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Metafisica

Metafisica
Metafisica
Classici contemporanei
Edizione: 2008
Collana: Biblioteca di Cultura Moderna [1196]
ISBN: 9788842083825
Argomenti: Classici della filosofia contemporanea, Filosofia contemporanea: storia e saggi, Epistemologia e logica: storia e saggi
  • Pagine: 548
  • Prezzo: 28,00 Euro
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In breve

Esistenza, identità, persistenza, modalità, proprietà, casualità: articolati in sei sezioni tematiche, questo volume raccoglie i testi più significativi e influenti che la filosofia di orientamento analitico ha dedicato ai temi centrali della metafisica, da indiscutibili classici del pensiero novecentesco, come Moore, Russell, Carnap e Quine, ad autori più noti per i loro apporti nei campi della logica e della filosofia del linguaggio, come Davidson, Dummett, Putnam, Kripke e Lewis, fino alle voci più recenti e tuttora in prima linea nel dibattito filosofico internazionale.

Indice

Introduzione - Avvertenze - Parte prima: Nota introduttiva - 1.1. Esistere ed «esistere» - 1.2. Esistenza e impegno ontologico - 1.3. I modi dell’esistenza - 1.4. Questioni esistenziali interne ed esterne - 1.5. Esistenza e relatività concettuale - Parte seconda: Nota introduttiva - 2.1. Identità e uguaglianza qualitativa - 2.2. Identità e coincidenza spazio-temporale - 2.3. Identità e composizione merceologica - 2.4. Il tutto nella somma delle parti - 2.5. L’identità relativa - 2.6. Identità e indeterminatezza - Parte terza: Nota introduttiva - 3.1. Persistenza reale e persistenza fittizia - 3.2. La prospettiva tridimensionalista - 3.3. La prospettiva quadridimensionalista - 3.4. Il problema degli intrinseci temporanei - 3.5. La prospettiva sequenzialista - Parte quarta: Nota introduttiva - 4.1. I guai della necessità - 4.2. La semantica dei mondi possibili - 4.3. Il realismo modale - 4.4. La prospettiva attualista - 4.5. La concezione combinatoria - Parte quinta: Nota introduttiva - 5.1. Le proprietà come entità universali - 5.2. Le proprietà come entità particolari - 5.3. Le proprietà come costrutti linguistici - 5.4. Predicati, proprietà, e leggi di natura - Parte sesta: Nota introduttiva - 6.1. La concezione regolarista - 6.2. La concezione singolarista - 6.3. La causazione come relazione tra eventi - 6.4. La causazione tra fatti - 6.5. L’analisi controfattuale - 6.6. La freccia del tempo - Riferimenti bibliografici - Indice dei nomi

Leggi un brano

Il concetto di esistenza è alla base di qualsiasi indagine metafisica. È un concetto così fondamentale e imprescindibile che è difficile pensare di poterne fornire una definizione in termini di concetti più semplici e accessibili. È difficile, cioè, pensare che si possa spiegare in che cosa consista l’esistenza, o a che cosa equivalga esistere. Semmai ci si può chiedere che cosa significhi dire che qualcosa esiste. Quando diciamo che un certo oggetto è rosso, per esempio, stiamo attribuendo a quell’oggetto una certa proprietà, e quando diciamo che un oggetto non è rosso stiamo negando che l’oggetto abbia la proprietà in questione. Ma che cosa significa dire che quell’oggetto esiste? E che cosa mai potrebbe significare affermare che non esiste?

È precisamente in questi termini che il tema ha fatto il suo ingresso nella metafisica contemporanea. Nella Critica della ragion pura (A598-601, B626-629), Kant osservava che verbi come «esistere» (o «essere») non esprimono predicati reali, cioè non esprimono un concetto che si possa «aggiungere» al concetto di ciò di cui si sta parlando. In tempi più recenti, si è soliti esprimere questo punto di vista dicendo che tali verbi non sono dei predicati e quindi che l’esistenza non è una proprietà. Che cosa ciò significhi esattamente, e quali siano le conseguenze di questo punto di vista, sono però quesiti dai risvolti assai spinosi, e il saggio di G. E. Moore con cui si apre questa prima parte (1.1: L’esistenza è un predicato?) costituisce il locus classicus della letteratura in materia. Ad esso si affianca il saggio di W. V. O. Quine (1.2: Su ciò che vi è), vera e propria pietra angolare della metafisica analitica contemporanea. Se «esistere» non è un predicato, se non ha senso pensare di poter separare le cose che esistono da quelle che non esistono nello stesso modo in cui separiamo le cose che sono rosse da quelle che non lo sono, come si fa a render conto del disaccordo che può sussistere in casi particolari, quando si tratta di dichiarare che cosa esiste? Quine non ha dubbi in proposito: esiste tutto, giacché non ha senso parlare di «entità inesistenti». Ma dire «tutto» equivale a dire nulla se non in presenza di un criterio che determini la portata di questa parola. Il problema di dichiarare il proprio credo ontologico si trasforma così in quello di esplicitare i propri presupposti ontologici, e la metafisica si ritrova intimamente legata all’analisi semantica del linguaggio: si tratta, in ultima analisi, di stabilire quali entità debbano ricadere nel «tutto» affinché le nostre asserzioni sul mondo, ovvero le asserzioni implicate dalla nostra teoria sul mondo, risultino vere.

Ci si potrebbe domandare in che misura sia lecito affrontare questioni così fondamentali senza porsi al contempo il quesito dell’univocità o meno del concetto di esistenza a cui si fa riferimento. Nella Metafisica (IV, 1003b) Aristotele affermava che «l’essere si dice in molti modi», benché sempre in relazione a un unico principio, e buona parte della storia della metafisica può essere letta all’insegna delle diverse declinazioni a cui questa tesi è stata sottoposta. Ora, Quine è esplicito nel negare che «esistere» possa avere più di un significato, e questo punto di vista è implicito anche nel saggio di Moore. Non tutti i filosofi contemporanei, però, la pensano allo stesso modo, e nel dibattito che è seguito si possono distinguere almeno tre diverse posizioni. La prima consiste nell’affermare che entità di tipo diverso possano esistere secondo forme o modalità diverse: i corpi materiali, per esempio, esisterebbero in un «senso diverso» da quello in cui si può dire che esistano le entità mentali. Le pagine di Gilbert Ryle (1.3: Esistenza ed errori categoriali) sono tra le più rappresentative di questo punto di vista. La seconda posizione consiste nel negare che tutte le asserzioni esistenziali abbiano la stessa portata. Il testo più influente, in questo caso, è il saggio di Rudolf Carnai (1.4: Empirismo, semantica e ontologia), nel quale si sostiene l’incommensurabilità tra questioni esistenziali «interne» ed «esterne», ovvero tra questioni riguardanti l’esistenza o meno di certe entità nell’ambito di una data struttura linguistica, e questioni riguardanti invece l’accettabilità o meno della struttura medesima. Rispetto al linguaggio della matematica, per esempio, l’esistenza o meno di una certa funzione sarebbe una questione interna, risolubile sulla base delle risorse messe a disposizione dal linguaggio stesso, mentre chiedersi se le funzioni esistano davvero sarebbe una questione esterna, poiché riguarderebbe la realtà del mondo presupposto da quel linguaggio. Infine, la terza posizione consiste nel negare che si possa parlare di esistenza in un senso assoluto: proprio come in etica non avrebbe senso pensare di poter formulare principi normativi universalmente validi, cioè validi in ogni cultura e in ogni periodo storico, così in metafisica sarebbe illecito pensare di poter fornire un’immagine del mondo che non rifletta in qualche modo i pregiudizi dello schema concettuale a cui facciamo riferimento. Hilary Putnam è tra gli esponenti più influenti di questo punto di vista, che pure ha conosciuto e conosce varianti anche molto diverse fra loro, e questa prima parte si conclude con un breve testo rappresentativo della sua posizione (1.5: Il realismo interno).

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