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In Sardegna non c'è il mare

In Sardegna non c'è il mare
In Sardegna non c'è il mare
Viaggio nello specifico barbaricino
Edizione: 20126
Collana: Contromano
ISBN: 9788842082927
Argomenti: Narrazioni contemporanee, Viaggi, turismo e sport
  • Pagine: 136
  • Al momento non disponibile presso il nostro magazzino

In breve

«Qui il silenzio è impregnato di una strana, inspiegabile inquietudine, quella dei padri pastori, probabilmente. È l'epica di una Barbagia troppo spesso vittima della sua stessa epica. È un posto senza malìe, è quello che appare: una storia scritta sulle facce, su ogni masso di granito, su ogni ciottolo di fiume dei selciati.»

 

«La Barbagia d'inverno dunque. Per un barbaricino l'inverno è quasi una condizione naturale. Certo per chi è abituato a pensare alla Sardegna smeraldizzata, alla Sardegna come regione monostagionale, può sembrare una stranezza pensare alla montagna, al clima alpino, al freddo secco, alla neve… Eppure basta voltarsi dal mare alla terra e si possono vedere le montagne che si gettano nell'acqua. Dentro a quelle montagne abita la sostanza di un territorio molto folklorizzato, ma ancora sconosciuto nella sostanza. Il territorio barbaricino rifiuta, direi quasi geneticamente, il concetto di ‘divertimentificio’, la costa barbaricina rifiuta la condizione di ‘Caraibi del Mediterraneo’, che tanto piace ai tour operators improvvisati e ai turisti da gossip. Chi navigasse da Posada ad Arbatax lo capirebbe al volo. Chi cioè passasse per mare dalla costa gallurese, quella dove è sempre estate, a quella barbaricina dove le stagioni si alternano, vedrebbe a occhio nudo la differenza. È proprio l'inverno che dà alla Barbagia quella profondità di territorio vivo, che differenzia il viaggiatore dal vacanziere. Perché come l’estate sostanzia il mare, l’inverno sostanzia i monti… a Nuoro, in Barbagia, d’inverno… Se veniste da queste parti, dunque, dove sono nato io, dovreste affrontare il tratto più straordinario dell'intera strada statale 131, dal mare fino all'interno, salendo appena sareste gratificati nella vista e nell'olfatto. Da Olbia a Nuoro tutto profuma. Prendetevela comoda, fateli lentamente, col finestrino abbassato, quei cento chilometri scarsi di verde e d'azzurro, di pini, di lentischio, vigneti, querceti; di mare e montagne che si baciano. Nuoro è più in là, seminascosta, sull'altipiano.»

Con penna tenera e crudele Marcello Fois si racconta e racconta la sua Sardegna, i profumi, la luce, il pregiudizio della ‘sarditudine’, la Barbagia – una Sardegna, una delle tante.

Leggi un brano


Gli scrittori in Sardegna non sono un caso a parte. È la Sardegna che è un caso a parte, gli scrittori semmai sono quanto di più omologato esista. Nel campo delle arti, come si sa, omologazione fa rima con provincialismo. In tutto il mondo questo processo avviene direttamente, ma non in Sardegna. In Sardegna omologazione e provincialismo sono inversamente proporzionali: quanto più fai il non omologato, tanto più sei provinciale. In questo periodo il mito corrente pare essere «sono un cane sciolto», come se la Sardegna non avesse, fino a oggi, un'esperienza vastissima di cani sciolti. Chiunque ha un minimo di conoscenza di questa terra da un punto di vista delle arti, della politica, dell’economia, della Storia, sa che l'istituzione del «cane sciolto» ha prodotto danni e ritardi incommensurabili. Ergo, lo scrittore «cane sciolto», nella sua illusoria autonomia, diventa semplicemente uno che vuol correre per conto suo esattamente come il politico o l'imprenditore di turno. Il che di per sé non è un male, anzi è assolutamente lecito, a patto che non si voglia dare a intendere che procedere da soli sia l'unico modo di procedere. Anzi, che sia endemico dello scrittore. Anzi, che sia obbligatorio per lo scrittore sardo.Perché allora sorge il dubbio che si faccia riferimento all'abusata, e ormai definitivamente liquidata, provinciale, appunto, figura di scrittore che nasce dal niente, come un fungo irrorato di rugiada e baciato dalla buona sorte. Chi lo scrittore lo fa, sa che il genere «cane sciolto» è fra gli scrittori che soffrono di più: gavetta lunghissima, frustrazione non sempre controllata. Lo scrittore «cane sciolto» è quello che considera il proprio mestiere a partire dagli altri e mai da se stesso, un'altra contraddizione: non si è mai abbastanza «cani sciolti» da non discutere continuamente di cifre, di dati di vendita, di recensioni, quando si raggiungono, ma si è troppo «cani sciolti» per farsi venire in mente, a domanda, il nome di un giovane collega meritevole. Si è troppo «cani sciolti» per avere un passato, ma non troppo per dichiarare, ed enfatizzare, solo il presente. Il futuro, fortunatamente, non ci appartiene. Il fatto è che, volenti o nolenti, che lo ammettiamo o meno, ci imbrattiamo il muso tutti dallo stesso trogolo. Il «cane sciolto» è soltanto un cane che mangia da solo, ma il paiolo è lo stesso. Il «cane sciolto» ha sofferto la fame, si è buttato nella mischia per spartirsi un osso, e quando non l'ha preso ha maledetto il padrone che tenendolo d'occhio ha detto, a lui come a tutti gli altri, «arrangiati, combatti», e ora che è diventato un cane signorinu, ha dimenticato che senza quell'«arrangiati» sarebbe stato un cane morto, senza nerbo, senza stile e senza una nuova, confortevole, famiglia. Il «cane sciolto» racconta la storia che vogliamo sentire: un inno della propria improbabile endemica solitudinosa solitudine. Ma sa che sarebbe lecito raccontare una storia più complessa, forse meno accattivante, forse più prosaica, ma più reale: dalla pubblicazione dal tipografo a proprie spese, all'emozione del primo libro stampato sotto contratto, al lavoro, non solo solitario, che lo ha condotto verso la casa editrice nazionale, considerando il termine «nazionale» come evidenza di traguardo, evidentemente, inconfessatamente, da sempre agognato. Il percorso di tutti, insomma, di tutti quelli che ce la fanno, beninteso. Lo stesso identico trogolo. Poi c'è chi preferisce selezionare, rifarsi una biografia più consona a esigenze di «buon selvaggio» o «troglodita di genio», e chi è semplicemente quello che è: perfettamente integrato, ma assolutamente autonomo. Sì, perché in Sardegna integrazione e autonomia non sono, paradossalmente, disgiunti, anzi sono una chiave per aprire una reale ipotesi di cambiamento: tanti scrittori autonomi, ma insieme, sono forti e fanno forte la loro terra. E pensate che per far questo non è necessario nemmeno amarsi vicendevolmente, sono previsti dibattiti e persino antipatie personali, basta amare un progetto superiore: per la Sardegna si sta insieme, assolutamente. I siciliani sono diventati grandi in questo modo, Bufalino prima di tutti. I «cani sciolti» sono esattamente quello che tutti si aspettano dagli scrittori sardi e non solo dagli scrittori: che sappiano di pecorino, che siano spicci nella forma, ma servili nella sostanza, che accontentino il padrone con sapori forti e obbedienza imperitura, che siano esotici quanto basta e, soprattutto, che dimentichino da dove sono venuti. Che regalino all'editore nazionale che li ha pubblicati belli fatti una nascita senza passare dal travaglio, di cui altri si sono occupati. Nessun cane mangia un altro cane tranne il cane sardo, l'ho scritto da qualche parte: datemi torto.

Recensioni

Roberto Carnero su: Il Mattino (22/07/2008)

«Vorrei una Sardegna in cui non fosse tanto facile essere speciali», scrive Marcello Fois in chiusura di In Sardegna non c'è il mare, il suo libro appena uscito da Laterza che potrebbe essere il manifesto della nuova identità anche letteraria dell'isola. Lì si legge che «gli scrittori in Sardegna non sono un caso a parte. È la Sardegna che è un caso a parte, gli scrittori sono quanto di più omologato esista». Nel senso che omologazione e provincialismo sono inversamente proporzionali, «quanto più fai il non omologato, tanto più sei provinciale». E Fois mette in fila sei profili di scrittori sardi (Grazia Deledda, il premio Nobel per la letteratura nel 1926, Salvatore Satta, Peppino Fiori, Giuseppe Dessì, Sergio Atzeni e Salvatore Mannuzzu, quasi ad allestire il campionario narrativo del carattere isolano. Non Salvatore Niffoi e Milena Agus, i narratori sardi oggi più conosciuti: sei autori lontani dalle aspettative che si possono maturare di fronte agli scrittori sardi, e cioè – nota Fois – «che sappiano di pecorino, che siano spicci nella forma, ma servili nella sostanza, che accontentino il padrone con sapori forti e obbedienza imperitura, che siano esotici quanto basta e, soprattutto, che dimentichino da dove sono venuti». Il ritratto degli assenti?

Fatto è che il ritorno alla primordialità sarda di deleddiana memoria, e ribadita da Gavino Ledda con un libro come Padre padrone nel 1975, oggi sembra la direttrice lungo la quale gli autori sardi si stanno muovendo. Certo, ha ragione Fois, in maniera diversa. Come la quarantenne cagliaritana Milena Agus, pubblicata da Nottetempo, autrice di Mal di pietre l'anno scorso, arrivato secondo al Campiello e già tradotto in sette lingue, e poi, quest'anno, di Ali di babbo. O il cinquantenne barbaricino Salvatore Niffoi, all'esordio nel 1997 con Collodoro, edito dalla casa editrice nuorese Solinas e ora passato ad Adelphi, alla ribalta nel 2005 con il romanzo La leggenda di Redenta Tiria e vincitore del Super-Campiello nel 2006 con La vedova scalza. O ancora giallisti come Giorgio Todde (suoi libri sono editi da II Maestrale e da Frassinelli) e lo stesso Fois (Einaudi e Il Maestrale), entrambi con diverse opere di buon successo. L'anno scorso aveva fatto parlare di sé Alessandro de Roma, al suo esordio come narratore con il romanzo Vita e morte di Ludovico Lauter (Il Maestrale), a cui è seguito quest'anno (presso lo stesso editore) La fine dei giorni. E ancora va ricordato Alberto Capitta, pubblicato da II Maestrale (l'ultimo suo libro si intitola Il giardino non esiste). Infine alla gioventù sarda, raccontata in una dimensione picaresca, rimanda il romanzo d'esordio di Flavio Soriga, Sardinia blues (Bompiani).

Tanto che la letteratura sarda non è mai apparsa così in forma come oggi. Lo si è visto bene qualche giorno fa nei dibattiti ospitati dal festival di Gavoi, giunto quest'anno alla sua quinta edizione: appuntamento obbligato, nell'isola e non solo, per chi ami i libri e la scrittura. Ma cosa dicono gli scrittori direttamente interessati? Le valutazioni sono diverse. Mannuzzu ritiene importante guardare avanti e sperimentare nuove soluzioni, mentre per Fois è necessario rapportarsi con la tradizione. E come mai oggi si parla di scrittori sardi più di quanto si faccia con gli autori delle altre regioni? Per Mannuzzu ciò accade perché l'identità sarda è sempre stata molto forte: «La Sardegna è una vera isola. Per molto tempo noi sardi abbiamo avuto l'impressione che nella nostra regione si svolgesse una storia slegata da quella del resto d'Italia. In realtà non è stato così, ma questa era la percezione diffusa. Quando, da alcuni decenni, questa identità sarda è entrata in crisi, è come se gli scrittori avessero sentito il bisogno di affermare tale identità nei loro libri». Aggiunge Fois: «Per gli scrittori sardi è costituzionale il dato della distanza. Credo che questo sia ciò che abbiamo in comune tutti noi, al di là delle diversità che ci caratterizzano: viviamo lo spazio in modo non convenzionale, con una certa tendenza a costruirci delle geografie fantastiche».

Intanto si moltiplicano anche i libri sulla Sardegna, letta in una prospettiva culturale e letteraria. Tale è il caso di Michela Murgia, che con il suo libro Viaggio in Sardegna (da poco uscito presso Einaudi) propone «undici percorsi nell'isola che non si vede». L'idea, cioè, è quella di raccontare la Sardegna e le tracce del suo passato, al di là di clichè e luoghi comuni. Cosa che prova a fare anche Fois nel suo ultimo libro, significativamente intitolato In Sardegna non c'è il mare. «Ho cercato di parlare della Sardegna che conosco io – spiega – che non è tutta la Sardegna, perché in realtà le Sardegne sono molte. Parlo, cioè, della Barbagia, un territorio vicino al mare, ma tradizionalmente lontano dal mare, per usi, costumi e abitudini dei suoi abitanti». Un viaggio nell'anima, prima ancora che nei luoghi, in cui, per la prima volta nella sua carriera di scrittore, Fois ha usato materiali autobiografici: «Sono nato a Nuoro nel 1960, ma dai tempi dell'università abito a Bologna. Però ho sempre mantenuto un rapporto con la Sardegna, che ora ho deciso di provare a raccontare».

Pino Corrias su: La Repubblica (19/07/2008)

Mappa sentimentale di Sardegna. Catalogo d'altre scritture, a cominciare da quella di Grazia Deledda e Salvatore Satta. Geografia di luoghi non del tutto immaginari – il cuore di Nuoro, il vento della Barbagia, il silenzio degli altopiani, le spiagge di un tempo, dove scendevano le mandrie e fiorivano i gigli – e di ricordi resistenti come radici.

Le radici di Marcello Fois, scrittore di investigazioni e di intrecci, declinate nel tempo mobile (e autobiografico) di un'isola che in questo breviario è lingua, territorio, memoria letteraria. Mai rimpianto o nostalgia. Mai folclore. O retorica di pastori e banditismo. Semmai il frutto di uno sguardo eccentrico fin dal titolo In Sardegna non c'è il mare. A dire che è quella solitudine a farne un continente di molte storie e di molti caratteri. Ma è solo il mare, con le sue rotte di lontananza, a trasformarla in una terraferma da cui, anche partendo, non ci si allontana mai.

Piccolo manuale di sardità. Con approfondimento di quella specifica contea barbaricina che generò codici e comportamento. Fece il sardo capzioso. Comparativo. Tragico. Insofferente (persino) a quel santo dovere dell'ospitalità che ha inventato e che rispetta «per controllare da dentro un nemico», chiunque sia, «che da fuori sarebbe stato molto più pericoloso».

Resoconto letterario di certe parole chiave, in tutto ventuno, come "estate", "traghetti", "lingua", "distanza", "patria", "diaspora", che formano un unico racconto, e magari anche un unico naufragio. Che nella geografia di un'isola ha molte più ridondanze di un approdo. Ma è capace, con Satta nel suo monumentale Il giorno del giudizio, di trasformare il funerale dei suoi personaggi in una eterna permanenza letteraria. Di tramandarci il Gramsci di Peppino Fiori. O il sorriso di Sergio Atzeni e le sue storie. Accatastando vita. Narrando quel paesaggio assediato dai tempi. Per contrastare (infine) «che nella retorica delle civiltà» la Sardegna abbia un posto soltanto in quanto civiltà scomparsa.

Gianfranco De Cataldo su: L’Unità (17/07/2008)

Dici «Sardegna» e parte un filmato pubblicitario fatto di immagini che occupano ormai da anni un posto stabile nel nostro immaginario di felici superficiali osservatori. Una costa selvaggia fatta di spiagge dalle acque cristalline di incontaminata bellezza. L'acuto polifonico dei tenores di Bitti. Il nuraghe che svetta in un sassoso contesto di pietra bianca. Uomini piccoli e neri dallo sguardo acceso e famelico. Porcellini da latte che si rosolano lenti in un letto di terra e ghiaia, braci che scintillano in notti gravide di stelle come le mille luci di una città lontana. E poi: un'altra costa, altre spiagge, ville-bunker circondate da imponenti apparati di sicurezza. Colate di cemento che più violentano la natura e più sembrano aumentarne il prezzo (è il grande gioco della prostituzione modaiola, che ci vuoi fare?). Piazzette vipparole dove si dà convegno la sfarfalleggiante Dolce Vita dell'italico Grande Nulla...E altri nuraghi. Vette innevate di monti. Altri uomini piccoli dallo sguardo determinato, appoggiati a cartelli stradali crivellati di buchi... Insomma. Dici «Sardegna» e sai di che stai parlando. Non hai altro da fare che andare a vedere di persona: non è, dopo tutto, la Sardegna, un notorio paradiso turistico? Poi – anzi, come ama ripetere l'autore, e poi – leggi questo réportage di Marcello Fois (In Sardegna non c'è il mare, Laterza) e una buona parte delle tue idee preconfezionate, dei tuoi luoghi comuni consolidati salta per aria. Leggi di una terra che è un agglomerato di terre fra loro tanto diverse da aver sperimentato una lunga catena di ostilità. Leggi di un colonialismo asfissiante che, oltre a devastare il territorio, modificare il clima, dissipare risorse, asservire talenti, ha persino «inventato» di sana pianta una «cultura», imponendo miti d'importazione, ri-costruendo a posteriori un'immagine di terra selvaggia che non ha alcuna seria radice storica, perfezionando infine l'obbiettivo che ogni colonialismo pervicacemente persegue: la perversione delle coscienze. Sardegna come continente: questa la chiave del viaggio, ironico, denso, onesto sino all'autoflagellazione, che il sardo Fois dedica alla sua terra. Continente, perché isola, unità territoriale distaccata dalla terra ferma, e perché con-tiene una molteplicità di contraddizioni, stratificazioni, rivelazioni che nessuna mente, per quanto lucida, e nessuna volontà umana, per quanto ferma, potrà ridurre mai a unità. La Sardegna di Fois è con-tinente riscoperto da un migrante, diciamo pure un fuggiasco. C'è, in questo libro, una percezione che accomuna tutti i meridionali vagabondi e fuggitivi, dai figli della Patagonia a quelli dell'Alasca: te ne vai perché non sopporti di essere con-tenuto nel tuo con-tinente naturale, quello che ti è stato assegnato dall'entità bizzarra che presiede agli umani destini. Scopri terre straniere, volti sconosciuti, vivi esperienze esaltanti o deprimenti, ti illudi che il moto perpetuo possa placare il demone della fuga. Ma qualcosa continua a scavarti dentro. La memoria della tua terra. E più cerchi di allontanartene, più ti si rivelano i segni di un'appartenenza ineluttabile. Ma bisogna andare lontano, molto lontano, quanto più lontano possibile, per mettere a fuoco la vista e individuare la giusta inquadratura. Accade quando, un bel giorno, ti scopri sufficientemente saggio, o forse soltanto vecchio, da poter affrontare il nostos. Allora il tuo sguardo si fa limpido e coerente. Le contraddizioni ritrovano radici storiche, causali e rimedi; i luoghi comuni cessano di essere liquidati con disprezzo e vengono esplorati come punte dell'iceberg di una saggezza più profonda. La Storia rivendica il suo privilegio e il suo peso. Scopri – come è accaduto a Fois – che non sei il primo (e non sarai l'ultimo) a interrogarti sulle mille Sardegne possibili, e sulle tue mille identità possibili. Fois torna ogni anno nella sua Barbagia e organizza il festival di Gavoi. Chi ci è andato almeno una volta ha respirato un'aria fra l'esaltante e il problematico: davvero l'ospitalità sarda può essere imbarazzante, eccessiva, ma davvero è sorprendente che in tutte le case ci sia un'attrezzata libreria. Poi la cronaca nera irrompe, e Gavoi torna teatro di uno di quei delitti «inspiegabili» che appassionano i divoratori di feuilleton. E il luogo comune del sardo bandito, dello sciocco balente torna a rivendicare il suo primato. Contraddizioni: l'unico modo per conviverci è accettarle. Accanto alle tante e spesso illuminanti «rivelazioni» sul modo giusto di vivere la «sardità», questo racconto comunica un sereno senso di riconciliazione, ottima base di partenza per un «che fare» in cui, finalmente, pragmatismo e tradizione procedano affiancati. La Sardegna perfetta, che Fois sogna nel «manifesto» che conclude il libro, forse non si realizzerà mai. Ma ci si può provare comunque: dopo tutto, «noi sardi siamo speciali, quando ci mettiamo una cosa in testa...».

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