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Un'estate a Teheran

Un'estate a Teheran
Un'estate a Teheran
pref. di S. Romano
Edizione: 20072
Collana: i Robinson / Letture
ISBN: 9788842081883
Argomenti: Attualità culturale e di costume, Giornalismo, Islam
  • Pagine: 158
  • Prezzo: 14,00 Euro
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In breve

«Il libro di Farian Sabahi è un viaggio attraverso la società iraniana. Le interviste, i colloqui con gli ayatollah, le conversazioni occasionali durante una corsa in taxi, la descrizione degli uomini e delle donne nelle loro occupazioni quotidiane aggiungono prospettiva e colore a un quadro che è divenuto in questi ultimi anni, nella percezione occidentale, sempre più piatto e monotono. Leggerlo può essere, soprattutto in questa fase politica, particolarmente utile.» Dalla Prefazione di Sergio Romano

«Questo libro non vuole essere un saggio accademico né un'analisi politica dell'Iran contemporaneo. È un reportage, un insieme di tessere che aiuta a comprendere quel difficile mosaico rappresentato dalla Teheran di oggi. Nelle sue pagine si riflettono spicchi di realtà, frammenti di un mondo complesso e contraddittorio.»

Indice

Prefazione di Sergio Romano - Nota dell’autrice - Parte prima. Un anno dopo - Il clero contro la «mullacrazia» - Il Grande Ayatollah - Il sarto di Qum - La madre cristiana del Mahdi - Un paese ricco di petrolio, ma a corto di benzina - Il «taarof»: tre no per un sì - Commedia all’iraniana - Gli Schindler di Persia - Armeni in Iran - «Coming out» - Parte seconda. La battaglia delle donne - Il religioso che dice no al velo - Nei quartieri popolari - La Schumacher d’Iran - Donne con i guantoni - Ritorno a Teheran - Le organizzazioni non governative - La preghiera alternativa - A scuola d’italiano - Cambiare sesso... - ...con il consenso del clero - Ringraziamenti - Indice dei nomi

Leggi un brano

Nella rappresentazione semplificata delle vicende internazionali, soprattutto dopo i grandi «scontri di civiltà» con l’islamismo radicale, l’Iran è soltanto un altro paese musulmano, un po’ più complicato, indecifrabile e minaccioso di quelli che compongono la grande regione mediorientale. Ha un regime che definiamo «teocratico». È governato da uomini che indossano turbanti bianchi o neri e fanno le loro dichiarazioni politiche dal pulpito di una moschea durante la preghiera del venerdì. Ha un presidente che mette in discussione la verità storica del genocidio ebraico. È popolato da donne velate ed è perlustrato da guardie della rivoluzione che misurano la lunghezza degli spolverini, l’ampiezza degli abiti e la lunghezza della ciocca di capelli che spunta da un grande scialle nero chiamato ciador. Ed è beninteso uno «Stato canaglia» che finanzia il terrorismo, mente all’Agenzia internazionale dell’energia atomica e sta segretamente preparando la costruzione di un ordigno nucleare che gli permetterà di dominare la regione.Ma non appena avrà cominciato a leggere il libro di Farian Sabahi il lettore scoprirà, tra l’altro, che uno dei migliori piloti di rally iraniani è una donna, che uno degli sport preferiti dalle donne iraniane è il kickboxing, che il regime non riesce a impedire un fiorente mercato di film vietati registrati su dvd, che i divorzi sono frequenti e che esistono cliniche legalmente riconosciute in cui i transessuali sono operati nei due sensi. La sodomia è duramente punita, ma un uomo può diventare donna e sposare felicemente il compagno della sua vita precedente. Proverò a spiegare questi apparenti paradossi e a suggerire le ragioni per cui la lettura di questo libro può essere, soprattutto in questa fase politica, particolarmente utile.L’Iran non è una creazione coloniale, disegnata a tavolino dalle grandi potenze che si contesero il controllo della regione negli anni del Grande Gioco, tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento. È un vecchio Stato, con un’identità storica e una continuità istituzionale comparabili soltanto, nel mondo musulmano, a quelle della Turchia ottomana e dell’Egitto. Ha avuto una corte, un’aristocrazia imperiale, una buona borghesia, una classe mercantile, una letteratura, una poesia, una cinematografia, un’arte figurativa. E ha da molte generazioni una diaspora sparsa per il mondo, composta di studenti, ricercatori, artisti, uomini d’affari che hanno una formazione internazionale, uno stile di vita europeo o americano, ma non hanno mai rotto i vincoli che li uniscono al paese da cui provengono.La rivoluzione khomeinista può apparire retriva e anacronistica, ma è per molti aspetti il risultato di un riflesso patriottico. Lo scià Muhammad Reza Pahlavi era, a modo suo, un modernizzatore, ma aveva macchie che divennero con il passare del tempo sempre più evidenti e intollerabili. Sedeva su un trono che gli era stato restituito grazie al colpo di Stato organizzato nel 1953 da due potenze straniere, era il principale satellite degli Stati Uniti nel Golfo Persico ed era responsabile di un’economia in cui spreco e corruzione avevano generato grandi ricchezze e grande povertà. L’ayatollah che tornava dall’esilio e il 1° febbraio 1979 scese all’aeroporto di Teheran fu accolto, assai più di Lenin alla stazione di Finlandia, come un liberatore e divenne leader nazionale soprattutto dopo l’invasione irachena dell’Iran nel 1980. I paesi che sostennero il regime di Saddam Hussein (e chiusero un occhio quando il raìs iracheno ricorse all’impiego di gas tossici) farebbero bene a ricordarlo. Mentre gli Stati Uniti e buona parte dell’Europa parteggiavano più o meno esplicitamente per l’aggressore, il conflitto stava fornendo alla rivoluzione iraniana milioni di combattenti che sarebbero diventati i veterani di una guerra patriottica e, grazie ai sussidi del regime, uno dei pilastri della Repubblica islamica. Qualcosa del genere sta accadendo oggi. Le sanzioni decretate dal Consiglio di sicurezza dell’Onu il 23 dicembre 2006, l’opposizione degli Stati Uniti al programma nucleare iraniano e le minacce che traspaiono dietro la politica della presidenza Bush contribuiscono a rafforzare il regime e persino a puntellare la traballante leadership di Mahmoud Ahmadinejad, eletto nel 2005 alla presidenza della Repubblica.Chi non smette di deplorare l’avvento degli ayatollah al potere dovrebbe piuttosto chiedersi, a questo punto, perché una classe dirigente così occhiuta e fanaticamente rigorosa non sia mai riuscita a spegnere la vitalità della società iraniana. Il decennio riformatore dell’hojatoleslam Khatami, eletto alla presidenza della Repubblica nel maggio 1997 e poi per un secondo mandato nel 2001, può essere interpretato con due chiavi di lettura. È un fallimento per chi constata che il presidente riformatore non poté allentare i vincoli del sistema sacerdotale e non riuscì a rompere la gabbia di pesi e contrappesi con cui gli ayatollah si erano attribuiti il diritto di mantenere la democrazia iraniana in condizioni di libertà vigilata. È un successo per chi riconosce a Khatami il merito di avere liberato le energie giovanili di una società straordinariamente vivace.

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