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Marco Polo

Marco Polo
Marco Polo
Storia del mercante che capì la Cina
con ill.
Edizione: 20082
Collana: i Robinson / Letture
ISBN: 9788842084204
Argomenti: Storia medievale, Biografie, autobiografie
  • Pagine: 380
  • Prezzo: 18,00 Euro
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In breve

«Urgeva andare. Prima che magari lo facesse qualcun altro, prima di essere preceduti sulla via dei guadagni, sulla rotta delle ricchezze promesse dall'immenso mercato del Catai. Era il 1271. Stavolta, insieme ai fratelli Polo, al fianco di Niccolò e Matteo avrebbe viaggiato Marco, diciassette anni e l'entusiasmo di mille sogni da rendere vivi.»

Era ormai ventenne, Marco Polo, quando si ritrovò alle propaggini occidentali della Grande Muraglia. «Il ciclopico bastione non impressionava, non poteva sconcertare chi s'era sobbarcato migliaia di chilometri di marcia fra picchi selvaggi e deserti cocenti. Più che un muraglione semidecadente incuriosivano gli empori, i commerci, le mercanzie, le modalità per procurarsene e gli itinerari per rifornirsene. Interessavano i falconi, i cammelli, i boschi di pino, la meravigliosa lana bianca che si filava dal soffice sottopelo dello yak, i tessuti dorati, le stoffe pregiate, le miniere argentifere, e quegli individui dalla barba rada, dai capelli corvini e dal naso piccolo, e le belle donne dalle carni lucenti. Era il Levante, che si annunciava prepotente. Era il Catai. Avevano pazientato, i Polo, aspettando un cenno del gran khan che li chiamasse a coprire l'ultimo pezzo di strada. Una staffetta, incaricata da Kubilai, già galoppava per andarli a prendere». È un mondo che cambia, quello tra Duecento e Trecento. Oriente e Occidente si avvicinano, i commerci fanno esplodere gli orizzonti. Si viaggia, si osserva, si torna a casa con fantastici racconti. Di questa realtà in trasformazione Marco Polo seppe diventare l'eroe nuovo, il cronista, il pioniere.

Indice

Parte prima: Missioni impossibili - Parte seconda: Merci e commerci - Parte terza: Sulla via della seta - Parte quarta: Tutto un altro mondo - Parte quinta: L’Asia rivelata – Nota bibliografica – Indice dei nomi – Indice dei luoghi

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L’Oriente, i suoi miti, le sue dorature dovevano impressionare il piccolo Marco. Le suggestioni olfattive stimolate dalle spezie si intrecciavano indissolubilmente alla familiarità con gli schiavi che transitavano per la Laguna, e che spesso venivano presi nei palazzi veneziani per diventare, talora, poco meno che persone di famiglia. In casa, in un ambiente protetto e protettivo, si sperimentava perciò una naturale confidenza coi soggetti allogeni. La frequentazione quotidiana, l’abitudine anche semplicemente a vedere o a parlare con uno straniero ne attenuavano l’esotismo e gli restituivano umanità. Per le strade, poi, il pot-pourri di nazionalità, l’eterogeneità di razze, lingue e abbigliamenti evitava ai giovinetti veneziani di ispessire gli steccati culturali, e li predisponeva all’accettazione spontanea del diverso, ad un adeguato contatto con uomini d’ogni provenienza. Alleviata da ogni paura, liberata da ogni barriera, la fantasia del giovane Polo poteva sbizzarrirsi ancor di più a immaginare paesi e atmosfere levantine. Le storie raccontate dai parenti-commercianti, le narrazioni mirabolanti udite per bocca dei mercanti di passaggio riempivano il domani del ragazzino. E coi racconti sbalorditivi dei viaggiatori si impastavano anche le leggende di Alessandro Magno alla conquista delle Indie: come ha fatto notare Olschki, proprio l’effigie del condottiero macedone, portato in aria dai grifi, campeggiava in un bassorilievo che tutti potevano osservare, alla metà del Duecento, scolpito sul lato occidentale della chiesa di San Marco. La stessa basilica marciana era un inno alle meraviglie orientali: oltre ad esser stata costruita sul modello del tempio (oggi distrutto) dei Santi Apostoli di Costantinopoli, aggrumava in sé gli ornamenti, i trofei, le prede e i tesori condotti a Venezia da province lontane: gli interni lussureggiavano in una parata di marmi, colonne, rilievi e suppellettili recuperate dai territori bizantini, a comporre un’ornamentazione spettacolarizzata dal profluvio di mosaici e ori; il fianco meridionale era ornato dal gruppo in porfido purpureo dei Tetrarchi, avvinghiati in un abbraccio; e sul portale sarebbe stata levata la quadriga di cavalli in bronzo dorato, asportata da Bisanzio col saccheggio crociato del 1204.Dinanzi al sacrario, la fastosa piazza risaltava a imitazione dei grandi fori costantinopolitani, ricavata in uno spazio che doveva risultare enorme per il XIII secolo europeo e per una città da strappare, palmo a palmo, alla palude. In un perenne viavai di merci e mercanti, all’intersezione del sacro col profano, fra reliquie e mercanzie, magazzini e santità, la grande spianata sfociava nel bacino d’ancoraggio a sposare l’Adriatico, in una connessione fisica e ideale fra la terra e l’acqua che compendiava la genesi urbana.Le virtù, i simboli, le icone, le metafore della gloria cittadina si dispiegavano così nel campanile, nelle colonne monumentali sfiorate dai flutti, nel santuario dell’Evangelista e nel Palazzo Ducale, manifesti in pietra di una metropoli che si avviava a contare centomila abitanti. Con lo sguardo meravigliato ed entusiasta di un fanciullo, Marco Polo vedeva dipanarsi le liturgie del potere nello scenario di magnificenza e di acuto simbolismo creato dalla perfetta osmosi di architetture civiche e religiose. I cerimoniali pubblici, modulati con sistematicità dall’almanacco delle ricorrenze veneziane, enfatizzavano la concordia della cittadinanza, e celebravano l’armonia sociale da cui la propaganda statale faceva discendere le fortune di Venezia. Non che fossero sconosciuti i disordini, le rivolte cagionate dalla pressione fiscale, avvertita principalmente dalla parte debole della società, in un contesto urbano che ai ricchi esponenti dell’aristocrazia e della borghesia mercantile abbinava i piccoli e i medi artigiani, gli operatori economici più modesti, i manovali o i marinai senza fissa occupazione. La povertà o la criminalità emergevano specie di notte, specie dai labirinti fetidi di acque morte e miseria che ansimavano attorno al Castelletto, quanto più ci si allontanava dai poli d’attrazione di Rialto e della Piazza. Risse, insulti, locande disgraziate, figuri sinistri, puttane, ladri, rapinatori e giocatori d’azzardo farcivano di violenza e squallore il «dietro le quinte» della grandeur veneziana. Ma nei giorni di festa tutta quella spazzatura finiva sotto il tappeto dei cortei sfavillanti che facevano sgranare gli occhi ai giovincelli dell’età di Marco. Stoffe d’alta qualità e pellicce eccezionali esaltavano la prosperità dei drappieri e dei pellicciai, che si esibivano nei corteggi celebrativi dell’opulenza mercantile. Per la ricorrenza dell’Ascensione, nel rito della Sensa, il doge navigava col suo sontuoso seguito da San Nicolò del Lido e, sul Bucintoro, la pomposa nave di rappresentanza, andava a gettare alle onde un anello d’oro, rinnovando lo Sposalizio del mare con la formula: «Noi ti sposiamo, mare, in segno della vera e perpetua dominazione».

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