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Sono razzista, ma sto cercando di smettere

Sono razzista, ma sto cercando di smettere
Sono razzista, ma sto cercando di smettere
Edizione: 20083
Collana: Saggi Tascabili Laterza
Serie: Festival della mente
ISBN: 9788842086604
Argomenti: Attualità culturale e di costume, Scienze: storia e saggi
  • Pagine: 144
  • Prezzo: 10,00 Euro
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In breve

Niente razze, ma molto razzismo. Nonostante studi approfonditi abbiano dimostrato da tempo che di razze umane ce n’è una sola, certi sentimenti non smettono di circolare. Siamo tutti parenti, discendenti dagli stessi antenati africani che hanno colonizzato in poche migliaia di anni tutto il pianeta. Niente razze, ma molte differenze, scritte un po’ nel nostro DNA. E moltissimo nella nostra cultura, nei tanti luoghi comuni dove andiamo a inciampare ogni giorno, nei pregiudizi che ci guidano attraverso le piccole e grandi vicende della vita e che ci portano a subire, dire, fare o semplicemente pensare cose razziste.

Vincitore della prima edizione del Premio Antico Pignolo

Indice

1. Così va il mondo? - 2. Pregi e difetti del pregiudizio - 3. Quanto siamo intelligenti - 4. Quali sono, se ci sono, le razze umane - 5. Le razze tornano di moda - 6. Le parole per (non) dirlo - 7. Identità assassine - Ringraziamenti

Leggi un brano

La notte tra sabato 8 e domenica 9 novembre 2003 i vigili del fuoco scavano tra le macerie del cantiere crollato al Museo del Mare di Genova. Cercano il corpo senza vita di Albert Kolgjegja, muratore albanese di 30 anni; lo ritroveranno dopo diciotto ore di lavoro. Intanto, a poco più di cento chilometri, nel centro storico di Sanremo, un gruppo di cittadini guidati dal parlamentare europeo Mario Borghezio va alla ricerca di clandestini. È una ronda padana al profumo dei fiori, dei quali però non avverte le delicate suggestioni: «Abbiamo braccia robuste e pessime intenzioni», annuncia Borghezio dalle colonne del «Secolo XIX».

Erano braccia robuste anche quelle di Albert Kolgjegja, ma non abbastanza per resistere all’urto con il blocco di cemento spesso sessantacinque centimetri piovuto dall’alto che lo ha inchiodato per sempre. Oggi, davanti al Museo del Mare c’è una targa che lo ricorda. C’è da sperare che, quando tra alcuni anni di ronde padane non si parlerà più, a chi passi davanti al porto antico di Genova venga voglia di sapere di quel ragazzo morto lavorando per rendere più bello un pezzetto del nostro paese.

Un altro episodio. La sera del 30 ottobre 2007 intorno alle 21 l’autista dell’autobus linea 31 dell’Atac, l’azienda dei trasporti di Roma, in servizio nella zona Tor di Quinto, è costretto a frenare bruscamente per non investire una donna che urla e piange alla ricerca di aiuto. L’uomo cerca di capire. La donna non parla italiano, è rumena, ma riesce a fargli intuire che qualcosa di grave è accaduto e finalmente l’uomo chiama le forze dell’ordine. Nel giro di pochi minuti arriva una volante della polizia che, grazie alle indicazioni della donna, scopre in un fossato poco distante Giovanna Reggiani, di 47 anni, che non riesce a parlare, respira appena in modo affannoso, e porta su di sé evidenti segni di violenza. Nel frattempo la donna rumena, mimando quanto era successo, chiede ai poliziotti di seguirla. Li porta nella baracca di un campo rom dove arrestano Romulus Nicolae Mailat, 24 anni, rumeno.

Giovanna Reggiani muore due giorni dopo, Mailat nel frattempo è incarcerato. L’omicidio sconvolge l’opinione pubblica, scuote le istituzioni. L’immediata risposta è un decreto legge molto duro che autorizza i prefetti e i giudici di pace a espellere gli immigrati comunitari di riconosciuta pericolosità sociale, insieme alle loro famiglie. Tutti via. In particolare, nella relazione che accompagna il testo per i lavori parlamentari, viene precisato più volte che si tratta di «rumeni». Come Romulus Nicolae Mailat, sì, ma anche come quella donna che non ha esitato a buttarsi sotto un autobus per dare l’allarme. Il suo nome è Emilia, ed è tutto quello che sappiamo. Di lei si sono perse le tracce, peccato: una medaglia l’avrebbe meritata di sicuro. Intorno a loro e al dolore della famiglia di Giovanna Reggiani si è creato un clima che per un attimo ha rischiato di far precipitare indietro l’Italia di quasi sessant’anni. A quel 1938 quando, annunciate dal Manifesto della razza (firmato da dieci illustri scienziati e controfirmato da 360 intellettuali), vennero promulgate dal fascismo e controfirmate da S.M. Vittorio Emanuele III le leggi razziali che privavano dei diritti di cittadinanza le persone di religione ebraica. Oggi è andata meglio; il successivo iter parlamentare, per fortuna, ha riportato in termini più civili la questione.[…]C’è però anche qualche storia diversa. Nel 2001 i giocatori del Treviso, in risposta a reiterati episodi di intolleranza verso il loro compagno nigeriano Akeem Omolade, si sono presentati in campo con il volto dipinto di nero: tutti, compreso l’allenatore Mauro Sandreani. Dopo un attimo di imbarazzo iniziale sono stati più gli applausi dei fischi, anche alla fine quando, nonostante un gol proprio di Omolade, il Treviso ha perso ed è stato retrocesso. («Hanno scelto il colore giusto, il nero della vergogna. Razzismo? Macché. Se la squadra si impegnasse veramente, allora non ci sarebbero contestazioni», ha commentato serafico il sindaco Giancarlo Gentilini.) Quattro anni prima Gus Hiddink, allenatore olandese del Valencia, si era accorto che nella curva dei suoi tifosi campeggiava una gigantesca svastica e se ne era andato dal campo, facendo annunciare dagli altoparlanti che o la svastica spariva o non si giocava.

Il gesto dei giocatori del Treviso, la chiara presa di posizione di Gus Hiddink, sono più l’eccezione che la regola, ma almeno dimostrano che anche nel mondo del calcio qualcosa si muove. Oggi sono proibiti cori e striscioni razzisti, pena la sospensione dell’incontro, anche se all’interno delle curve continuano a circolare slogan apertamente, addirittura ingenuamente, razzisti e antisemiti; «ebreo» è un insulto comune fra tifosi avversari. Un insieme di sentimenti che è difficile affrontare, e ancor più eliminare.

Parole, gesti, consuetudini e versi da stadio sono spie di un disagio ormai sedimentato, che va oltre la contingenza. È il disagio di chi scopre la diversità, se ne sorprende e se ne spaventa. Il mondo è diventato più grande, circolano nelle nostre città facce mai viste prima; potrebbero rappresentare una minaccia. Esiste ormai un fiorente filone di ricerca sulle paure di chi vede turbata la propria tranquillità. Il cortile di casa invaso, per capirci. Una sottile forma di crisi che si alimenta del terrore di essere molestati e della difficoltà di essere capiti (la difficoltà di capire apparentemente disturba meno). Intendiamoci: in questo atteggiamento non c’è niente di nuovo, e non è giusto, anche se verrebbe voglia, definirlo primitivo. Nel cuore dell’antichità classica, nell’Atene del V secolo, l’umanità si divideva in due: Greci e barbari. Da un lato ci siamo noi, che siamo normali; dall’altro ci sono gli altri, e normali non ci sembrano proprio. Vestono in modo strano, fanno cose ancora più strane, non si capisce cosa pensino, neanche quando cercano di dirtelo perché non sanno parlare. Barbari, cioè letteralmente balbuzienti: quelli che non sanno parlare, esclusi dalla lingua e dalla cultura.

Nuovo è invece il tentativo di realizzare un’ambigua sintesi fra atteggiamenti apparentemente tolleranti e l’accettazione di un’ineliminabile differenza fra noi e gli altri, cioè in pratica fra cittadini a pieno diritto e cittadini che hanno meno diritti per via della loro origine, della loro faccia o del loro passaporto.

Recensioni

Armando Massarenti su: Il Sole - 24 ore (15/06/2008)


È bello che Guido Barbujani e Pietro Cheli abbiamo dedicato a Flavio Baroncelli questo illuminante volumetto, che apre per Laterza la serie dei Libri del Festival della Mente di Sarzana, Sono razzista, ma sto cercando di smettere. Lo spirito è il medesimo (leggero, preciso, informato, originale) che Baroncelli, morto prematuramente l'anno scorso, aveva messo, tra l'altro, in Il razzismo è una gaffe. Eccessi e virtù del politically correct. Basterà dire «nero» invece di «negro», o «verticalmente svantaggiato» invece di «nano», per metterci la coscienza a posto? «Si noterà che i politically correct — osservava Baroncelli — sembrano fare di tutto» perché si creda «che non solo le soluzioni da loro proposte, ma anche i problemi affrontati, siano frutto di allucinazioni e di sbornie filosofiche». Certo cambiare i codici linguistici a qualcosa può servire. Ma non deve illuderci sull'essenza del problema, che riassumerei brutalmente così: siamo tutti razzisti. E lo siamo per ragioni che riguardano la nostra stessa natura di esseri umani. Ragioni cognitive e istintive, legate per esempio al fatto che abbiamo bisogno di capire istintivamente se possiamo o non possiamo fidarci di una persona che vediamo per la prima volta. E allora mettiamo in moto meccanismi istintivi — fallaci, ma non per questo meno sistematici — che ci spingono a incasellare gli altri entro categorie arbitrarie. Ecco dunque la conclusione cui, secondo gli autori, sulla base del loro stesso ragionamento, «non» dobbiamo arrivare: «Per secoli ci siamo sforzati invano di trovare le razze umane; oggi abbiamo finalmente capito che nell'uomo le razze non esistono, nel senso che non sono riconoscibili con i metodi della scienza. Se non ci sono razze non c'è nemmeno una vera possibilità di razzismo: il razzismo residuo è semplicemente un prodotto dell'ignoranza, e un po' alla volta scomparirà anche quello». Perché è sbagliato ragionare così? Perché «il razzismo non si alimenta di dati scientifici, anzi, resiste magnificamente anche di fronte a evidenze scientifiche molto chiare di segno contrario». Se dunque davvero vogliamo «smettere», dobbiamo capire meglio le ragioni che spingono anche i migliori di noi a dire, fare, pensare o subire la nostra dose di razzismo quotidiano. Magari ragionando come i Bribri, una popolazione del Costa Rico secondo la quale «esistono due razze: i Bribri e gli Ña». Bribri significa «uomini», e sono loro. Ña sono tutti gli altri. E vi sembra un caso se Ña significa anche «cacca»?

Giuseppe Montesano su: L’Unità (16/06/2008)


Non sarà facile spiegare ai cultori del Great White Man, delle radici ariane e paleo-qualcosa dell'Europa e dell'Occidente, la pietruzza che intralcia i loro Panzer mentali, vale a dire il fatto che, secondo la scienza genetica e paleontologica più aggiornata, la cosiddetta «razza bianca» discende da circa 600 africani usciti 50.000 anni fa dall'Africa per fecondare il mondo. È ciò che, tra molto altro, si apprende da un libro intelligente e portatile che dovrebbe essere diffuso insieme allo sfilatino al mercato, scritto da Guido Barbujani e Pietro Cheli, primo volume di una collana curata dal Festival della Mente di Sarzana. I due autori vanno al nocciolo delle questioni con lucidità, smascherando la grande impostura che negli ultimi anni sta facendo ricomparire il concetto di «razza»: e così sfilano le teorie dello scienziato Bruce Lahn, che sostiene allegro l'esistenza di una «variante D», che renderebbe più intelligente chi ce l'ha, ovvero gli eurasiatici: tranne a scoprire che lui stesso non ce l'ha nel proprio corredo genetico; e appare Neil Risch, che si chiede perché molte malattie siano legate a quella che lui chiama la sua razza, quella ebraica: e che, professore alla Stanford University, dice di fidarsi delle differenze di razza ottenute con i censimenti degli Stati Uniti e proclama, allegro, che la «precisione» non è necessaria alla scienza; e su tutti il libro da milioni di copie di Errnstein e Murray, The Bell Curve: dove si sostiene che per migliorare l'umanità bisognerebbe impedire «di riprodursi a chi porta caratteristiche negative», e si suggerisce anche una nuova politica sociale, contro i poveri: «I ricchi fanno pochi figli, i poveri ne fanno tanti; e siccome i poveri sono stupidi la società diventa sempre più stupida. A peggiorare le cose, interviene poi lo Stato con sussidi ai meno abbienti, grazie a cui i poveri hanno i mezzi per fare ancora più figli, in una caduta a cui urge porre un freno...». Il libro di Barbujani e Cheli tocca il luogo cruciale dei razzismi: l'idea di superiorità e di razza è fabbricata da chi gode del maggior numero di beni, e usa la menzogna per «dimostrare» teorie infondate che confermino il privilegio. Da Gobineau all'ultimo dei commentatori nostrani, dagli scienziati ai politologi, dagli esperti ai ciarlatani, la massa dei razzisti in guanti bianchi è compatta: una massa ideologica, interessata a dimostrare cose che la scienza non dice. Ma per smascherarli, e togliere a noi stessi i residui inconsci di «razzismo» succhiati dai luoghi comuni pseudoculturali e dai media, serve anche capire qualcosa di più sulle questioni concrete: e questo qualcosa di più, in 134 pagine briose e sferzanti, Sono razzista, ma sto cercando di smettere ce lo fa capire senza risparmio.

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