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Contro natura

Contro natura
Contro natura
Una lettera al Papa
Edizione: 2008
Collana: i Robinson / Letture
ISBN: 9788842085157
Argomenti: Antropologia ed etnologia, Attualità culturale e di costume
  • Pagine: 286
  • Prezzo: 15,00 Euro
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In breve

Per la Chiesa cattolica la natura umana è una, stabile e permanente. Ma esiste una norma e chi la stabilisce? Un antropologo affronta e discute una concezione univoca, rocciosa, imperiosa dell’essere uomini.

Natura e ‘contro natura’, giusto e sbagliato. Chi vuole l’assoluto e chi si accontenta del relativo. Chi cerca un modello universale e chi persegue il riconoscimento delle differenze. In queste pagine, due mondi a confronto, quello del dogma e delle certezze e quello della scienza che interpreta il vivere degli uomini in società e coltiva l’ambizione di conoscerlo da vicino.

«Santità, come molti altri cittadini italiani e del mondo, seguo con attenzione le manifestazioni del Suo pensiero in merito ai molti problemi che caratterizzano il nostro tempo. Le analisi e le riflessioni che verranno esposte nelle diverse parti di questo libro cercano di rispondere alla ‘sfida’ che Lei ha lanciato con i suoi attacchi contro il relativismo culturale, le unioni gay e tutto ciò che Lei ritiene essere ‘contro natura’. Avranno se non altro il merito di porre alla prova la proponibilità di un sapere che fa della molteplicità irriducibile delle soluzioni umane il suo interesse principale e il suo punto di forza.»

Indice

Lettera al Papa (parte prima) - Parte prima Stabilità: 1. Un’aspirazione condivisa - 2. Il potere dei costumi - 3. Chi si accontenta del relativo... - 4. ...e chi vuole l’assoluto - 5. In nome della naturalità - Parte seconda Forme di famiglia: 6. Avrai un’unica famiglia - 7. Tante famiglie, ma una soprattutto - 8. Somiglianze di famiglia - 9. Quanti coniugi? - Parte terza Chi contro natura?: 11. Una saggezza perduta - 12. Un’altra natura - 13. Al di là della natura e della cultura - Lettera al Papa (parte seconda) - Riferimenti bibliografici - Indice dei nomi

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Santità,

come molti altri cittadini italiani e del mondo, seguo con attenzione le manifestazioni del Suo pensiero – né del resto si può dire che i mezzi di comunicazione siano mai stati avari nel diffondere le Sue idee e far conoscere le Sue opinioni in merito ai molti problemi che caratterizzano il nostro tempo. Di questi tempi, in Italia, è stato aperto un dibattito culturale, politico e parlamentare sulla possibilità di riconoscimento civile delle unioni o delle forme di convivenza che per un qualche aspetto non coincidono con la famiglia normalmente intesa, e Lei è intervenuta, e di continuo interviene, su questo tema con argomenti, principi e concetti, che a mio modo di vedere meritano – prima di essere accettati o rifiutati – una riflessione adeguata e possibilmente approfondita. Mi rendo conto che ben difficilmente le considerazioni contenute in queste pagine giungeranno direttamente fino a Lei. Confido però che alcuni uomini di Chiesa, interessati alla problematica citata, avvertano un qualche interesse per quanto potranno o vorranno leggere in questo scritto, anche se si tratta di idee e di riflessioni contrarie, per la loro maggior parte, a quanto la Chiesa Cattolica Romana va predicando in questo periodo.

Il primo tema di riflessione riguarda la mia posizione e i motivi che mi inducono a scriverLe superando un comprensibile ritegno iniziale: è la prima volta (e suppongo anche l’ultima) che mi decido a indirizzare un mio scritto direttamente a un Papa. Mi succede di pensare che anch’io occupo una cattedra, una cattedra universitaria, dalla quale cerco di trasmettere ai miei studenti una serie di concetti e di nozioni, di dati e di problemi, di teorie e di prospettive, che presumo siano loro di qualche utilità e che, di questi tempi, si incrociano però in maniera conflittuale con quanto Lei va diffondendo, insieme ad altri uomini di Chiesa. La materia che insegno si chiama Antropologia culturale, e devo dire che gli studenti seguono tale insegnamento con interesse ed entusiasmo. È forse proprio questo entusiasmo ciò che mi spinge a scriverLe, giacché – ripeto – i contenuti del mio insegnamento rischiano troppe volte, di questi tempi, di porsi in contrasto con l’insegnamento della Chiesa. Non solo, ma il mio turbamento si estende anche al tipo di sapere scientifico nel cui ambito compio le mie ricerche e in cui – sia pure in maniera critica – mi identifico. Ne faccio, insomma, una questione di responsabilità didattica e scientifica.

A sentire le Sue parole (come, suppongo, possono fare molti miei studenti), il mio insegnamento dovrebbe risultare non solo sgradito, ma neppure accettabile, e questo perché sarebbe esempio di un’ideologia che, a Suo parere, domina il mondo europeo e in generale occidentale, un’ideologia ai Suoi occhi molto pericolosa e che Lei (insieme ad altri) identifica nel ‘relativismo’. Sono convinto che non solo il mio modestissimo insegnamento, ma soprattutto – ed è ciò che più conta – il tipo di sapere scientifico che cerco di diffondere e a cui mi sforzo di contribuire (ovvero l’antropologia culturale) rappresentino ai Suoi occhi una prospettiva che occorre combattere e possibilmente debellare. Le Sue parole, Santità, vanno a colpire alcune tesi basilari di questo tipo di sapere, alcuni suoi presupposti di fondo; le Sue parole, per chi le voglia prendere in seria considerazione, hanno un effetto profondamente destabilizzante: tolgono credibilità alle prospettive generali che caratterizzano l’antropologia culturale e alle ricerche che in tale ambito vengono condotte. Personalmente, mi sento sconcertato, e proprio per questo mi trovo costretto a riflettere, in modo parallelo, sulle Sue idee e sul mio insegnamento, cercando di porli a confronto. Beninteso, non vi è nulla di disdicevole nel fatto che un certo tipo di sapere venga messo in discussione, ma ciò non basta; penso anche infatti che sarebbe poco opportuno – da parte degli antropologi – fare finta di niente. In fondo, le Sue opinioni, con la vasta influenza che esercitano, rappresentano una grande sfida di ordine epistemologico e culturale: sottrarvisi sarebbe una grave mancanza di responsabilità nei confronti della ricerca e dell’insegnamento in campo antropologico.

Non dunque per amore di polemica, ma per senso di responsabilità scientifica, proverò a riflettere pubblicamente sulle Sue posizioni.

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