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Modus vivendi

Modus vivendi
Modus vivendi
Inferno e utopia del mondo liquido
trad. di S. D'Amico
Edizione: 20073
Collana: i Robinson / Letture
ISBN: 9788842082620
Argomenti: Attualità, Sociologia della cultura
  • Pagine: 144
  • Al momento non disponibile presso il nostro magazzino

In breve

«Non sono rimasti molti terreni solidi su cui gli individui possano edificare le loro speranze di salvezza. Non possiamo più sperare seriamente di rendere il mondo un posto migliore in cui vivere; non possiamo neppure rendere veramente sicuro quel posto migliore nel mondo che, forse, siamo riusciti a ritagliare per noi stessi. L’insicurezza c’è e resterà, qualunque cosa accada.»

 

Rendere l’incertezza meno terribile, la felicità più permanente. Ecco la grande utopia inseguita dagli abitanti del mondo liquido. Zygmunt Bauman rapisce la nostra attenzione e affronta la paura più inconfessabile: che futuro ci aspetta?

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Si possono riscontrare, adesso o in passato, quantomeno nella parte «sviluppata» del pianeta, una serie di orientamenti gravidi di conseguenze e strettamente interconnessi, che creano uno scenario nuovo, anzi inaudito per le scelte di vita individuali, e pongono una serie di sfide mai incontrate in precedenza.Prima di tutto, il passaggio dalla fase «solida» a quella «liquida» della modernità: vale a dire, a una condizione nella quale le forme sociali (le strutture che delimitano le scelte individuali, le istituzioni che si rendono garanti della continuità delle abitudini, i modelli di comportamento accettabili) non riescono più (né nessuno se lo aspetta) a conservare a lungo la loro forma, perché si scompongono e si sciolgono più in fretta del tempo necessario a fargliene assumere una e, una volta assunta, a prendere il posto assegnato loro. È improbabile che le forme sociali, siano esse già presenti o soltanto accennate, abbiano a disposizione abbastanza tempo per solidificarsi, né esse possono più servire da quadri di riferimento per le azioni umane e per le strategie di vita a lungo termine, data la loro breve speranza di vita: addirittura più breve del tempo necessario a sviluppare una strategia decisa e coerente, e ancora più breve del tempo richiesto per portare a compimento un «progetto di vita» individuale.In secondo luogo, la separazione e l’imminente divorzio tra potere e politica, la coppia che dalla nascita dello Stato moderno e fino a poco tempo fa si riteneva che dovesse condividere la casa comune costituita dallo Stato-nazione «finché morte non li separi». Gran parte del potere di agire efficacemente di cui disponeva in precedenza lo Stato moderno ora si sta spostando nello spazio globale (e per molti aspetti extraterritoriale) privo di controlli politici; mentre la politica, la capacità di decidere la direzione e lo scopo dell’azione, non è in grado di agire efficacemente a livello planetario giacché rimane, come prima, a quello locale. L’assenza di controllo politico trasforma i poteri da poco emancipatisi in una fonte di incertezza profonda e in linea di principio indomabile, mentre la carenza di potere allontana sempre di più le istituzioni politiche residue, con le loro iniziative e le loro imprese, dai problemi della vita dei cittadini dello Stato-nazione, per cui questi ultimi sono sempre meno interessati a esse. Questa duplice conseguenza del divorzio obbliga o incoraggia gli organi dello Stato ad abbandonare, a trasferire altrove, o (per usare termini del gergo politico molto in voga ultimamente) ad applicare i principi di «sussidiarietà» ed «esternalizzazione», delegando ad altri soggetti un volume crescente di funzioni da loro assicurate in precedenza. Abbandonate dallo Stato, quelle funzioni diventano il terreno di gioco delle forze del mercato, notoriamente capricciose e imprevedibili per natura, e/o sono lasciate all’iniziativa privata e alla cura degli individui.In terzo luogo, la graduale ma sistematica soppressione o riduzione dell’assicurazione pubblica, garantita dallo Stato, contro l’insuccesso e la cattiva sorte individuali, priva l’azione collettiva di gran parte della sua passata attrattiva e mina le fondamenta della solidarietà sociale. La parola «comunità», intesa come un modo di riferirsi alla totalità della popolazione abitante sul territorio sovrano dello Stato, risuona sempre più vuota. I legami interumani, un tempo intrecciati a formare una rete di sicurezza che meritava un investimento ampio e continuo di tempo e di sforzi, a cui valeva la pena sacrificare gli interessi individuali immediati (o ciò che poteva essere considerato nell’interesse dell’individuo), diventano sempre più fragili e sono accettati come temporanei. L’esposizione degli individui alle stravaganze dei mercati delle merci e del lavoro suscita e promuove la divisione, non l’unità; premia gli atteggiamenti competitivi, degradando nel contempo la collaborazione e il lavoro di squadra al rango di stratagemmi temporanei, da abbandonare o eliminare quando i loro vantaggi si sono esauriti. La «società» è sempre più vista e trattata come una «rete» anziché come una «struttura» (tanto meno un solido «tutt’uno»): essa è percepita e trattata come una matrice di connessioni e disconnessioni casuali e di un numero sostanzialmente infinito di possibili combinazioni.In quarto luogo, il tracollo del pensiero, della progettazione e dell’azione di lungo periodo – e la scomparsa o l’indebolimento di strutture sociali che consentivano di inserire il pensiero, la progettazione e l’azione in una prospettiva di lungo periodo – riduce sia la storia politica che le vite individuali a una serie di progetti a breve termine e di episodi giustapposti, che sono infiniti in linea di principio e che non si combinano in sequenze compatibili con i concetti di «sviluppo», «maturazione», «carriera» o «progresso» (i quali suggeriscono tutti un ordine di successione predeterminato). Una vita così frammentata stimola orientamenti «laterali» anziché «verticali». Ciascun passo successivo è necessariamente una risposta a una diversa serie di opportunità e a una diversa distribuzione di probabilità, e pertanto richiede una diversa serie di abilità e una diversa organizzazione del patrimonio acquisito. I successi passati non fanno crescere automaticamente la probabilità di future vittorie, né tanto meno le garantiscono; e i mezzi provati con successo in passato devono essere sottoposti a un controllo e a una revisione costanti, giacché potrebbero rivelarsi inutili o decisamente controproducenti quando le circostanze cambiano. Dimenticare completamente e subito informazioni superate e abitudini invecchiate rapidamente può essere più importante, per il successo futuro, che memorizzare mosse passate e costruire strategie basate su quanto si è già appreso.In quinto luogo, la responsabilità di risolvere le incertezze generate da circostanze insopportabilmente volatili e continuamente mutevoli viene scaricata sulle spalle dei singoli individui, dai quali ci si aspettano ora «scelte libere» e la capacità di sopportare le conseguenze di tali loro scelte. I rischi insiti in ogni scelta possono essere prodotti da forze che trascendono la comprensione e la capacità di agire dell’individuo, ma è destino e dovere dell’individuo pagarne il prezzo, perché non ci sono ricette autorevoli in grado di evitare gli errori, se adeguatamente apprese e opportunamente seguite, o a cui accollare la responsabilità in caso di insuccesso. La virtù che viene proclamata più utile per servire al meglio gli interessi dell’individuo non è la conformità alle norme (che sono ad ogni buon conto rare e scarse, e spesso reciprocamente contraddittorie), ma la flessibilità: la prontezza a cambiare tattiche e stile a breve scadenza, ad abbandonare impegni e lealtà senza rimpianti e a cogliere le opportunità a seconda delle disponibilità del momento, piuttosto che seguire le preferenze consolidate nel tempo.È giunto il momento di chiedersi in che modo questi orientamenti modificano la gamma delle sfide che uomini e donne hanno di fronte nelle loro scelte di vita e che quindi, per vie traverse, influenzano il modo in cui essi tendono a vivere le proprie vite. È quanto si propone di fare questo libro. Chiedere, ma non rispondere, né tanto meno pretendere di dare risposte definitive, giacché è convinzione dell’autore che tutte le risposte sarebbero perentorie, premature e potenzialmente fuorvianti.

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