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Panchine

Panchine
Panchine
Come uscire dal mondo senza uscirne
- disponibile anche in ebook - disponibile in streaming su
Edizione: 20135
Collana: Contromano
ISBN: 9788842086338
Argomenti: Narrazioni contemporanee
  • Pagine: 184
  • Al momento non disponibile presso il nostro magazzino

In breve

«La panchina è un luogo di sosta, un’utopia realizzata. È vacanza a portata di mano. Sulle panchine si contempla lo spettacolo del mondo, si guarda senza essere visti e ci si dà il tempo di perdere il tempo, come leggere un romanzo.»

«La letteratura è piena di panchine perché parla della vita della gente – e la gente, sopra ogni cosa, aspetta, e aspettando gira a zonzo e si siede dove capita. Poi parla di panchine perché quelli che scrivono, oltre ad aspettare e guardare anche più degli altri, hanno spesso una vita di frontiera, senza appartenenza.» Le panchine, simboli della soglia, sottili frontiere tra dentro e fuori, «oggi in via di estinzione, come se la loro gratuità (la loro grazia), nel nuovo orizzonte del welfare fosse assolutamente da bandire». E un autore che, seduto sul ciglio del mondo, si allena a lasciare libera la mente di vagare, divagare. Passeggiare da fermo.

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Lo si sarà capito, ma lo dico lo stesso: io sono uno di quelli che si siedono sulle panchine.Non solo nei belvedere o sui poggi panoramici, di fronte a un lago o sul lungomare, ma anche nei parchi, nei giardinetti, nelle piazze, nei viali, negli interstizi tra le case, negli angoli, in centro, in periferia, alle fermate dell’autobus senza salire sull’autobus, e anche sotto casa. Ovunque. Potreste avermi visto, magari di sottecchi. O più probabilmente avete evitato di guardarmi: perché nelle nostre città, da qualche tempo, chi si siede su una panchina non è più soltanto anonimo, diventa invisibile.

Lo scrittore Luciano Bianciardi raccontò che nella Milano dei primi anni Sessanta, quella del boom economico, fu arrestato per strada perché camminava troppo lentamente, perché «strascicava i piedi». Ben prima che fosse detta «da bere», a Milano Bianciardi vedeva «la gente che corre, che si dibatte, che ti ignora, che deve arrivare», e che per di più «si sentono privilegiati». Oggi stare in panchina è un’anomalia sociale più grave se chi si siede si sottrae non solo alle regole non scritte della produttività e dell’efficienza, ma anche allo sguardo degli altri. Se non si è anziani, donne incinte o con carrozzina, se si è maschi o femmine adulti, chi sta seduto su una panchina è poco raccomandabile. Nel migliore dei casi è un disoccupato, uno sfaccendato, vita di riserva da ignorare.

Per molti, che a stare seduti su una panchina provano imbarazzo, è l’immagine della provvisorietà, della precarietà, forse del declino. Stare in panchina, nel lessico attuale, è il contrario dello scendere in campo. Ma la panchina è l’ultimo simbolo di qualcosa che non si compra, di un modo gratuito di trascorrere il tempo e di mostrarsi in pubblico, di abitare la città e lo spazio. La panchina è un luogo di sosta, un’utopia realizzata. È il margine sopraelevato della realtà, vacanza a portata di mano. È anche il posto ideale per osservare quello che accade. Non è necessario che sia sullo Stelvio o sulla Promenade des Anglais – anche se è bello vedere di schiena qualcuno seduto sulla panchina con lo sfondo delle montagne o del mare. O dei grattacieli di New York. È sufficiente la bellezza del sedersi su una panchina in città e guardare una strada o una piazza. Guardare la gente che si muove, che vive. Guardare l’autobus che passa, guardare i piccioni, guardare le nuvole sopra la testa. Lo scrittore francese Georges Perec lo ha fatto per interi pomeriggi, seduto a Parigi in place Saint-Sulpice, negli anni Settanta. Le pagine che riportano le sue osservazioni (Tentativo di esaurire un luogo parigino) sono una lezione di scrittura e di felicità mentale. Un lavoro di accettazione di sé e del mondo, di semplificazione dello sguardo: «sforzarsi di guardare più piattamente». Insegnano fra l’altro che, ovunque si trovi, la panchina è per chi si siede il centro dell’universo.

Sulle panchine si contempla dunque lo spettacolo del mondo, si guarda senza essere visti e ci si dà il tempo di perdere il tempo, come leggere un romanzo. Ecco alcuni dei non piccoli piaceri del sedersi su una panchina. Infine, è molto semplice: le panchine sono i posti in cui si siede la gente, proprio come le periferie – su cui si sono stratificate tante chiacchiere di esperti – non sono altro che i luoghi in cui abita la gente. Le mie preferite sono quelle verdi a onda di una volta, di legno, in via di estinzione. Ma tutte le panchine sembrano oggi in via di estinzione. Come se la loro gratuità (la loro grazia) nel nuovo orizzonte del welfare fosse assolutamente da bandire.

Recensioni

su: Il Tempo (10/12/2010)

Tutte le panchine portano a Roma

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P. Conti su: Corriere della Sera (27/04/2009)

La capitale narrata in panchina

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su: Novella 2000 (26/03/2009)

Biblioteca indispensabile

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M. Benfante su: La Repubblica (19/09/2008)

La scomparsa delle panchine

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su: Famiglia Cristiana (14/09/2008)

Che bello, stare in panchina

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B. Severgnini su: Corriere della Sera (04/09/2008)

Né casa né ufficio viva il "terzo posto"

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F. Cordelli su: Corriere della Sera (03/09/2008)

Le panchine di Marcuse

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F. Panzeri su: Avvenire (14/08/2008)

Panchine: oasi di urbana contemplazione

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C. Donati su: Giorno/Resto/Nazione (20/07/2008)

Quante storie su una panchina

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V. Magrelli su: Corriere della Sera (04/07/2008)

La vita in panchina

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M. Panarari su: La Repubblica (01/07/2008)

Il mondo visto da una panchina

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su: Liberazione (29/06/2008)

Queer-Sebaste faccio l'elogio della panchina.  Perdere tempo serve a essere liberi

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C. Langone su: Il Foglio (12/06/2008) B. Sebaste su: L'Unità (02/06/2008)

Anarchia è leggere seduti in panchina

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Marco Belpoliti su: Tuttol Libri tempo Libero (31/05/2008)

Io ti aspetto qui

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su: Il Venerdì La Repubblica (30/05/2008)

Da Ginevra a Ravello, lode delle panchine. Dove perdere tempo, cioè guadagnarlo

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