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Il papiro di Artemidoro

Il papiro di Artemidoro
Il papiro di Artemidoro
con ill.
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Edizione: 2008
Collana: Storia e Società
ISBN: 9788842085218
Argomenti: Storia antica
  • Pagine: 534
  • Prezzo: 28,00 Euro
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In breve

Nel 1998 le autorevoli pagine dell’“Archiv für Papyrusforschung” lanciano all’attenzione degli studiosi un papiro di oscura origine. Sul recto compaiono cinque colonne di scrittura e una serie di disegni. Sul verso, 42 figure di animali con didascalie in greco. Gli esperti chiamati in causa datano il reperto al I secolo a.C. e ne identificano il testo come parte della perduta Geografia di Artemidoro di Efeso.

Queste pagine espongono i risultati di una minuziosa indagine corale che, diretta da Luciano Canfora, demolisce l’autenticità del ‘papiro di Artemidoro’ con rigore documentario e finezza filologica. Dinanzi a cosa ci troviamo? A uno spezzone di un’opera perduta che, guarda caso, riutilizza giustappunto quel poco che già se ne conosceva? O piuttosto alla creazione di un geniale e prolifico inventore moderno?

Il principale indiziato è Costantino Simonidis, greco di nascita e appassionato di pittura non meno che di geografia antica, uno dei personaggi più ambigui vissuti nell’Europa ottocentesca, e falsario di fama.

Indice

Candido lectori - Dramatis personae - Il fantasma di Artemidoro - Parte prima Artemidoro di Efeso - I. Per la storia del testo di Artemidoro - II. I Geographoumena: struttura e stile di Claudio Schiano - III. Note sugli usi di gewgrafiva di Stefano Micunco - PROEKDOSIS - Parte seconda Il nuovo papiro - IV. Osservazioni bibliologiche sul nuovo Artemidoro di Rosa Otranto - V. Cosa conteneva il papiro quando era ‘intero’? - VI. Le figure di animali sul verso del papiro di Artemidoro di Stefano Micunco - VII. Le teste filosofiche: Eraclito e Democrito - VIII. «Se la geografia tace» - Parte terza Perché quel papiro non può essere Artemidoro - IX. Le molte vite del fr. 21 di Artemidoro - X. Perché quel papiro non può essere Artemidoro - Parte quarta La chiave della falsificazione - XI. La fortuna di poter contare sulla «Geografia» di Strabone - XII. La chiave della falsificazione è nella colonna IV, nella V il disastro - XIII. Quando i Pirenei si inoltravano nell’Oceano di Giuseppe Carlucci - XIV. Rilevamenti e misurazioni - Parte quinta Artemidoro «bizantino» di Luciano Bossina - XV. Artemidoro bizantino. Il proemio del nuovo papiro - XVI. Pesar l’anima - XVII. Geografia e patriottismo neogreco tra Sette e Ottocento - Parte sesta Profilo dell’autore - XVIII. Come lavorava Simonidis - XIX. 18 marzo 1864 - XX. Sarà Simonidis Artemidoro? di Luciano Bossina - XXI. Profilo dell’autore - XXII. La traccia - XXIII. Visita ai papiri di Simonidis di Livia Capponi - I papiri di Simonidis nella collezione Mayer di Vanna Maraglino - Divinatio - Bibliografia - Indice dei nomi - Indice dei luoghi - Indice dei manoscritti - Indice dei papiri - Indice delle illustrazioni

Leggi un brano


Questo libro, caro lettore, abbisogna di una avvertenza.Mentre le discussioni scientifiche hanno il dono di essere belle perché disinteressate, il caso Artemidoro ha determinato sin dal primo momento reazioni sopra le righe. Ciò desta stupore, tanto più che le opinioni e i preannunzi espressi con briosa passionalità dalle colonne di un quotidiano romano non si sono ancora, dopo anni, tradotti in opere: in quella definitiva edizione del «nuovo» papiro che tutto avrebbe chiarito. Noi restiamo persuasi tuttavia che le discussioni scientifiche giova riportarle sul terreno che loro compete, quello – per dirla con Benedetto Croce – del «cauto e vigile filosofare». Di qui questo libro.

Dunque veniamo ad Artemidoro e al «suo» papiro. Le questioni sono due, e confonderle è pessimo metodo. Prima questione. Il testo greco contenuto nel papiro «lanciato» dieci anni fa dalle pagine dell’«Archiv für Papyrusforschung» non è attribuibile ad Artemidoro. Già lo comprende chiunque abbia senso della lingua greca e della sua storia. Ma sono le contraddizioni fattuali che rendono impossibile tale attribuzione.

Seconda e conseguente questione. Dunque dinanzi a quale prodotto ci troviamo? Se non ci fossero errori di fatto e un patrimonio linguistico tardo-bizantino si potrebbe ipotizzare che questo pastiche sia il postremo risultato di compendi di compendi. Ma i dati enucleati dall’analisi portano a una cronologia compositiva talmente bassa da rendere molto più plausibile l’ipotesi che siamo di fronte all’opera di un moderno. D’altronde il discrimine tra il molto tardivo prodotto a base compilativa e il “falso” moderno è davvero impercettibile. Cos’è poi un falso se non un pastiche fatto di pezzi più o meno buoni ‘impastati’ per creare l’impressione di un ‘antico’?

A questo punto la vasta documentazione raccolta (il lettore ne troverà ampia messe nell’ultima parte del volume) permette di orientare lo sguardo verso uno dei più grandi artefici moderni di papiri greci e di palinsesti che siano mai stati attivi in Europa: Costantino Simonidis. Naturalmente chi abbia altri candidati per la paternità di questa scombinata compilazione potrà contribuire all’ulteriore progresso dell’indagine. L’unica cosa che farebbe un po’ sorridere può essere il tentativo di tagliar corto e di risolvere la questione per via «chimica», tagliando di netto il nodo gordiano delle insormontabili difficoltà linguistiche, sintattiche, storiche e fattuali, ricorrendo – come si direbbe in altro contesto – a perizie di parte. Addurre analisi chimiche degli inchiostri (a tacer di qualche incidente di percorso anche in questo campo) aiuta, nella migliore delle ipotesi, a conoscere la composizione di un inchiostro, non la sua età. Nessuno ignora che anche i falsari si servono, ovviamente, di materiale antico. Solo quelli più sciocchi si lasciano smascherare dall’analisi dei materiali. Già il vecchio e glorioso patriarca Fozio, come narra un coevo suo biografo non benevolo, pubblicò un falso per sedurre la mente dell’imperatore che lo aveva esiliato e fece ricorso appunto a materiali antichi che rendessero insospettabile il prodotto. E merita menzione, sia pure di passata, il fatto che quel medesimo biografo smaschera il falso sulla base di un argomento “filologico”: fece anche lui ricorso agli unici argomenti che abbiano valore ed efficacia, indissolubili come sono dal senso della lingua e della sintassi.

Un papirologo italiano di lunga esperienza, Claudio Gallazzi, si è egregiamente cimentato, anni addietro, sul tema dei falsi portando luce su un terreno che da sempre è praticato – per necessità di lavoro o per diletto – dai filologi, dagli epigrafisti, dai papirologi. Smascherando un «papiro falso con un frammento di Bione», egli fece ricorso, com’è giusto, unicamente ad argomenti riguardanti lo stile grafico, le «anomalie», come egli le chiama, che rendono sospetta la scrittura di quel frammento. Neanche un cenno, in quel bel saggio, ad analisi chimiche. «Lo scritto – così si esprimeva – non può essere assegnato che alla mano di un dotto falsario, il quale ritagliò un settore in bianco da un documento già danneggiato, indi copiò sopra di esso, per quanto gli era possibile, i versi di Bione. Lo conferma il bordo inferiore del papiro, che sulla destra non porta traccia di fratture o erosioni, bensì mostra un profilo così netto che solo una lama può averlo segnato». Preziosa notazione, di cui si può far tesoro anche lavorando intorno a questo «Artemidoro».

Qualche anno più tardi lo stesso studioso tornò sull’argomento, in un saggio scritto con R.A. Coles, e mise efficacemente in rilievo come sia ovvio, da parte dei falsari, il ricorso a materiali antichi e autentici: in primo luogo a «blank piece of genuine old papyrus». E opportunamente manifestava scetticismo nei confronti delle analisi chimiche degli inchiostri: «there are genuine ancient documents written in a metallic ink not much different in chemical composition from that employed by the forgers».

Un altro vezzo dei falsari metteva in luce il Gallazzi, che merita di essere qui ricordato: lo sforzo «to produce distinctive letter forms» che talvolta si presenta «in modo esasperato». È il caso per l’appunto – per venire all’«Artemidoro» – della forma esasperatamente “apicata” del rho: una forma, oltretutto, palesemente tributaria del rho usuale nelle scritture minuscole (XIII/XIV secolo) e bene attestata anche nella grafia di dotti greci del XIX secolo (si pensi a numerosi autografi di Adamantios Korais) e imitata anche da coevi ellenisti non greci (si pensi ai numerosi autografi di un amico e ammiratore di Korais, Simon Chardon de la Rochette).

Ovviamente ci sono stati casi di imitazione quasi perfetta di scritture antiche. Un esempio non privo di interesse è quello dei fogli palinsesti del Pastore di Erma ‘creati’ dal greco Simonidis, la cui scrittura è modellata su documenti scoperti e valorizzati proprio in quegli anni: le pergamene contenenti un brano del Fetonte di Euripide (Paris. Gr. 107B) e i grandi rotoli di Iperide. Di questo personaggio torneremo a occuparci. Qui ricorderemo invece conclusivamente l’episodio forse più istruttivo della storia delle falsificazioni: il risarcimento del Virgilio laurenziano, tanto perfetto che il Bandini, grandissimo bibliotecario e grandissimo paleografo, vietò che fosse posto accanto ai fogli autentici, per non ingannare i posteri. A tal punto indistinguibili appaiono tuttora i fogli “falsi” da quelli “veri”, anche agli occhi di chi – come noi oggi – conosce ormai bene quella nobile vicenda.E ora avviciniamoci, caro lettore, alle varie tappe della nostra storia, passando innanzitutto in rassegna le Dramatis personae.

Recensioni

Dino Messina su: Il Corriere della Sera (14/01/2008)


Con il nuovo anno sta giungendo al suo epilogo uno dei casi culturali più clamorosi degli ultimi tempi: la discussione sull'autenticità del papiro di Artemidoro, il prezioso reperto acquistato dalla Fondazione per l'Arte della Compagnia di San Paolo per la ragguardevole somma di 2.750.000 euro ed esposto nel 2006 nelle sale di palazzo Bricherasio a Torino in una mostra di grande successo. Mentre i sostenitori dell'autenticità preparano un'altra esposizione che sarà inaugurata a Berlino il 12 marzo e annunciano la contemporanea presentazione dell'edizione critica, il professor Luciano Canfora, filologo dell'università di Bari, leader del gruppo di grecisti che con sempre maggiore convinzione sostengono l'ipotesi che il papiro sia un falso, manda in libreria due volumi. Il primo, in inglese, «The True History of the So-called Artemidorus Papyrus», uscito nelle edizioni di pagina (pagine 200, € 16), già recensito dalla Frankfurter Allgemeine Zeitung, raccoglie articoli pubblicati sulla rivista «Quaderni di storia» e un'edizione del papiro. Il secondo e più imponente volume, «Il papiro di Artemidoro», con contributi anche di Luciano Bossina, Livia Capponi, Giuseppe Carlucci, Vanna Maraglino, Stefano Micunco, Rosa Otranto e Claudio Schiano (Laterza) sarà mandato in libreria giovedì 17.

Tutto cominciò una sera del dicembre 2005 quando il professor Tullio Gregory commissionò a Luciano Canfora la voce «Papiri» per l'appendice settima dell'Enciclopedia italiana. Una richiesta seguita da una raccomandazione: parlare del Papiro di Artemidoro, una delle più importanti scoperte del secolo. Così Canfora, con la migliore disposizione d'animo, nel marzo 2006 andò a Torino dove era allestita la grandiosa mostra intitolata «Le tre vite del Papiro di Artemidoro». Un titolo che si riferiva alle stratificazioni di testi e disegni accumulatisi sul papiro in due secoli di vita, dal primo avanti Cristo al primo dopo Cristo. Pur impressionato dalla sontuosa presentazione, il filologo Canfora venne subito assalito da un dubbio: nel papiro non si trovava quella lingua classica e tecnicizzante in cui doveva scrivere Artemidoro di Efeso. Da questo dubbio, foriero di approfondite ricerche, scaturirono una serie di scoperte che come in un disvelamento di scatole cinesi portarono all'ipotesi che il papiro fosse comunque un prodotto tardo e probabilmente un falso. Innanzitutto, spiega Canfora, «il brano non era costituito dal secondo libro della Geografia di Artemidoro, che operò tra il secondo e il primo secolo avanti Cristo, ma piuttosto un testo di Marciano, che nel IV secolo dopo Cristo aveva riassunto, alcuni brani di Artemidoro. Ma anche l'ipotesi Marciano non reggeva. Perché il testo sembra riprendere pedissequamente l'edizione ottocentesca di August Meinecke. E ancora nella quinta e ultima colonna del testo figura il nome di un fiume, Oblevion, introdotto dagli studiosi umanisti e non la versione Belion, come compare in Strabone».

È vero, a seguire il filo vengono le vertigini. Ma tutti i passaggi portano, secondo Canfora, a un personaggio ottocentesco, a suo modo di grande levatura, il falsario Costantino Simonidis, per anni apprendista di greco antico nei monasteri del monte Athos e del Sinai, quindi frequentatore delle capitali europee, Londra, Berlino, Parigi, dove era diventato l'incubo degli accademici. Simonidis, esperto disegnatore per aver seguito i corsi del francese Vidal, un allievo di David, aveva tratto in inganno più di un professore con i suoi falsi che andavano dal Vangelo di Matteo a Tucidide. Ma la sua specializzazione erano le Geografie: ne aveva confezionate su Cefalonia, su Simi e aveva proposto un falso Periplo di Annone che altro non era che il periplo del Marocco, idealmente il capitolo precedente del Papiro di Artemidoro, presentato come il Periplo della Spagna. Un reperto unico, perché, a differenza di quanto avveniva nell'antichità, la carta geografica era accompagnata dal testo.

In un volume che spazia dalla filologia all'inchiesta, troviamo anche il saggio di Livia Capponi che ha potuto analizzare una raccolta di falsi confezionati da Simonidis, custoditi nella collezione Joseph Mayer di Liverpool. «Simonidis — ipotizza Canfora non lavorava da solo. Aveva una rete di collaboratori ed estimatori che lo aiutavano a vendere la sua merce. E a confondere le acque della papirologia. Non è escluso che il Papiro di Artemidoro arrivi dalla collezione Mayer, sia uno di quei tre rotoli scomparsi e mai più ritrovati di cui parla la Capponi».

Marco Innocente Furina su: L’Unità (12/03/2008)


È autentico o non è autentico? Quella sul papiro di Artemidoro, una delle più accese querelle culturali degli ultimi anni, promette di durare ancora a lungo, ma la grande mostra che apre oggi a Berlino, con la contemporanea presentazione dell'edizione critica, è destinata a segnare un momento fondamentale nella discussione intorno all'originalità del prezioso frammento.

La polemica va avanti da due anni, da quando nel 2006, il papiro di Artemidoro è stato il protagonista di una importante mostra a palazzo Bricherasio a Torino, dopo che la Fondazione per l'Arte della compagnia di San Paolo, su sollecitazione del Ministero per i beni culturali, per aggiudicarselo aveva sborsato, la ragguardevole cifra di 2.750.000 euro.

Fu proprio allora che, dopo aver visitato la grande esposizione, il grecista Luciano Canfora fu colto dai primi dubbi. Troppe cose, a partire dalla lingua usata nel testo, non tornavano. Ne nacque una polemica durissima, condotta anche dalle pagine dei più importanti quotidiani nazionali, fra lo stesso Canfora e Salvatore Settis, storico dell'arte e direttore della Normale di Pisa che aveva invece certificato l'originalità dei frammenti.

A due anni di distanza Canfora e Settis tornano a incrociare le spade. Lo storico dell'arte e i filologi Barbara Kramer e Claudio Gallazzi, annunciano - finalmente - la presentazione di un'edizione critica, mentre il docente dell'Università di Bari, dopo aver dato alle stampe un primo testo in inglese The true history of so-called Artemidorus papyrus (edizioni Pagina) con l'aiuto di un manipolo di studiosi (Luciano Tossina, Livia Capponi, Giuseppe Carlucci, Vanna Maraglino, Stefano Micunco, Rosa Otranto, Claudio Schiano), spiega perché, ne Il Papiro di Artemidoro, un corposo volume edito da Laterza, il rotolo in questione non possa essere originale.

La lingua, innanzitutto. Artemidoro di Efeso visse a cavallo tra il II e il I a. C. ma lo stile del papiro non ha nulla a che vedere con lingua classica in uso allora. I sostenitori dell'autenticità rispondono con la teoria delle «tre vite», ovvero i tre momenti in cui il documento sarebbe stato scritto e disegnato. Ribatte Canfora: le «tre vite», a dar retta a questa teoria, si sarebbero svolte entro la fine dell'età di Nerone, ovvero il I secolo d.C, mentre nel testo sono presenti colloquialismi di epoca basso-bizantina. Dunque parecchi secoli dopo il regno dell'impertore. Ma non basta. Perché nel reperto sono presenti interi brani di Marciano, un autore bizantino vissuto nel IV secolo d.C, per non parlare di usi e riferimenti più vicini alla prosa dei padri della Chiesa che al greco classico. Un'anomalia che per il filologo Albio Cassio, uno dei curatori dell'edizione critica, si spiegherebbe facilmente: ci troveremmo di fronte a una rarissima e quindi preziosissima attestazione del greco asiano, uno stile andato quasi del tutto perduto. Altro che greco d'Asia e greco d'Asia, nello scritto - incalza Canfora - ci sono troppe incongruenze. Prendiamo il termine «Oblevion», il nome di un fiume come era stato ribattezzato in epoca moderna, mentre la forma antica, attestata in Strabone è «Belion». E così via.

Come in ogni buon processo indiziario le parti hanno pure fatto ricorso alle perizie tecniche. Ma come spesso avviene in questi casi neanche le analisi chimiche hanno messo la parola fine alla discussione.

Ma a non convincere Canfora non è solo la sintassi. Il papiro infatti è unico nel suo genere perché è quasi un canovaccio d'artista. Sul verso sono disegnati una quarantina di raffigurazioni di animali reali e fantastici, mentre sul recto compaiono volti umani e una cartina della Spagna. Uno stile, suggestivo e irrituale che quasi anticipa il Rinascimento (c'è chi ha parlato di una mano che ricorda Raffaello). Troppo strano, così poco classico, così poco antico...

Già, ma allora se il papiro è un falso, chi è il falsario? È qui che entra in gioco un personaggio a suo modo grande, eclettico e versatile, il greco Costantino Simonidis, abilissimo falsario ottocentesco conosciuto e temuto in tutte le capitali europee. Allievo di Vidal, un pittore della scuola del francese David, Simonidis di falsi ne aveva già rifilati parecchi. «Nel 1855 - ricorda Canfora - aveva tratto in inganno l'intera Accademia delle scienze di Berlino. Scoperto, era stato poi espulso dalla capitale prussiana». Dove ora ritorna - se la ride il professore di Bari - con tutti gli onori.

Cinzia Dal Maso su: Il Sole - 24 ore (09/03/2008)


Una scoperta sensazionale, unica. Una rivoluzione per le nostre conoscenze sull'antico. Così è stato presentato al mondo il papiro di Artemidoro. Già nel 2004, quando la Fondazione per l'arte della Compagnia di San Paolo lo acquistò per ben 2.700.000 euro, e poi con più forza nel 2006 quando si poté ammirare in mostra a Torino. Allora tutti videro quei disegni che paiono di Raffaello e invece sono datati al primo secolo d.C. Una ventina di volti, mani, piedi: gli unici schizzi di giovani apprendisti pittori giunti sino a noi dall'antichità, come ha spiegato lo storico dell'arte antica Salvatore Settis che fortemente caldeggiò l'acquisto del papiro. E, sul verso, circa quaranta scene di animali veri e fantastici, probabile campionario di bottega di un pittore o mosaicista. Insomma un cahier d'artiste, unico anch'esso. Di nuovo sul recto, poi, c'è un'immagine della Spagna, la più antica carta geografica del mondo classico giunta fino a noi. Affiancata a un testo attribuito al geografo Artemidoro di Efeso (II-I secolo a.C.), noto finora solo da brevi passi citati in opere posteriori. Meraviglia! Splendore! Visibilio! «A remarkable cultural eye-opener», com'ebbe a scrivere l'antichista Mary Beard.

Ma mentre tutti ammiravano estasiati, il filologo Luciano Canfora rimaneva perplesso di fronte a quella scrittura così impacciata, quel testo assai poco "classico" intriso di errori e contaminazioni tarde, quelle contraddizioni (troppe) di testo e d'immagini che trovano spiegazione solo alla luce di conoscenze molto posteriori. Più rifletteva e più ne trovava. E non lo convinceva l'idea di un papiro dalle "tre vite", come sostengono Claudio Gallazzi, Bärbel Kramer e Salvatore Settis, curatori dell'edizione critica. Un papiro usato prima per scrivere un testo corredato di mappa, poi per disegnarvi animali e infine (circa un secolo dopo) per esercizi di disegno. Che storia contorta! La sentenza di Canfora non tardò a giungere: è un falso! Un falso clamoroso, opera forse di un abilissimo "professionista" ottocentesco, quel Constantinos Simonides che di geografi antichi s'intendeva assai, ma anche di disegno e molto altro ancora. La tesi di Canfora è lievitata, si è arricchita col tempo di nuovi dubbi, scoperte, ipotesi e persino di contributi altrui, fino a diventare ora un corposo volume collettaneo di oltre 500 pagine (Il papiro di Artemidoro, Laterza). Preceduto però nell'uscita da un volumetto in inglese che riassume le tesi e pubblica persino una prima edizione critica del papiro (The True History, edizioni di Pagina, 2007). Un'edizione "veloce", senza pretesa di esaustività. Una provocazione per chi annuncia tale editio princeps oramai da due anni, e non la fa. Ma la risposta è pronta, finalmente. Mercoledì e giovedì prossimi a Berlino, con l'inaugurazione della mostra del papiro all'Altes Museum, l’editio si manifesterà (Il papiro di Artemidoro, edizioni Led) e sarà discussa. Finalmente si aprirà un dibattito tanto atteso di cui finora si era sentita quasi solo l'altisonante voce di una parte.

«In fondo, però, quello dell'autenticità del papiro è un falso problema. E sposta l'attenzione dai problemi veri», commenta Salvatore Settis. Cioè da quegli studi sul disegno antico e sul modo di lavorare degli artisti che sono un po' un buco nero delle nostre conoscenze sull'antico e su cui il papiro ha aperto ampi squarci. «Perché in realtà noi conosciamo parecchi disegni su papiro, circa un migliaio. Ma sono piccoli frammenti, e finora erano quasi tutti rimasti nei magazzini», continua Settis. «Il papiro di Artemidoro è eccezionale perché è grandissimo e mostra tanti disegni tutti assieme. E può stimolare la ricerca». Detto fatto. È stata da poco annunciata la pubblicazione dei circa 370 papiri figurati di Ossirinco. Anche i papiri conservati a Berlino sono in via di pubblicazione. E sta per uscire uno studio sui disegni che circolavano tra le botteghe dei tessitori antichi (a cura di Annemarie Stauffer). «Ne possediamo circa un centinaio ma nessuno prima d'ora aveva mai pensato di guardarli nel loro insieme. Già ora, quindi, il papiro sta dando i suoi frutti. Ci sta rivelando un mondo».

Per ora gli addetti ai lavori (i papirologi), si sono tutti trincerati in una prudente attesa per riservarsi i commenti puntuali a dopo l'uscita dell'edizione critica. Però tra loro serpeggia una certa fiducia sull'autenticità del papiro. Al punto che una voce autorevole come Peter Parsons si è moderatamente sbilanciato qualche settimana fa sulle pagine del «Times Literary Supplement». Non condivide affatto lo stupore di Canfora per la scrittura e lo stile del testo. E non si scompone troppo neppure per la teoria delle "tre vite". Con sofisticato humour britannico dice, in sintesi, che nei papiri di Ossirinco ne ha viste di molto peggio. Che l'autenticità si deve verificare su altro, in primis le analisi scientifiche su papiro e inchiostro. Saranno rese note a Berlino. E non saranno le sole rivelazioni. Non rimane che attendere.

Franco Montanari su: Il Sole - 24 ore (09/03/2008)


Quale peso hanno gli argomenti addotti e quanto è sostenibile l'onere di provare la non autenticità del papiro di Artemidoro? La querelle, portata avanti con impegno da uno studioso del calibro di Luciano Canfora, è in corso da circa un anno, mentre molti hanno mantenuto un prudenziale riserbo, in attesa di vedere bene le carte. Le carte, in questo caso, sono l'edizione critica, che sarà disponibile fra poco, corredata da tutte le informazioni, la documentazione e le analisi scientifiche. Intanto, cerchiamo di fare il punto almeno su qualche aspetto essenziale.

Partiamo dal frammento di papiro in sé. Da un grumo di brandelli, ricavato da quello che noi chiameremmo cartapesta e usato nella preparazione delle mummie, è stato ricostruito un pezzo alto circa 32,5 centimetri e lungo circa 2,55 metri. Oltre alla provenienza, l'età del manufatto e la composizione dell'inchiostro sono gli altri due elementi in gioco che possono essere sottoposti ad analisi scientifica. Si sa che i falsari usarono talvolta pezzi di papiro antico ritrovati non scritti, ma si tratta di piccoli frammenti: difficile pensare a un pezzo di simili dimensioni. La composizione dell'inchiostro è importante: quello antico è sostanzialmente nerofumo di composizione végetale, mentre in seguito si usarono inchiostri fatti di polvere di ferro. L'analisi ci dirà a quando risale il papiro e quale inchiostro è stato utilizzato per scriverlo.

E veniamo al testo, di cui rimangono parti di cinque colonne: le prime due contengono un proemio che discetta sullo statuto intellettuale e il valore della geografia; della III restano solo poche sillabe; le colonne IV e V recano un'introduzione alla geografia della Spagna. Quest'ultima contiene un passo citato da fonti tarde come appartenente al II libro dell'opera geografica perduta di Artemidoro di Efeso, vissuto fra II e I sec. a.C.: è questa la base dell'identificazione. È forte la differenza stilistica fra il proemio e l'esposizione delle colonne IV e V: il primo è scritto in uno stile pretenzioso, concettoso e "barocco", pieno di immagini e di frasi a effetto, totalmente peculiare e, si può ben dire, di dubbio gusto; la seconda è scritta in una prosa semplice e descrittiva della realtà geografica. L'autore sa dunque manipolare molto bene la lingua d'arte del suo tempo: ma perché mai un falsario avrebbe dovuto scrivere in un modo così idiosincratico e non in uno stile più comune?

Su lingua e stile si sono appuntate doviziose osservazioni di Canfora e dei suoi collaboratori, tese a mostrare che lessico, fraseologia e usi linguistici sono tardi, come testimonierebbero paralleli in autori vissuti molti secoli dopo l'epoca di Artemidoro. Su questo punto cruciale l'edizione critica che sta per apparire si gioverà dell'intervento di Albio Cesare Cassio, che è sicuramente una delle autorità di maggior peso e reputazione internazionale per quanto riguarda la storia della lingua greca e la filologia classica. Le indiscrezioni (e le discussioni fra colleghi grecisti) fanno capire come il verdetto vada a favore dell'identificazione di un testo autentico della tarda età ellenistica, nel quale sono presenti i tratti della prosa d'arte dell'epoca. Accade in effetti di frequente che un nuovo testo rechi testimonianza di un termine o di un uso linguistico prima testimoniati solo assai tardi e che invece si rivelano ben più antichi, dal momento che la gran parte della letteratura greca antica è perduta.

Di discussioni sull'autenticità o meno di un'opera è piena la storia della letteratura e dell'arte e l'esperienza insegna che l'analisi scientifica e quella linguistico-filologica ciascuna da sola rischiano di non risolvere i dubbi. Capita tuttavia che si pronuncino in accordo: in questo caso anche lo studioso prudente trova motivo per schierarsi.

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