristianesimo - 6. ‘Libertas philosophandi’ - 7. Sapienza mondana - 8. Né guelfi né ghibellini: libera Chiesa in libero Stato - Indice dei nomi

Leggi un brano

Negli ultimi tempi si parla molto di ‘laicità’ nel nostro paese, e non per caso, naturalmente: l’accendersi della discussione intorno a questo tema è connesso anzitutto al nuovo ruolo che la Chiesa di Roma è venuta assumendo in Italia dopo la crisi e la fine dei grandi partiti di massa che hanno segnato il ’900. Senza più il filtro del ‘partito dei cattolici’, la Chiesa è scesa in prima persona sul piano della lotta politica e sociale sostenendo con vigore e intransigenza le proprie posizioni in tutti i campi, a cominciare da quello dei cosiddetti temi ‘eticamente sensibili’. Del resto, anche nel campo ‘laico’ appare oggi più diffusa, anche se non generalmente acquisita, la tesi secondo cui la fede, e la religione, non sono un fatto privato, e che esse, legittimamente, possono aspirare a svolgere una funzione e un ruolo pubblico significativi. Rispetto alle posizioni affermate dal Concilio Vaticano II – e al clima generale da esso suscitato – c’è stato dunque un profondo mutamento di prospettiva, che ha rimesso in discussione vecchie posizioni, sgretolando antichi schieramenti e creandone di nuovi.

Si tratta di una novità di grande portata; né stupisce che di fronte ad essa le forze culturalmente e storicamente avverse alla Chiesa romana siano scese in campo per sostenere con altrettanta energia le loro ragioni, sollecitate in questo – e quasi forzate – anche dalla figura e dalla personalità dell’attuale pontefice, un teologo impegnato in primo piano, e da molto tempo, proprio sui temi sui quali la discussione si è accesa in modo più intenso e più bruciante.

Ma non si tratta di una questione circoscrivibile nei nostri confini nazionali, anche se da noi assume toni più netti e più duri per i caratteri specifici della storia nazionale italiana. Basta pensare a quello che è avvenuto, e continua ad avvenire, in Spagna, e al durissimo scontro che in questo ultimo periodo ha visto contrapposti governo e gerarchie ecclesiastiche di quel paese. Né il problema è riducibile ai confini dell’Europa, e al nuovo protagonismo della Chiesa di Roma. Il dato fondamentale – che segna in maniera impetuosa questi anni – è la nuova sporgenza, sul piano mondiale, delle religioni, e il nuovo ruolo che esse hanno assunto in termini planetari condizionando in modo diretto, e spesso intransigente, la sfera politica e mettendo in profonda crisi le classi dirigenti che, in Occidente come in Oriente, avevano scelto consapevolmente di muoversi secondo una prospettiva di carattere ‘laico’, diventata ormai, in molti casi, nettamente minoritaria (come è avvenuto, per fare un solo – e tragico – esempio, in Palestina).

La previsione di un progressivo affievolirsi della dimensione confessionale e religiosa è stata duramente smentita dalla storia; così come si è rivelata fallace la tesi secondo cui sarebbero venute meno le dinamiche, e le funzioni, degli Stati nazionali di matrice moderna. Sono, anche questi, processi intrecciati. Sul piano religioso, ci troviamo di fronte a nuovi, e violentissimi, fondamentalismi, disposti a tutto – compreso il sacrificio della vita dei seguaci – pur di affermarsi; mentre sul piano politico si sono imposti nuovi nazionalismi che, intrecciandosi a componenti di tipo religioso, sono sfociati in posizioni di carattere addirittura razzistico, riportando all’ordine del giorno obiettivi tragici come quello della ‘pulizia etnica’.

Né si tratta di processi destinati a declinare e a finire in breve tempo; essi tendono, piuttosto, a configurarsi come caratteri morfologici della lotta politica e religiosa nel millennio che è appena iniziato, mettendo in questione vecchie e nuove certezze e costringendo tutti a fare nuovamente i conti anche con la propria storia per cercare di non essere travolti dal mare che si è dischiuso di fronte a noi.

È discutendo di questi temi, e in modo specifico del nuovo protagonismo della Chiesa di Roma, che l’Editore mi ha proposto di svolgere una riflessione sul significato e l’incidenza del motivo ‘laico’ nella cultura e nell’ethos nazionale: in altre parole, sulla ‘laicità’ quale carattere costitutivo della identità moderna italiana. È un tema vasto ed impervio, che si può svolgere da una pluralità di punti di vista: politico, filosofico, storico. Ho scelto, in questo libro, l’ultimo tipo di approccio non perché sia convinto che per conoscere qualcosa bisogna farne la storia (è da tempo, ormai, che non penso più questo); ma perché nella situazione attuale questa mi è sembrata la via più adatta per rappresentare sine ira et studio (come si sarebbe detto una volta) il significato e il valore di una tendenza della cultura nazionale nella quale si è raccolto quanto di meglio la nostra storia ha generato lungo i secoli moderni, su cui vale la pena di dire subito qualche parola, anche per delineare al lettore gli obiettivi che il libro si prefigge.

«Tendenza», ho scritto, ma è un termine debole, insufficiente. La ‘laicità’ – questa la tesi che si sostiene nel volume – è una concezione dell’uomo e della società che – per quanto riguarda l’Italia – si svolge con motivi omogenei lungo un ampio arco di tempo compreso tra la metà del ’300 e l’800, quando si costituisce lo Stato nazionale unitario e muta, con tutto il resto, anche il problema della ‘laicità’ e del suo significato. Essa è incentrata, fin dall’inizio, sulla consapevolezza del limite costitutivo, e insuperabile, della ‘condizione umana’, colto, e sottolineato, con occhio disincantatissimo e con toni spesso affini, da pensatori di prima grandezza quali Alberti, Machiavelli, Sarpi, o lo stesso Leopardi, il quale – a conferma della forza e della continuità di una lunga tradizione – suona spesso tasti critici che riecheggiano, in modo immediato, le Intercenali albertiane. Ma, ed è un altro punto che conviene subito sottolineare, l’insistenza di questa cultura sul ‘limite’ dell’uomo – sul ‘buio’ nel quale egli è sommerso, e dal quale non può uscire – non si risolve mai in un atteggiamento rassegnato, passivo o inerte. È vero precisamente il contrario. Essa, fin dall’inizio, individua nell’agire il carattere proprio dell’uomo, a tutti i livelli – compreso il sogno, l’illusione, l’utopia –, cui non rinuncia mai, pur nella consapevolezza della potenza inesorabile della ‘fortuna’ (nella varia, e complessa, serie di significati che assume nelle pagine di questi autori). Perciò questa cultura si batte con forza ed intransigenza sulla libertas philosophandi intesa come predicato specifico e irrinunciabile dell’indagine umana, su tutti i piani, dal ‘libro della natura’ al ‘libro sacro’, il quale, come testimoniano le pagine eccezionali di Bruno (erede consapevole degli ‘eretici’ italiani), di Campanella, dello stesso Galileo, deve essere sottoposto a una esegesi in grado di individuare con precisione gli scopi che il divino Legislatore si è proposto con la Scrittura, senza confondere piano della ‘legge’ e piano della ‘filosofia’.

Né la natura, né la religione possono, infatti, sottrarsi a un’indagine di tipo ‘razionale’ e ‘scientifico’, che ha il compito specifico di definire con esattezza i caratteri propri sia dei fenomeni naturali che di quelli religiosi, analizzati, questi ultimi, nell’ampio spettro delle loro manifestazioni, compresa quella – delicatissima – dei miracoli. Le pagine ad essi dedicate da Pomponazzi e da Bruno e lo sforzo ‘scientifico’ che l’uno e l’altro fanno per spiegarli sono uno dei vertici più alti raggiunti da questi autori.

Ridurre posizioni di questo tipo a pulsioni polemiche di carattere anticlericale, come molto spesso è stato fatto, specie nel secondo ’800, sarebbe una forzatura, anzi un errore. Esse si situano, a pieno diritto, nel processo di costituzione dell’idea moderna di ‘natura’, e anche di ‘religione’, dischiudendo linee di ricerca che saranno fruttuosamente riprese nei secoli successivi, specie nel ’700. Ma a questo proposito si può dire di più. Molti dei più autorevoli rappresentanti di questa cultura – a cominciare da Machiavelli fino allo stesso Sarpi, che pure ipotizza la possibilità di una società senza «Torà» – hanno saputo comprendere la funzione ‘civile’ della religione e il ruolo positivo che essa può svolgere – se è basata su giusti fondamenti – nella vita di un popolo che ambisca alla forza, alla potenza. Machiavelli è tutt’altro che un pensatore libertino; né è disposto in alcun modo ad accettare la distinzione fra ‘rozzi’ e ‘sapienti’ su cui quella cultura è fondata. Il che non significa che nelle sue pagine, o in quelle di Guicciardini, non vi siano posizioni di netta, e aspra, critica nei confronti della Chiesa romana. Anzi, costituiscono una parte assai ampia della loro opera, e hanno precise, e dichiarate, motivazioni di carattere politico. Infatti, almeno in parte, esse sono anche effetto delle posizioni assunte dalla ‘monarchia pontificia’ nella storia italiana; delle prevaricazioni che essa compie sia sul piano politico che su quello religioso; del rifiuto della Chiesa romana di pensarsi – ieri come oggi – come parte tra le parti, come soggetto tra altri soggetti; della sua pulsione a voler imporre a tutti – indiscriminatamente e con tutti i mezzi – le proprie leggi e i propri princìpi, senza averne spesso i titoli né morali, né religiosi, né giuridici (come in pagine eccezionali scrivono Marsilio da Padova, Lorenzo Valla, Paolo Sarpi, Antonio Genovesi, lo stesso Gaetano Filangieri, che spiega, addirittura, come «pubblicare» una nuova religione, alternativa a quella antica: tutti autori, peraltro, messi rigorosamente all’Indice).

Ma conviene ribadirlo: se la polemica anticlericale rappresenta un aspetto strutturale di questa cultura, è un errore identificare il termine ‘laico’ con il termine ‘anticlericale’, come spesso è accaduto nel nostro paese, nel fuoco di una polemica assai aspra nei confronti della Chiesa romana, acuitasi specie dopo la costituzione dello Stato nazionale. È una semplificazione tanto dura quanto inconsistente: il motivo dell’anticlericalismo è un aspetto – e una conseguenza naturale – di un atteggiamento di carattere ‘laico’: e lo si vede bene sul piano della analisi storica, tenendo anche conto della funzione svolta dalla ‘monarchia pontificia’ nel nostro paese. Ma la ‘laicità’ è qualcosa di molto più vasto di una polemica, per quanto aspra, nei confronti della Chiesa di Roma (e di qualsiasi altra Chiesa). Nella ‘laicità’ – ed è soprattutto su ciò che si è voluto insistere nel libro – si è espressa una vera e propria concezione della sapienza – quella mondana, civile che appare in modo luminoso dai testi qui adunati. Se si vanno a leggere i capisaldi di tale cultura, ci imbattiamo in concetti decisivi come quelli di legge, di conflitto, di eguaglianza, di dissimulazione, di bisogno, di libertà di stampa, di opinione pubblica, fino all’argomentazione del rifiuto della tortura e della pena di morte svolta nelle pagine memorabili di Cesare Beccaria pubblicate nel lontano 1764...

Princìpi, ieri come oggi, di una sapienza mondana, civile, che in Italia ha trovato uno dei suoi luoghi di nascita e di maggior sviluppo, come potrà agevolmente constatare chi leggerà il volume, che si conclude, volutamente, con la costituzione dello Stato nazionale e con due grandi discorsi di Cavour e di Silvio Spaventa, entrambi figli diretti di questa lunga storia: il primo sul principio della ‘libera Chiesa in libero Stato’; il secondo sulla rottura definitiva di qualunque rapporto tra Stato moderno e ogni forma di potere temporale della Chiesa. Si conclude con il 1861 perché dopo – come sopra si è detto – nel nostro paese tutto cambia: anche il problema della ‘laicità’.

Del volume – e della sua validità – giudicherà naturalmente il lettore. A me resta però il compito di fare una osservazione finale: l’Italia – e questa è una delle sue ‘miserie’ più grandi – ha avuto spesso una autorappresentazione inferiore alla sua ‘grandezza’, a quello che essa effettivamente è stata e ha significato, anche fuori dei nostri confini. Varrebbe la pena di comprendere le ragioni di questo atteggiamento, e forse anche qui bisognerebbe fare i conti con la lunga influenza della Chiesa di Roma nel nostro paese.

Ma dal libro due dati, in ogni caso, appaiono chiari e inoppugnabili: con questi autori l’Italia è stata all’avanguardia nella storia civile dell’Europa moderna; il pensiero ‘laico’ di matrice rinascimentale e moderna – sia esso una tendenza, una cultura o una concezione del mondo – è stato il terreno privilegiato su cui tutto questo è avvenuto. Vale la pena di conoscerlo.

Recensioni

Adriano Sofri su: Il foglio (18/11/2008)

C'è una specie di amara ironia nella scelta di inaugurare una ponderosa antologia della "Biblioteca laica. Il pensiero libero nell'Italia moderna", come quella appena uscita per Laterza a cura di Michele Ciliberto, con una citazione di Girolamo Savonarola. "E però sappi che se alcuno comandassi cosa che fusse contra el ben vivere, tu non hai ad ubbidire. ― O frate, se el Papa el comandassi? ― Dico: neanche al Papa. Io gliel direi in sulla faccia, se io fussi là. E si vuole resistere a chi comanda contro a Cristo e contro al ben vivere". Citazione a doppio taglio, si potrebbe obiettare. Le altre 594 pagine escludono l'ambiguità. Le prime 110 sono di Ciliberto, discepolo di Eugenio Garin e di Giordano Bruno, le altre raccolgono la voce di pensatori e politici civili, Alberti e Machiavelli, Guicciardini e Pomponazzi, Sarpi e Verri, Campanella e Galileo, Casanova e Filangieri, Vico e Giannone e Genovesi, Beccaria e Leopardi, Cattaneo e Manzoni, Cavour e Mazzini... I testi sono raggruppati per temi: la condizione umana, la nascita e il declino delle religioni, la loro funzione civile, la critica della chiesa di Roma, l'idea della chiesa libera in libero stato. Pensieri illuministi, o illuminati, come quelli che provengono dalla persuasione che "gli uomini sono al buio delle cose". Mi ha fatto piacere trovare nel primo dei testi raccolti, il Theogenius di Leon Battista Alberti, accanto e quasi in contrasto con la citazione di Pindaro "sull'uomo... quasi umbra di un sogno", l'espressione insistita sull'"uomo e gli altri animali", che avrei creduto settecentesca (la scrupolosa curatrice la trascura scrivendo in nota "A differenza degli animali... gli uomini": più bello sarebbe "degli altri animali", che segnala insieme differenza e somiglianza).

Si direbbe tempestiva l'uscita in giorni come questi: salvo che un'antologia del pensiero laico uscirebbe tempestivamente pressoché in qualsiasi momento della storia d'Italia. Ai testi, curati da Olivia Catanorchi, Francesca Dell'Omodarme e, per Sarpi, da Chiara Petrolini, è premessa una scheda biografica e una nota sull'anno in cui autori e opere furono messi all'Indice. All'Indice tutti, o quasi, le "Operette morali" comprese, nell'Italia del 1850: e però, per fortuna, autori e testi sono lontani da un'uniformità convenzionale di pensieri, modellata dalla comune avversione alla superstizione religiosa o all'invadenza clericale, e animano invece un confronto vivace e fantastico. Invidiabilissima, a occhio e croce, dalla latitudine attuale.

Luciano Canfora su: Il Corriere della Sera (20/12/2008)


Che il rapporto tra la religione e la politica (o, se si vuole, la vita sociale) sia uno dei temi di più lunga durata che possano impegnare lo studioso di storia è quasi una ovvietà. Meno ovvio è in quanti modi, anche tra loro assai lontani, sia percepito, e si svolga, tale rapporto. La questione si è posta per ogni genere di società, e si presenta in modi diversi per le diverse confessioni religiose, dal «cesaropapismo» dell'impero bizantino, e poi zarista, alla «separazione» realizzata dalla Terza Repubblica francese, quando finalmente si consolidò e fu al riparo dai traumi che per decenni dopo il 1871 l'avevano resa fragile. Che, in materia, l'Italia sia stata un luogo nevralgico e sommamente indicativo è ben noto, ed è stato un bene che l'editore Laterza abbia mandato da poco in libreria una corposa silloge, curata da Michele Ciliberto, intitolata La biblioteca laica, il pensiero libero dell'Italia moderna. Al centro ideale dell'intera silloge figura la pagina di Machiavelli (dai Discorsi «Della religione dei Romani») sulla religione come «fondamento» del vivere civile. Alla conclusione, in posizione giustamente enfatica, vi è il discorso parlamentare di Cavour culminante nella impegnativa formula «Libera chiesa in libero Stato».

Sono ben note le riflessioni che il Machiavelli svolge in quel capitolo a sostegno della funzione di freno che la religione deve esercitare soprattutto nei confronti di masse incolte (gli uomini «grossi», come egli si esprime). Riflessione che, da un lato, si spinge ad indicare in Numa Pompilio, piuttosto che in Romolo, il vero fondatore della compagine romana, e dall'altro rivela netto distacco dal fatto religioso come tale, là dove al Savonarola viene destinato un elogio, che però tradisce ironia, per aver egli — con la religione — tenuto a freno addirittura un popolo tutt'altro che rozzo quale quello di Firenze. «Al popolo di Firenze — così scrive Machiavelli in un sapiente dosaggio di realismo e di ironia che non risparmia certo i suoi concittadini — non pare essere né ignorante né rozzo; nondimeno da frate Girolamo Savonarola fu persuaso che parlava con Dio. Io non voglio giudicare s'egli era vero o no, perché d'uno tanto uomo se ne debbe parlare con riverenza, ma etc.». Nel capitolo seguente Machiavelli traduce in modo originale, e quasi imprevisto, tali premesse e osserva che in Italia l'assenza di religione (e quindi dell'efficacia politicamente positiva che la religione può produrre) è da addebitarsi proprio alla chiesa di Roma («quelli populi — scrive — che sono più propinqui alla chiesa romana, capo della religione nostra, hanno meno religione»).

Questa considerazione è, per certi versi, vicina a quella cavouriana, posta a fondamento del celebre discorso con cui la silloge laterziana si conclude: che, cioè, proprio il potere temporale della chiesa cattolica ha nociuto e nuoce alla religione, e che dunque tale potere «fu ostacolo non solo alla riorganizzazione dell'Italia ma eziandio allo svolgimento del cattolicismo».

Ovviamente le concrete situazioni storiche in cui si trovano Machiavelli e Cavour sono incomparabilmente diverse. Ma vi è anche, in Machiavelli, un rifarsi assiduo all'esperienza antica, soprattutto romana, che lo porta ad accentuare quell'elemento «strumentale» (instrumentum regni), che viene da alcuni pensatori antichi e che invece in Cavour non c'è. In Machiavelli operano la lettura e l'assimilazione profonda dell'esperienza romana — come sostanza stessa del suo pensiero — vista attraverso Livio, ma anche attraverso quel libro sesto di Polibio che Machiavelli certamente conobbe e nel quale la formulazione apertamente strumentale dell'uso politico della religione come forte ed efficace regolatore sociale è netta e convinta. Modello ideale lo stesso Cesare, impegnatissimo a farsi eleggere pontefice massimo — dunque supremo esponente della religione — ma intimamente impregnato di convincimenti epicurei. Convincimenti che non gli impedirono affatto di attribuire a quella carica religiosa un ruolo centrale in tutta la sua carriera politica. Né era necessario, per un colto romano, simpatizzare per Epicuro, teorico dell'estraneità degli dei rispetto alle cose del mondo. Anche Cicerone, soprattutto nel De divinatione (bellissimo il commento che ne fece Sebastiano Timpanaro) ma anche nel De natura deorum ci appare scettico, ironico sul mestiere truffaldino degli aruspici, e quasi volterriano, laddove quando parla in pubblico non fa che apostrofare gli «dei immortali» quasi protagonisti remoti, e guida, e giudici, della politica.

Questa «doppiezza» fu propria dei ceti dirigenti del mondo classico, e passò recta via nella moderna cultura umanistica, giacché gli uomini della «Rinascita» proprio della parola di quegli antichi largamente si erano nutriti. Su una tale base, in condizioni storiche certo del tutto diverse, poté purtroppo anche germogliare l'elogio — che non suscita certo molta simpatia — della «dissimulazione onesta». Elogio che nell'Italia dominata dal fascismo fu letto con sensibilità attualizzante, e che certo a buon diritto trova posto in questa silloge laterziana.

In Cavour operano altre premesse, Vi è in lui schietta considerazione per il fenomeno religioso come tale. E quando perciò egli scrive che il recedere della chiesa dal suo potere temporale gioverebbe al cattolicesimo stesso non dà vita ad un sofisma capzioso, ma al contrario esprime il suo autentico pensiero. In questo egli è molto vicino ad un altro pensatore liberale che in profondità ha lavorato su questo problema: Alexis de Tocqueville. È uscita da poco, per le edizioni Dedalo, un'eccellente antologia tocquevilliana a cura di Paolo Ercolani (Tocqueville, Un ateo liberale) che comprende tra l'altro, dalla Démocratie en Amérique, i capitoli sulla «religione come istituzione politica», beninteso negli Usa. Ed è ammirevole osservare la serietà con cui Tocqueville, aconfessionale, si pone dinanzi al fenomeno originalissimo della lealtà repubblicana dei cattolici americani. Egli approda ad una considerazione non ovvia: «Se da una parte il cattolicesimo dispone i fedeli all'obbedienza, dall'altra non li prepara certo alla disuguaglianza» (p. 224). Onde, osserva, in un Paese lontano dalle impalcature statali del cattolicesimo (la monarchia retta dal Papa), quei fedeli sono i più predisposti ad accogliere il principio democratico dell'uguaglianza ed a viverlo come fondamento stesso del consorzio civile.

Insomma, non solo riflessione fondata sugli antichi e valutazione distaccata del fenomeno storico della religione ma, appunto, comprensione storica. In Italia chi ebbe tale sensibilità fu, in rottura con il generico anticlericalismo della sinistra letteraria e tradizionale, Antonio Gramsci. La cui grandezza nella storia intellettuale. del nostro Paese si manifesta anche in questo.

Massimo Teodori su: Il Sole - 24 ore (11/01/2009)


«Laico» e «laicista», «laicità» e «laicismo»: le interpretazioni e le contraffazioni di questi termini si accavallano nelle cronache quotidiane. Perché mai, oggi, si è tornati a usare e ad abusare così frequentemente di parole il cui significato consolidato è da tempo consegnato senza possibilità di equivoco alla buona ricerca filosofica, storica e politica? Il motivo del dibattito sta probabilmente nel dilagare del neotradizionalismo pontificio-ecclesiastico fiancheggiato da un'intellettualità che abbiglia con una nuova terminologia vecchie tendenze illiberali e anti-illuministe. Gli ambienti che fanno capo a Benedetto XVI insistono sulla «laicità legittima» e sullo «Stato sanamente laico», in contrapposizione al laicismo sempre negativamente aggettivato come «radicale» e «anticlericale».

Diversi cardinali lanciano moniti per «una nuova concezione della laicità», secondo il principio istituito dalla Chiesa di Cristo. Un filosofo come Marcello Pera, peraltro lodato dallo stesso pontefice, espone teorie secondo cui il liberalismo consisterebbe nella fede dell'esistenza di Dio, creatore di «leggi naturali», dei «diritti naturali», della verità e della moralità universale. E circoli ex liberali quale Magna Carta propongono libri in cui si afferma che «la sana laicità è solo quella che corrisponde al disegno cristiano di centralità dell'uomo creato a immagine e somiglianza di Dio».

Da tutto questo lavorio riprende vigore l'antica tendenza antimoderna per la quale già sessant'anni fa i gesuiti, sotto l'egida di Pio XII, teorizzavano la distinzione tra una laicità «lecita» e un laicismo «illecito» che avrebbe originato l'infausta formula cavourriana «libera Chiesa in libero Stato».

È perciò tempestiva la pubblicazione di Biblioteca laica curata da Michele Ciliberto contenente un'ampia silloge di pensatori che dalla metà del Trecento fino all'Unità d'Italia gettarono le basi della cultura laica quale motivo costitutivo dell'ethos nazionale. Non furono pochi gli intellettuali che dall'Umanesimo all'Illuminismo posero al centro della loro riflessione la condizione umana, le moderne idee di natura e religione, il rapporto tra Cristianesimo e la Chiesa di Roma e, segnatamente, rivendicarono all'uomo, liberatosi dal buio dell'inerzia e della passività, la libertas philosophandi.

Scrive Tommaso Campanella: «Chi proibisce ai cristiani lo studio della filosofia e delle scienze proibisce loro anche di essere cristiani». Come pure testimoniano le pagine di Giordano Bruno e Galileo Galilei, il libero pensiero è necessario all'indagine umana, che si tratti del "libro della natura" o del "libro sacro", «il quale deve essere sottoposto a una esegesi in grado di individuare con precisione gli scopi che il divino legislatore si è proposto senza confondere piano della "legge" e piano della "filosofia" ».

Quel che accomuna molti pensatori di Biblioteca laica, da Machiavelli (che pure guardava alla religione come fondamento del vivere civile) a Guicciardini, da Marsilio da Padova a Lorenzo Valla, da Paolo Sarpi ad Antonio Genovesi, fino a Gaetano Filangieri e a Silvio Spaventa in età post-unitaria, è l'aspra critica nei confronti della Chiesa romana per l'uso politico della religione. Ciliberto nota come la «monarchia pontificia» compì nella storia d'Italia delle prevaricazioni sia sul piano politico che su quello religioso «rifiutando di pensarsi come parte tra le parti, come soggetto tra gli altri soggetti», e volendo imporre a tutti le proprie leggi e i propri principi, senza averne spesso i titoli né morali, né religiosi né giuridici.

La stessa questione si ripropone oggi in presenza di un vertice della Chiesa che sembra volere cancellare la portata del Concilio Vaticano II, ossia l'accettazione dello Stato laico senza pretestuose aggettivazioni e la legittimazione del pluralismo religioso, morale e culturale in una società liberata dalla camicia di forza del diritto positivo fotocopia di quello ecclesiastico. Le ricorrenti polemiche contro il relativismo, reiterate dagli intellettuali che hanno fatto propria la nozione della «sana laicità», sottintendono in realtà le vecchie scomuniche contro il liberalismo, la democrazia e la secolarizzazione.

Nel rivendicare un maggiore ruolo pubblico per la religione, la Chiesa romana va ben al di là del naturale e benefico apostolato verso i credenti per inserirsi direttamente sul terreno del protagonismo politico: in Italia, dove incarna il duplice ruolo di centro religioso e di istituzione legata allo Stato dal Concordato, essa rivendica il monopolio dell'etica pubblica sentendosi abilitata a proporsi come unica alternativa alla decadenza sociale e culturale. Il mondo cattolico di vertice pretende perciò che i suoi dettami religioso-morali vengano tradotti tal quali nella legislazione nazionale, poco importa se ispirati a un proibizionismo (procreazione assistita, ricerca sulle cellule staminali, stato civile delle coppie di fatto...) culturalmente e socialmente respinto da ampi settori della cittadinanza. Pertanto la mancanza di distinzione della sfera morale da quella del diritto si alimenta anche degli equivoci terminologici di «laico» e «laicista», e di «laicità» e «laicismo».

Biagio De Giovanni su: il Riformista (22/04/2009)


Che cos'è la laicità? È qualcosa di molto più ampio di una polemica, per quanto aspra, nei confronti della Chiesa cattolica, avverte Michele Ciliberto, curatore di un bel volume elegantemente intitolato al tema: "Biblioteca laica. Il pensiero libero dell'Italia moderna" (Laterza 2008). E il primo commento che viene spontaneo al lettore, è che l'Italia ha avuto un pensiero laico di altissimo livello europeo, spesso in posizione di avanguardia: a opera di quella intellettualità italiana cosmopolitica che dall'umanesimo in poi ha contribuito a fare l'Europa. Un pensiero, quello laico, che ha attraversato tutta la modernità, e che forse non ha mai trovato una adeguata rappresentazione nella dimensione più propriamente politica. Come se i pensieri che hanno percorso la cultura e la vita civile si inaridissero a contatto con un potere che raramente si è collocato alla loro altezza, pure per i ritardi nel farsi l'Italia nazione. Per cui i discorsi di Cavour sulla libera Chiesa in libero Stato, pronunciati in Parlamento fra il marzo e l'aprile del 1861, poco prima della morte (e riportati a conclusione del volume), restano esempio raro di una coscienza politica laica cristallina, che rapidamente declinò verso deboli compromessi istituzionali.

La storia della Chiesa ha costituito un ostacolo per la storia dell'Italia nazione secondo l'idea di Machiavelli, non di un agitatore sconsiderato: ma si è perso il seme del problema. Ne ha ritardato l'unità, prima operando attraverso la separazione, sottraendo parti di legittimazione allo Stato, lasciandolo guardare come una mera macchina di potere; poi, attraverso una costante invasione di campo (rare le eccezioni: il grande Giovanni XXIII su tutti) che fa del nostro Paese qualcosa di unico nel panorama europeo su questo tema. E qui tutti hanno avuto le loro responsabilità, soprattutto quella sinistra che intese costruire un aspetto del compromesso sociale e politico con la costituzionalizzazione dei Patti lateranensi, condizione privilegiata per la Chiesa, cui non corrisponde, per essa, una uguale serie di doveri civili.

Ma torniamo al libro, che consiglio soprattutto, al giovane lettore, di tenere sui comodino, ogni sera qualche pagina da leggere. «Nella laicità ― scrive Ciliberto ― si è espressa una vera e propria concezione della sapienza ― quella mondana, civile che appare in modo luminoso nei testi qui adunati. Se si vanno a leggere i capisaldi di tale cultura, ci imbattiamo in concetti decisivi come quelli di legge, di conflitto, di eguaglianza, di dissimulazione, di bisogno, di libertà di stampa, di opinione pubblica, fino all'argomentazione del rifiuto della tortura e della pena di morte». Laicità, dunque, come sapienza mondana, dove si affollano i temi della condizione umana finita, che si muove fra necessità, libertà e dubbio, tra virtù e fortuna, che accetta di stare nel mare della vita, sapendo che «gli uomini non comandano alle stelle», come scriveva Machiavelli, o che «gli uomini sono al buio delle cose», come diceva lo scarno Guicciardini, e che «le religioni nascono, crescono e muoiono», come insegnava Pietro Pomponazzi. Gli straordinari frammenti sulla religione di fra' Paolo Sarpi, che, liberamente religioso, paventava quei pensieri che rendevano gli avvenimenti «più soggetti alla provvidenza che alla disposizione umana». E la "libertas philosophandi" nasce in questo orizzonte, conquista combattendo la sua autonomia, per cui «chi proibisce ai Cristiani lo studio della filosofia e delle scienze proibisce loro anche di essere cristiani», come scriveva fra' Tommaso Campanella, dal carcere dell'inquisizione contro le pretese della Chiesa di allora. E Giordano Bruno, con eroico furore, scelse di morire per non abiurare alla sua convinzione.

Insomma, il senso di una sapienza assai umana, premessa di vita civile, che contribuì alla rappresentazione di una cultura non preda di un relativismo algido e agnostico, ma che pose pure le basi di quella religione civile capace di costruire istituzioni, la religione civile che va da Machiavelli a Francesco De Sanctis e a Bertrando Spaventa. Proprio questa sapienza diventa rispettosa della vita, fonte di istituzioni umane. Essa condanna, nelle pagine di Beccaria, con anticipo su tutta Europa, la pena di morte e la tortura, condanna motivata nell'autonomia della vita morale. E poi afferma la necessità della educazione pubblica, della libera stampa, del conflitto da cui nasce armonia, di una autonoma costituzione politica, di una legge che spezzi i privilegi, e di una religiosità cristiana intrinsecamente non clericale, come nelle pagine di Alessandro Manzoni dedicate al tema della responsabilità umana. Insomma, una grande Italia, di cui qualche volta ci dimentichiamo, persi nelle nostre controversie quotidiane, in alcune miserie presenti e passate, o supini rispetto a visioni che riportano indietro la nostra coscienza civile, quasi che la religione non dovesse germinare dall'interno della nostra viva umanità, ma si scandisse in un suo tempo separato come un recinto del sacro da cui promanano i custodi della verità.

di Angiolo Bandinelli su: Il foglio (06/05/2010)

Fino a ieri, le celebrazioni per i 150 anni dell'Unità d'Italia erano l'evento, senza ombra di dubbio, più silenziato e snobbato (comunque uggioso). Poi, di colpo, le luci della ribalta si sono accese: in seno al comitato dei Trenta (niente a che vedere con i trenta tiranni, il governo fantoccio imposto da Sparta per umiliare la sconfitta Atene) istituito per inventarsi qualche decente evento commemorativo è scoppiata una buriana imbarazzante. Il presidente del comitato, Carlo Azeglio Ciampi, si è dimesso accampando pretesti di età. Il gesto è stato amaramente sottolineato da Alberto Melloni  – anche lui membro del comitato – con un articolo che era comunque una presa di distanza da un organo "senza potere, se non quello di dire la sua". I commissari si sono spaccati: tre hanno chiesto a Berlusconi di respingere le dimissioni del presidente, non per garantire l'efficienza del comitato ma "per rispetto alla storia e al lavoro svolto da Ciampi"; secondo altri, l'occasione va colta senza indugio per sciogliere l’inaffidabile consesso e, tanto per dare una spintarella, si sono anch'essi dimissionati; infine ci sono quelli per i quali è inutile creare problemi, tiriamo avanti, però tutta la faccenda non serve a nulla. Se vogliamo dar credito a Melloni, alla fine ci si ridurrà a "un derby fra nazionalisti fuori tempo e federalisti senza padri". Un derby, o non piuttosto una faida?

La maionese impazzita delle celebrazioni per l'Unità corrisponde perfettamente allo stato dell’identità italiana, quale la constatiamo oggi nonostante gli accorati rimbrotti di Giorgio Napolitano. Ma c'è una identità italiana? La maggioranza consente pur se tra interessati distinguo e interessate schermaglie, una aggressiva minoranza sghignazza invece che no, quella roba lì – Risorgimento, patria, tricolore – è tutta una gàbola, basta con la retorica dei festeggiamenti. La minoranza aggressiva è in massima parte, di coloro che vogliono il federalismo fiscale magari moltiplicando province e regioni (ora chiedono l'indipendenza amministrativa anche per la piadina e il lambrusco romagnoli) però mantenendo i prefetti del centralismo napoleonico.

Curiosamente, tra i difensori dell'Unità d'Italia come venne raggiunta nel Risorgimento liberale e massonico è oggi in prima fila il mondo cattolico. Non che non abbia anch'esso fatto qua e là un po' di fronda accampando rivendicazioni di modello vandeano, ma le gerarchie si sono schierate in difesa del sacro suolo. In nome, penso, di una loro concezione italiana, quella fondata sulla tradizione cristiana garantita dall'intoccabile crocefisso in scuole e tribunali. Hanno le loro ragioni, per secoli la realtà profonda del paese si identificava con le cattedrali, le parrocchie e le pievi, spesso più forti e radicate di poteri politici fragili e poco autorevoli, non sempre in sintonia con le masse popolari, scarsamente capaci di aggregare consensi. Da quella presenza religiosa abbiamo ereditato una mole di arte e di civiltà impareggiabile, un tesoro comune a tutti, fino al più acceso laicista. E tuttavia il sistema ha presentato falle e crepe, sacche di resistenza e affermazioni antagoniste di grande valenza, soprattutto di indiscussa nobiltà culturale. Ce ne parla un libro, "Il pensiero libero dell'Italia moderna" curato da Michele Ciliberto (Laterza, 2008). E' una antologia di brani che spaziano da Leon Battista Alberti al Cavour, da Marsilio da Padova a Pietro Giannone, dal Machiavelli a Giordano Bruno, da Galilei a Beccaria, fino al Manzoni e a Cattaneo, molto ben presentati da Ciliberto. Ne lessi vacue recensioni, basate sul risvolto di copertina più che sulla lettura delle quasi seicento pagine, e soprattutto dedicate ad aizzare una polemica laicista che nulla ha a che fare con il lavoro di Ciliberto. Nel loro angusto e strumentale opportunismo, quelle recensioni davano spazio a Machiavelli, a Campanella e Giordano Bruno o anche a Cavour, ma l'obiettivo dell'opera è ben più ambizioso: documentare il contributo del pensiero italiano al formarsi della coscienza laica europea, a partire da quei filosofi rinascimentali che affrontarono il tema della "condizione umana" avviando il "processo di costituzione dell'idea moderna di ‘natura’ e anche di ‘religione’, e dischiudendo linee di ricerca che saranno fruttuosamente riprese nei secoli successivi, specie nel Settecento". Ecco il punto: il secolare intreccio tra la cultura italiana e il pensiero laico europeo potrebbe essere il bel tema di una iniziativa proposta dal comitato dei Trenta. Alto che il federalismo fiscale e/o i ricorrenti revisionismi pseudostorici, qui siamo di fronte al manifestarsi di una identità – una delle tante identità, ma non l'ultima – che ha plasmato il nostro paese, rendendolo un grande protagonista storico. Ma questa è una riflessione cui il comitato sembra essere estraneo.

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