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Lo sfascio dell'impero

Lo sfascio dell'impero
Lo sfascio dell'impero
Gli italiani in Etiopia 1936-1941
pref. di A. Del Boca
Edizione: 20082
Collana: Quadrante Laterza [143]
ISBN: 9788842085331
Argomenti: Storia contemporanea, Storia d'Italia
  • Pagine: 382
  • Prezzo: 22,00 Euro
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In breve

«Tra il 9 e l’11 aprile avvenne una delle stragi più efferate di tutta l’occupazione dell’Etiopia. Un gruppo di ribelli, inseguito da una colonna italiana, si asserragliò all’interno di una grande grotta. Si trovava nella regione del Gaia Zeret-Lalomedir. L’assedio durò diversi giorni. Per avere la meglio sui ribelli si chiese l’intervento di un plotone del reparto chimico. Quando i superstiti decisero di arrendersi gli italiani divisero gli uomini e i ragazzini dalle donne e dai bambini. I primi vennero mitragliati a gruppi di cinquanta sul ciglio del burrone. I bambini e le donne non sopravvissero a lungo a causa dell’iprite.»

Stragi sconcertanti, deportazioni, lager: ecco l’Italia fascista in Etiopia. Dominioni ricostruisce le operazioni belliche della «più grande campagna coloniale della storia» e la mattanza che portò allo sfascio l’effimero, inutile impero voluto da Mussolini, conquistato male e governato peggio.

Indice

Prefazione di Angelo Del Boca - Nota dell’Autore - Prologo - 1. La guerra dei sette mesi - 2. Un impero sconosciuto - 3. L’assetto politico-amministrativo dell’impero - 4. I poteri coloniali - 5. I primi passi dell’occupazione - 6. La guerra nazionale - 7. La guerra di occupazione - 8. La guerra coloniale e la controguerriglia - 9. La guerra mondiale - 10. La resistenza etiopica - 11. Italiani dietro il fronte etiopico - Conclusioni - Note - Glossario - Indice dei nomi

Leggi un brano

Tra il 9 e l’11 aprile avvenne una delle stragi più efferate di tutta l’occupazione dell’Etiopia, che necessita di una breve premessa. Il 30 marzo, l’aeronautica avvistò un gruppo consistente di ribelli che venne immediatamente intercettato e inseguito da una colonna. Nei documenti la carovana era indicata come il reparto salmerie di Abebè Aregai; in realtà si trattava di feriti, di servi, oppure di anziani, donne e bambini parenti degli uomini alle armi. Questi sbandati, tra i quali vi era il sottocapo Tesciommè Sciancut, avevano deciso di asserragliarsi all’interno di una grande grotta, ritenendola sicura e riparata. Si trovava nella regione del Gaia Zeret-Lalomedir, a qualche chilometro da Gose; in effetti era un luogo nascosto e un obiettivo non facile da conquistare perché le vie d’accesso erano limitate, ben protette e sorvegliate.Lorenzini ordinò al tenente colonnello Sora di assediare gli etiopici e, dopo qualche giorno, chiese che gli venissero messi a disposizione dei reparti lanciafiamme per bruciare vivi i seguaci di Abebè:

tenente colonnello Sora habet bloccato forte gruppo armati Tesciommè Sciangul in una grotta Caià Zeret.Anche questa grotta contiene acqua et molti cereali. Rappresento necessità di disporre apparecchi lanciafiamme che possono risolvere situazione senza gravi perdite.

Scartati i lanciafiamme, si fece largo l’ipotesi di chiudere l’ingresso della grotta per bloccarvi dentro gli occupanti sia bombardando sia usando l’esplosivo per provocare una frana: accessibilità ingresso caverna facile at valle ma battuto ambedue versanti. At monte 50 metri circa parete strapiombante. Bocca caverna larga circa 40 metri habet labbro superiore at tetto. Labbro inferiore in muro at secco che spero abbattere con artiglieria. Nostre truppe at meno di 50 metri. Tentativo consigliato che posso effettuare senza poterne precisare per ora l’esito che però credo favorevole. Comunque occorre che miccia sia accompagnata almeno con 400 metri corda manilla onde tentare messa at posto anche dall’alto.

L’assedio durò altri giorni, nel corso dei quali 4 battaglioni coloniali tentarono di espugnare la grotta attaccando in più di un’occasione. Per avere la meglio sui ribelli Sora chiese l’intervento di un plotone del reparto chimico. Da Massaua in autocarro per Debra Brehan partirono 10 uomini della divisione «Granatieri di Savoia», che portarono con sé 100 proiettili 65/17 caricati ad arsina, una sostanza lacrimogena, e una bomba C500T a iprite. Da Debra Brehan proseguirono lungo il fondovalle a bordo di mulo, scortati dal 70° battaglione coloniale. I 100 proiettili ad arsina furono caricati sui muli nazionali, la C500T fu travasata in 12 bidoncini a scoppio che vennero caricati sui muli abissini. Giunto a Zeret due giorni dopo, il plotone chimico non perse tempo e l’azione partì la stessa notte. Il sergente maggiore Boaglio, un componente del commando, colui il quale fece detonare l’iprite, ha lasciato un diario di memorie nel quale fra l’altro vengono minuziosamente descritte tutte le fasi dell’operazione:

«Nel buio più fitto, cominciammo a far trasportare i proiettili alla postazione del cannone, compito relativamente facile in confronto al trasporto dei bidoncini sopra la [...] roccia che sovrastava la caverna.Con corde ci calammo per primi sul luogo prescelto e poi scaglionammo a catena gli ascari lungo l’abisso, abbarbicati agli arbusti selvaggi, in modo da formare una catena. Come Dio volle i 12 bidoncini raggiunsero la meta sani e salvi prima dell’alba: li feci ammucchiare al riparo di alcuni roccioni e ci ritirammo nella attesa dell’alba e dell’inizio dell’operazione.Mancava un’ora circa, che passai raggomitolato sulla brandina da campo, in preda al freddo pungente. Mi trassero dal torpore le esplosioni dei primi proiettili: era il segnale per l’inizio della nostra operazione.Cogli uomini [...] designati, mi portai sul roccione: naturalmente il cannone ora taceva e avrebbe iniziato il bombardamento ad arsina solo al nostro segnale, quando cioè ci saremmo spostati di fianco e sopra alla caverna.Fissai ad uno spuntone di roccia la grossa corda alla quale dovevo affidare la mia preziosissima (per me) vita, mi legai l’opposta estremità ai fianchi e, dopo accorate raccomandazioni ai miei uomini di attaccarsi... come l’edera alla suddetta corda, mi disposi a scendere, anzi a calarmi nel vuoto, nell’abisso [...]. Mi volsi verso l’abisso e, attaccandomi alle sporgenze della roccia, cominciai a scendere fino al limite del masso da dove avrei dovuto librarmi nel vuoto [...]. Giunto all’estremità della roccia, calai i bidoncini per un buon tratto e poi, dopo essermi attaccato ad ogni appiglio, ad ogni più piccola radice, mi lasciai andare nel vuoto [...]. Ora i miei compagni non erano più visibili, e il silenzio impressionante [...]. Scendevo lentamente e riuscii a toccare la parete dopo una trentina di metri e a porre piede su una specie di gradino ove erano fermi i bidoncini. Grossomodo, il piccolo spazio aveva una larghezza di tre metri circa e, affacciandomi, vidi sotto di me l’ingresso della fatidica caverna.Il muro a secco che ne chiudeva in parte l’imboccatura limitava una specie di terrazzo che, dalla mia posizione, scorgevo in minima parte. Oltre il muricciolo, qua e là sbrecciato dai proiettili del 65/17, il terrazzo continuava per alcuni metri, per poi precipitare in un unico balzo fino in fondo valle.Il mio compito era far scendere e scoppiare i bidoncini all’altezza del sentiero, nel punto di entrata della caverna, in modo da ypritare tutto il terreno, impedendo così a eventuali fuggitivi di cavarsela impunemente [...]. Si trattava di fare le cose alla svelta, poiché se qualcuno della caverna si fosse accorto di ciò che stavo facendo, aveva la possibilità di affacciarsi e spararmi senza che io potessi tentare la benché minima difesa.Naturalmente ciò era stato previsto ed uno «sciumbasci» era appostato con una mitragliatrice pesante a non più di cinquanta metri in linea d’aria, e ne scorgevo la figura protesa nel vuoto per seguire la mia azione.Come stabilito, ogni tanto, di qua e di là, partiva una breve raffica di mitragliatrice e sporadici colpi di fucile, in maniera di attrarre l’attenzione dei ribelli e non insospettirli coll’improvviso silenzio.Uno «sciumbasci» col rosso «tarbusc» in testa, per rendersi visibile a me, aveva il compito di segnalarmi quando i bidoncini sarebbero stati esattamente al centro dell’apertura.Mentre lentamente sentivo scorrere la corda tra le dita, fissavo spasmodicamente il punto da dove lo «sciumbasci» avrebbe sventolato una bianca pezzuola: ero in una posizione precaria ed ogni minuto mi pareva ore. Sentivo intorpidirmi la mano con la quale mi reggevo alla parete, e i piedi stretti fra le fessure della roccia cominciavano a dolermi.Finalmente vidi il segnale, gridai un «alt» e subito la discesa della corda (alla quale era abbinato il filo elettrico per lo scoppio) si fermò.Avevo la maschera antigas legata al petto ma mi era assolutamente impossibile mettermela al viso, avendo ambedue le mani impegnate, e non vi era un minuto da perdere poiché ora i bidoncini danzavano innanzi agli occhi, certo stupiti, dei ribelli, e sarebbe stato facilissimo per loro troncare la corda e far finire nel nulla tutto il nostro lavoro.Diedi il segnale e subito sentii lo scoppio e contemporaneamente vidi salire verso di me una densa nube di yprite vaporizzata [...]. Sparai verso la valle un razzo verde con la pistola «Very» e il cannone prese a tuonare, infilando nella caverna i proiettili ad arsina».

Gli etiopici non si arresero, e la notte successiva cercarono di rompere l’accerchiamento, rinforzati dal sopraggiungere della banda del fratello di Tesciommè. «Si scatenò così l’inferno – scrisse Baglio –: le armi automatiche di tre battaglioni, più migliaia di fucili e un cannone vomitarono centinaia di migliaia di colpi verso la caverna e il sentiero, mentre gli ascari più vicini al nemico presero a lanciare bombe a mano, e una pattuglia, armata di bombe da mortaio, graduandole a zero, le lanciava, o meglio, le lasciava cadere sul sentiero, ove scoppiavano seminandovi la strage». Il capo partigiano Tesciommè Sciancut, insieme a una quindicina di armati, riuscì a fuggire, e i superstiti decisero di arrendersi. Gli italiani divisero gli uomini e i ragazzini dalle donne e dai bambini. I primi vennero mitragliati a gruppi di cinquanta sul ciglio del burrone, le seconde ammassate vicino alla tenda del comando. I bambini e le donne, anche se non furono fucilati, non sopravvissero a lungo a causa dell’iprite.Così è descritto il massacro in un documento manoscritto, cui è allegata una cartina, conservato presso l’archivio dell’Ufficio storico dello stato maggiore dell’esercito di Roma:

il giorno 9 aprile la grotta veniva ipritata e bombardata a gas d’arsina dal plotone chimico della Divisione Granatieri di Savoia.La notte dal 9 al 10 i ribelli tentarono una sortita: fuggivano il capo Tesciommè Sciancut e 15 armati.La notte dal 10 al 11 nuovamente veniva ritentata una sortita. I ribelli venivano respinti.All’alba del giorno 11 avveniva la resa a discrezione [...].Nel mattino ne venivano fucilati circa 800 d’ordine del Governo Generale.

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