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Vento forte tra Lacedonia e Candela

Vento forte tra Lacedonia e Candela
Vento forte tra Lacedonia e Candela
Esercizi di paesologia
- disponibile anche in ebook - disponibile in streaming su
Edizione: 20155
Collana: Contromano
ISBN: 9788842087113
Argomenti: Narrazioni contemporanee, Viaggi, turismo e sport
  • Pagine: 202
  • Prezzo: 12,00 Euro
  • Acquista

In breve

«Ogni volta che vado in un paese mi accorgo che la paesologia è una disciplina con molto avvenire, perché i paesi di avvenire ne hanno poco.» Un viaggio nelle piccole realtà d'Italia in compagnia di un poeta: reportage narrativi da luoghi minimi e misconosciuti.

Almeno un quarto dei paesi italiani è gravemente malato. È una malattia nuovissima. Di cosa si tratta? Di desolazione. Per secoli o forse millenni i paesi sono stati poveri ma, anche se modesta, la vita che si svolgeva un tempo era ‘piena’. Ogni persona stava nel suo paese come un pesce dentro al lago. Adesso pare che tutti stiano in un secchio rotto. Si vive con poca acqua e con la sensazione che nessuno sappia come conservare la poca che rimane. Chi visita i paesi d'estate o la domenica ne cattura un'impressione del tutto illusoria: il piacere del silenzio, del buon cibo, aria buona. Tutto questo è solo una facciata, una realtà apparente che nasconde un'inerzia acida, un tempo vissuto senza letizia. D'altra parte, «uno arriva e ferma la macchina in piazza. Guarda qualcuno vicino al bar o sulle panchine. Guarda una vecchia che va a fare la spesa, un cane disteso al sole, guarda porte chiuse, guarda la propria macchina e capisce che lo strumento per la fuga è a portata di mano. Basta una mezz'oretta di curve e si torna al mondo gremito, il mondo che si muove.» Se i ‘sani’ scappano lontano, nel paese restano i malati. Può essere depressione, può essere disagio, può essere la smania velleitaria di chi sente di partire dal nulla e di non poter arrivare da nessuna parte. Il risultato è lo stesso: individui prostrati dalla desolazione del luogo in cui abitano, che non possono fingere. La malattia sembra trasmettersi per contatto con l’aria: Franco Arminio dà un nome al morbo, ne descrive i sintomi, ne scova le cause, ne racconta i malati.

Vincitore del premio "Napoli 2009"

Indice

1. I paesi della bandiera bianca – 2. ANATOMIA DEI DINTORNI – 3. I PAESI DELL’ORLO – 4. OLTRE I PARAGGI – 5. PAESI A OLTRANZA – 6. ZIBALDONE – Ringraziamenti

Leggi un brano


Va di moda assegnare le bandiere ai luoghi. C'è chi assegna la bandiera blu alle migliori località di mare e chi quella arancione ai paesi più belli. La scuola di paesologia potrebbe assegnare la bandiera bianca ai paesi più sperduti e affranti, i paesi della resa, quelli sulla soglia dell'estinzione. Ce ne sono tanti e sono i meno visitati. Non hanno il museo della civiltà contadina, non hanno il negozio che vende i prodotti tipici, non hanno la brochure che illustra le bellezze del posto, non hanno il medico tutti i giorni e la farmacia è aperta solo per qualche ora. Sono i paesi in cui si sente l'assenza di chi se n'è andato e quella di chi non è mai venuto. Non hanno neppure stranezze particolari: gli abitanti non sono tutti parenti tra di loro, non fanno processioni coi serpenti, non fanno la festa degli ammogliati, non hanno dato i natali a una famosa cantante o a un politico o a un calciatore. Non hanno neppure particolari arretratezze, hanno l’acqua calda in tutte le case, hanno le macchine e il televisore, tutti hanno di che mangiare e un tetto dove dormire.

In questi paesi della bandiera bianca ci sono i lampioni, ci sono i marciapiedi, c'è sicuramente almeno un bar e un piccolo negozio di alimentari, c'è un sindaco e una piazza, c'è qualche bambino, ci sono molti anziani, ci sono case nuove e case un po' più vecchie.

I paesi della bandiera bianca sono quelli che vengono visitati solo quando succede qualche disgrazia: il terremoto da questo punto di vista è la disgrazia ideale. Per il resto dell'anno, questi paesi che non hanno il mare e non hanno la montagna, che non hanno le fabbriche e le discoteche, che non hanno santi né delinquenti, stanno al loro posto, concavi o convessi, allungati, acciambellati, frammentati, appesi al paesaggio.

La bandiera bianca sta a significare che sono luoghi arresi, senza additivi, senza mistificazioni, neppure quelle del silenzio e della pace. Nei paesi da bandiera bianca non è che si trova il pane più buono che altrove o l'artigiano che sa fare il cesto come si faceva una volta o il calzolaio che ti fa le scarpe. Si trova il mondo com'è adesso, sfinito e senza senso, con l'unica differenza che questa condizione si mostra senza essere mascherata da altro.

La bandiera bianca non è la bandiera della desolazione contrapposta a quella del divertimento. Non è quella della bruttezza contrapposta a quella della bellezza. Non è quella dell'abbandono contrapposta a quella dell'«indaffaramento». La bandiera bianca ci dice attraverso un luogo qualunque che l'ebbrezza di stare al mondo è svanita e che lavoriamo ogni giorno per portare in noi l'arca di Noè e ci ritroviamo con un pugno di mosche.

Recensioni

Generoso Picone su: Il Mattino (25/07/2008)

La geografia dei paesi da bandiera bianca va da Teora, Irpinia d'Oriente, alla Val Germanasca, un'ora di macchina da Torino. Passa per l'agro nolano, tocca il Salento, comprende Lacedonia, Monteverde, San Nicola Baronia, Mirabella, Prata, Laviano e il Cilento ma i confini sono mobili, rischiano di inghiottire altre terre e altri uomini. Bandiera bianca perché si tratta di luoghi arresi, che hanno perso pure l'additivo del silenzio e della pace e acquistano visibilità soltanto quando capita qualche disgrazia. «Nei paesi da bandiera bianca non è che si trova il pane più buono che altrove o l'artigiano che ti fa le scarpe. Si trova il mondo com'è adesso, sfinito e senza senso, con l'unica differenza che questa condizione si mostra senza essere mascherata da altro», spiega Franco Arminio inaugurando Vento forte tra Lacedonia e Candela (Laterza). Perché «la vita è scaduta ovunque, ma nel paese la data di scadenza è ben visibile, come se per comporla bastasse mettere in fila dieci facce. Nella città c'è un brodo di segnali, c'è un caos che mantiene in vita anche ciò che è scaduto. Insomma, il tempo dei paesi è il tempo ultimo, quello delle città è un tempo penultimo».

La malattia che ha colpito tutti è quella della desolazione, morbo nuovissimo che ha tolto agli individui la possibilità di vivere nel proprio luogo come un pesce nel lago: «Adesso le persone pare che stiano in un secchio rotto. Si vive con poca acqua e con la sensazione che nessuno sa come mantenere la poca acqua che resta». Se la paesologia ha un significato, è di dare il nome alla malattia di cui l'umanità soffre. Arminio declina la pratica in una sequenza di esercizi condotti alla maniera di un moderno Robert Walser o di un Peter Handke che attraverso i villaggi cerca la vita perduta: cammina, viaggia, osserva, scruta, chiede, annota come gli ha insegnato Gianni Celati con Verso la foce e come del resto lui aveva già fatto nel Diario civile del 1999, con Viaggio nel cratere del 2003 e nel Circo dell'ipocondria del 2006. Le sue pagine sono il referto di una patologia, la diagnosi di una inversione antropologica prima che sociale, il dettaglio di una crisi che appare irreversibile se non allestendo – Arminio lo augura in un passaggio – un nuovo umanesimo «in cui l'uomo capisca di essere un animale tra gli animali e non l'ingorda creatura che si sta mangiando tutto».

Ma il valore di Vento forte tra Lacedonia e Candela non è nella proposta progettuale che in filigrana l'attraversa. Per quanto possa apparire paradossale, non sta nemmeno nella testimonianza documentale che rende, nel suo fissare lo stato delle cose in un pezzo d'Italia o di Occidente, nell'Irpinia che comunque resta il baricentro della sua opera. Questo compito è stato assolto da Franco Arminio in precedenza e qui è solo ribadito, sottolineato, irrobustito. Pare invece evidenziarsi un'ulteriore urgenza, un'altra inquietudine che lo muove, un'ansia che si mostra in forme pur accennate epperò chiare. I suoi esercizi pongono fine alla sua attività di osservatore del territorio e la paesologia diventa in maniera definitiva un artificio retorico che può guadagnarsi il titolo di letteratura: dare il nome alle cose, inseguire l'autenticità che lì si trova nascosta, sfuggire all'inganno delle apparenze per scavare nel profondo. Non a caso uno dei brani più convincenti di Vento forte è «Tonino nel paese della cicuta», dove la tensione a cogliere le mutazioni del paesaggio cede alla narrazione di una storia di estrema pietas, un racconto che commuove al cui termine non ci si chiede se sia reale. È vero, questo basta.

Francesco Puccio su: La Repubblica - Napoli (14/11/2009)


Fin dalle prime pagine ci si accorge che non si tratta di una guida turistica né di un tradizionale libro di appunti di viaggio né di una semplice raccolta di suggestioni dopo una gita nei borghi d'Italia. "Vento forte tra Lacedonia e Candela. Esercizi di paesologia" di Franco Arminio, tra i vincitori del Premio Napoli 2009 è, al contempo, qualcosa di più e di molto diverso. Colpiscono subito il titolo, ripresa di un'espressione comune dei programmi radiofonici sulla viabilità, e alcune parole che fin dall' inizio offrono al lettore un suggestivo punto di analisi della materia narrata.

Un viaggio nei cosiddetti paesi da bandiera bianca, un reportage che va da Teora, Irpinia orientale, alla Val Germanasca, Piemonte. Passando per le campagne nolane e toccando il Salento, senza tralasciare Lacedonia, Monteverde, San Nicola Baronia, Mirabella, Prata, Laviano e il Cilento, in un susseguirsi di paesi dai confini mobili e incerti. Luoghi abitati da molti anziani, pochi giovani, paesi privi di reali forme di politiche di sviluppo, che si popolano solo d'estate e che per il resto dell'anno vivono in un desolante stato di abbandono e di solitudine.

«Va di moda assegnare le bandiere ai luoghi. C'è chi assegna la bandiera blu alle migliori località di mare e chi quella arancione ai paesi più belli. La scuola di paesologia potrebbe assegnare la bandiera bianca ai paesi più sperduti e affranti, i paesi della resa, sulla soglia dell'estinzione». Le parole di Arminio, la cui presenza nel corso del viaggio è sempre ben visibile, sono chiare, la sua lucida disamina, amara eppure così arguta, non lascia dubbi sull'angolazione del racconto.

Goffredo Fofi su: L’Unità (07/02/2010)


Nella collana di Laterza "Contromano", che molto spesso non mantiene l'ambizione di un utile confronto tra i nostri scrittori più bravi o più giovani con le molte realtà dell'Italia, uno dei titoli più belli rimane Vento forte tra Lacedonia e Candela di Franco Arminio, sottotitolo: Esercizi di paesologia. Di recente Arminio è tornato sull'argomento ― che è poi la sua prima fonte d'ispirazione, la provincia più sfortunata e solitaria ― con un nuovo libro della stessa collana, Nevica e ne ho le prove, un lavoro meno omogeneo e convinto che torna su argomenti esplorati meglio nell'altro. Ma Vento forte... rimane un libro importante, rivelatore e doloroso. Come si vive, in una provincia meridionale di montagna, in paesi che neanche d'estate riescono a movimentarsi, dove la vecchia economia è scomparsa, e la sopravvivenza è, sotto ogni riguardo, segnata della senilità del mondo e, si direbbe, anche di una natura non più da sfruttare e di conseguenza da curare? Arminio si muove tra i "paesi della resa, quelli sulla soglia dell'estinzione", "luoghi arresi, senza additivi", dove la vita quotidiana passa in una "inerzia acida", dove una volta "ogni persona stava nel suo paese come un pesce dentro al lago" e ora "le persone pare che stiano in un secchio rotto". […]

Non tutta la provincia è cosi, certamente. Ma è in questi luoghi arresi, dice Arminio, che in definitiva "si trova il mondo com'è adesso, sfinito e senza senso, con l'unica differenza che questa condizione si mostra senza essere mascherata da altro". Come invece avviene, aggiungo io, in altre zone d'Italia, d'Europa, del mondo, dove la maschera è d'obbligo, ed è il fatto di saperla portare che rende la vita vivibile, una mascherata piena di cose e cioè di consumi. [...]

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