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Guerre giuste e ingiuste

Guerre giuste e ingiuste
Guerre giuste e ingiuste
Un discorso morale con esemplificazioni storiche
trad. di F. Armao
Edizione: 2009
Collana: Sagittari Laterza [170]
ISBN: 9788842084679
Argomenti: Filosofia politica: storia e saggi, Saggistica politica
  • Pagine: 448
  • Prezzo: 24,00 Euro
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In breve

«A volte è giusto combattere, e a volte i soldati combattono in modo giusto. Nessuno che sia cresciuto durante la seconda guerra mondiale può dubitare dell’esistenza di guerre giuste, oltre che ingiuste. Ma è altrettanto vero che a volte è sbagliato combattere, e a volte i soldati combattono in modi sbagliati. E dunque è necessario che ogni decisione di scendere in guerra e ogni scelta strategica e tattica vengano discusse. La teoria della guerra giusta è ancora il miglior linguaggio di cui disponiamo per affrontare questi argomenti.»

Indice

Prefazione alla presente edizione - Premessa - Ringraziamenti - Parte prima: La realtà morale della guerra I. Contro il «realismo» - II. La guerra come crimine - III. Le regole della guerra - Parte seconda: La teoria dell’aggressione IV. Legge e ordine nella società internazionale - V. Azioni preventive - VI. Interventi - VII. Gli scopi della guerra e l’importanza della vittoria - Parte terza: La convenzione di guerra - VIII. Gli strumenti di guerra e l’importanza di combattere bene - IX. L’immunità dei non combattenti e la necessità militare - X. La guerra contro i civili: assedi e blocchi - XI. La guerriglia - XII. Terrorismo - XIII. La rappresaglia - Parte quarta: I dilemmi della guerra XIV. Vincere e combattere bene - XV. Aggressione e neutralità - XVI. L’emergenza suprema - XVII. La deterrenza nucleare - Parte quinta: La questione della responsabilità - XVIII. Il crimine dell’aggressione: dirigenti politici e cittadini - XIX. I crimini di guerra: i soldati e i loro ufficiali - Appendice. La nonviolenza e la teoria della guerra - Indice analitico

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Un autore è sempre felice se esce una nuova edizione di un suo libro, ma in questo caso il mio piacere è mitigato dal fatto che una nuova edizione di Guerre giuste e ingiuste generalmente vuol dire che ci sono state altre guerre. Negli Stati Uniti, le nuove edizioni del libro hanno coinciso con la Guerra del Golfo del 1991, l’intervento in Kosovo del 1999 e la guerra in Iraq del 2003. La presente riedizione italiana forse è motivata dall’Iraq, ancora non pacificato, o dall’Afghanistan, o dal Libano, o da Gaza o dallo Sri Lanka. Si tratta di guerre locali, non mondiali, e questo, almeno, è un piccolo vantaggio per l’umanità. Ma tutte queste guerre vedono coinvolti soggetti non statali, guerriglieri e terroristi, e si tratta di conflitti che mettono a repentaglio le vite dei civili. È una verità generale che le guerre ci costringono a dibattiti morali, ma è particolarmente vero per questo tipo di conflitti. Anche coloro i quali rifiutano l’idea che una guerra possa essere morale si trovano ora a parlare di giusto e ingiusto.

Il principio centrale dello jus ad bellum è che le guerre dovrebbero essere combattute solo per autodifesa o in difesa di altri. Il principio centrale dello jus in bello è che i civili non dovrebbero mai essere oggetto di un attacco militare e che dovrebbero essere protetti il più possibile dai combattimenti. È il secondo di questi principi, l’immunità del noncombattente, quello più chiamato in causa nelle guerre recenti. I terroristi lo negano, prendendo deliberatamente di mira i civili e anche facendosene scudo nelle controffensive. Rifiutano e sfruttano al tempo stesso la regola morale secondo cui i non-combattenti non possono essere attaccati, complicando enormemente le cose per i loro avversari. Qual è la risposta giusta nei confronti di nemici che combattono al riparo dei civili?

La tesi che proposi nel 1977, nella prima edizione di questo libro, è la stessa che proporrei oggi. Si tratta di una revisione della vecchia dottrina cattolica del doppio effetto, secondo la quale quelli che oggi chiamiamo «danni collaterali» sono leciti in guerra quando non sono voluti, quando l’intenzione è soltanto quella di colpire l’obiettivo militare, e quando il danno ai civili è «non sproporzionato» rispetto al valore dell’obiettivo. Ma che cosa significa non volere il danno quando si sa con certezza che quel danno si verificherà? E come si misura la proporzionalità? In passato, la proporzionalità è stata una dottrina permissiva, che giustificava morti e feriti su ampia scala perché dava la priorità al valore dell’obiettivo. Oggi, la proporzionalità è usata generalmente in senso restrittivo, in modo da non consentire in pratica alcun danno collaterale e dunque, spesso, escludere lo stesso attacco militare. Io credo che il test morale fondamentale non sia la proporzionalità; e credo che non sia sufficiente che il secondo effetto, la morte e il ferimento di civili, non sia voluto. Il test cruciale è l’esistenza o meno di una chiara intenzione di evitare, o minimizzare, i danni collaterali. Quali misure attive hanno preso le forze che effettuano l’attacco per proteggere le vite dei civili? E, cosa più importante, quali rischi accettano di correre tali forze al fine di ridurre i rischi per i civili?

È questo il test che applicherei in posti come Gaza, l’Afghanistan e lo Sri Lanka, dove eserciti di uno Stato combattono contro forze terroriste ribelli, e dove i civili sono costantemente in pericolo. Io non so (e credo che non lo sappia nessuno) quale sia un numero di morti tra i civili «non sproporzionato» rispetto all’importanza di fermare gli attacchi terroristici di Hamas, dei Talebani o delle Tigri Tamil. Dobbiamo esprimere giudizi di questo tipo, che tuttavia non potranno mai essere esatti o definitivi. Possiamo però pretendere da ufficiali e soldati misure forti per tenere basso il numero delle vittime civili. L’assenza di misure forti dovrebbe essere criticata con decisione. Perché la teoria della guerra giusta è una teoria critica. Se serve a dirci quando è giusto combattere, allora ci dice anche, probabilmente più spesso, quando è ingiusto combattere.

Entrambe le cose sono necessarie. A volte è giusto combattere, e a volte i soldati combattono in modo giusto. Nessuno che sia cresciuto durante la seconda guerra mondiale, com’è il mio caso, può dubitare dell’esistenza di guerre giuste, oltre che ingiuste. Ma è altrettanto vero che a volte è sbagliato combattere, e a volte i soldati combattono in modi sbagliati. E dunque è necessario che ogni decisione di scendere in guerra e ogni scelta strategica e tattica vengano discusse. La teoria della guerra giusta è ancora il miglior linguaggio di cui disponiamo per affrontare questi argomenti.

Michael Walzer maggio 2009

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