Password dimenticata?

Registrazione

Home > Catalogo > Schede > Le politiche dell'immigrazione in Italia dall'Unità a oggi

Le politiche dell'immigrazione in Italia dall'Unità a oggi

Le politiche dell'immigrazione in Italia dall'Unità a oggi
Le politiche dell'immigrazione in Italia dall'Unità a oggi
Edizione: 2007
Collana: Storia e Società
ISBN: 9788842081760
Argomenti: Storia contemporanea, Storia d'Italia, Storia economica
  • Pagine: 448
  • Prezzo: 28,00 Euro
  • Acquista

In breve

L’immigrazione è divenuta, in Italia, oggetto di un dibattito pubblico solo alla fine degli anni Settanta, quando la politica ha intrapreso i primi incerti tentativi di regolarizzazione del fenomeno attraverso una legislazione in grado di conciliare la necessità di un controllo da parte dello Stato con le aspirazioni dei migranti e la domanda di lavoro proveniente dalle imprese e dalle famiglie. Gli anni Novanta hanno assistito a una forte politicizzazione del dibattito, con l’introduzione di nuovi argomenti, dalla esigenza d’integrazione alla devianza, ai rapporti internazionali sempre più complessi con l’Unione europea da un lato e i paesi di origine dall’altro. Su un lasso temporale straordinariamente ampio, che dal 1861 arriva fino a noi, Luca Einaudi ricostruisce le evoluzioni economiche, demografiche e giuridiche del fenomeno immigrazione in Italia e lo inserisce nel quadro degli aspri dibattiti che hanno influenzato le politiche di accoglienza.

Indice

Introduzione - Sigle utilizzate nel volume - I. Quando gli stranieri non erano immigrati (1861-1961) - II. L'immigrazione senza politica (1961-1989) - III. La politicizzazione dell'immigrazione (1989-1996) - IV. Alla ricerca di un'immigrazione normale (1996-2001) - V. Rottura e continuità nelle politiche del centrodestra (2001-2006) - Conclusione - Appendice statistica - Cronologia delle politiche migratorie in Italia - Indice dei nomi e delle cose notevoli - Indice delle tabelle e dei grafici

Leggi un brano

L’immigrazione è uno dei fenomeni sociali di maggior impatto nell’Italia degli ultimi decenni. Il calo delle nascite unito all’arrivo di stranieri provenienti da tutti i paesi del mondo sta trasformando il mondo del lavoro, la scuola, il mercato della casa e di conseguenza l’insieme della società italiana. Alla fine del 2005 i 2,67 milioni di stranieri regolarmente residenti in Italia secondo l’Istat rappresentavano il 4,5% della popolazione, i 424.000 alunni non italiani erano il 4,8% degli alunni delle scuole italiane, i 52.000 nati da genitori stranieri rappresentavano il 9,4% delle nascite, così come erano stranieri il 17,2% dei nuovi assunti secondo l’Inail. Queste cifre non sono il frutto di un cambiamento improvviso e imprevedibile, ma di una lenta mutazione, che ha assunto una visibilità crescente a partire dalla metà degli anni Novanta e le cui radici vanno individuate nella crescita economica che ha fatto dell’Italia un paese ad alto reddito. Questo libro è uno studio di come la politica, le istituzioni, l’economia e la società italiana hanno reagito e tentato di gestire questa grande trasformazione nel lungo termine.I pochi stranieri presenti agli inizi del Regno d’Italia erano uno dei tanti sintomi di un’arretratezza economica ormai vecchia di secoli. Dopo il 1861 il processo di unificazione risorgimentale portò a una ulteriore omogeneizzazione etnica e linguistica che probabilmente era senza precedenti in Italia, ma sicuramente era in qualche modo anomala, sintomo della mancata crescita economica del paese. Tuttavia gli stranieri, sebbene rappresentassero meno dello 0,4% della popolazione fino alla Prima guerra mondiale, svolgevano ancora dei ruoli chiave nell’economia italiana, come finanziatori, imprenditori e commercianti. Facilitavano l’innovazione economica e acceleravano l’ammodernamento del sistema finanziario, delle imprese industriali e dei nuovi servizi pubblici locali, oltre a sprovincializzare il paese. Il loro progressivo allontanamento tra il 1914 e il 1945, a seguito di tre decenni di nazionalismo, guerre, totalitarismo e persecuzioni, ha creato per alcuni decenni nel dopoguerra una società così omogenea da essere poco consona alla storia di incrocio di popoli propria del paese. Questa breve e insolita uniformità etnica, linguistica e religiosa non l’ha predisposta a comprendere che l’arrivo dell’immigrazione extraeuropea, che nel corso del Ventesimo secolo ha progressivamente coinvolto tutti i paesi europei, avrebbe raggiunto anche l’Italia.La trasformazione dell’Italia tra gli anni Sessanta e gli anni Settanta in paese di immigrazione non era un incidente della storia o il frutto di un complotto o di errori nelle politiche pubbliche, ma la conseguenza del grande successo nell’annullare lo svantaggio rispetto all’Europa del Nord, mentre l’esplosione di fine millennio riflette invece il crollo della natalità interna, frutto di un offuscamento delle prospettive future e dell’incapacità di gestire il presente. La crescita economica elevata ha richiamato manodopera poco qualificata fino ai primi anni Novanta, mentre il declino demografico accentuato ha svolto un ruolo maggiore a partire dalla seconda metà del decennio, quando il numero di immigrati è realmente decollato (dai 730.000 permessi di soggiorno di fine 1995 ai 2,3 milioni di fine 2005). La crescita economica ha creato la disparità economica rispetto ai paesi in via di sviluppo o a medio reddito di Africa, Asia, Europa centro-orientale e America Latina necessaria ad attirare gli immigrati in Italia piuttosto che negli altri paesi sviluppati verso i quali si erano diretti fino ad allora.L’aumento dell’istruzione e del reddito ha alimentato la crescita delle aspettative professionali e di ascesa sociale degli italiani, creando alcune tipologie di lavori manuali sempre meno graditi (pesca, agricoltura, collaborazione familiare, edilizia, attività industriali poco qualificate ecc.) nelle quali si sono progressivamente inseriti gli stranieri. Le diffuse opportunità di lavoro in nero hanno creato la possibilità di un precario inserimento economico di lavoratori stranieri senza autorizzazione, facilitata dalla crisi dello Stato sociale di fronte all’invecchiamento accelerato della popolazione, che ha ricreato un mercato per l’assistenza domestica privata.Dagli anni Novanta la caduta della cortina di ferro ha provocato una forte europeizzazione dei flussi in ingresso e un loro aumento massiccio. Il vero salto nella dimensione dell’immigrazione dopo il 1995 è avvenuto a causa della maggiore facilità di ingresso che albanesi, rumeni, ucraini, polacchi e iugoslavi hanno ottenuto grazie alla permeabilità delle frontiere italiane verso Est e verso l’Unione europea. Negli ultimi anni la fuga da situazioni di guerra, di crisi, di oppressione o di povertà assoluta in Africa o in Medio Oriente ha svolto un ruolo sempre meno significativo nei flussi migratori, anche se gli sbarchi di «clandestini» sulle coste siciliane hanno attirato maggiormente l’attenzione dei media rispetto ai ben più numerosi overstayers europei.Gli immigrati hanno evitato con il loro ingresso il calo della popolazione complessiva (calo che senza di loro sarebbe già iniziato nel 1993) e anzi hanno alimentato la crescita del numero di occupati, impedendo il ridimensionamento del Pil e l’indebolimento delle capacità competitive del paese.Le politiche pubbliche si sono adattate a questi cambiamenti con il ritardo che ha caratterizzato tutti i paesi che si sono trasformati in paesi di immigrazione e ciò non è assolutamente sorprendente. Negli anni Sessanta e Settanta l’Italia ha faticato a rendersi conto di cosa accadeva, continuando a fissare l’attenzione sugli emigranti che lasciavano il paese piuttosto che su quelli che vi entravano.A partire dal 1977 è cominciato, a sprazzi, un dibattito pubblico contrastato sulle scelte da adottare, guidato più dai sindacati, dall’associazionismo e dal privato sociale che dai partiti politici. Si possono interpretare le esigenze contraddittorie delle politiche dell’immigrazione ricorrendo al termine di «dilemma», per porre in rilievo le esigenze contrastanti e le visioni opposte che esistono in merito, con un elettorato di sinistra che simpatizza maggiormente con gli immigrati perché li percepisce come vittime in fuga dalla miseria, dalla guerra e dallo sfruttamento e quello di destra che invece enfatizza maggiormente i timori per la sicurezza, per l’insufficienza dei controlli di frontiera e interpreta l’immigrazione prevalentemente come fenomeno economico.Proprio per questa polarizzazione delle opinioni, fin dall’inizio due dilemmi di politica dell’immigrazione hanno attirato maggiormente l’attenzione in Italia; in primo luogo come gestire l’ingresso di lavoratori stranieri rispondendo alle scarsità settoriali di manodopera e mostrando solidarietà verso i paesi poveri ma senza pregiudicare le opportunità lavorative degli italiani; in secondo luogo come assicurare il controllo delle frontiere e il contenimento della popolazione straniera clandestina tramite politiche di espulsione efficaci senza minare il rispetto dei diritti umani (soprattutto diritto d’asilo, diritto di difesa, diritto all’unità familiare e diritti dei minori). A partire dalla fine degli anni Novanta ha assunto notevole rilievo anche la questione dell’integrazione, che può essere descritta con un terzo «dilemma»: come includere pienamente i nuovi arrivati nella società italiana, garantendo loro pari opportunità, pari diritti e doveri, nonché la conservazione della loro identità culturale rispetto a un’assimilazione forzosa alienante, ma senza lasciare che si formino società separate chiuse su base religiosa o etnica e senza creare conflitti tra stranieri e autoctoni?Trent’anni di discussioni, di leggi e di politiche amministrative non sono riusciti a produrre un equilibrio soddisfacente tra le esigenze apparentemente contraddittorie ma di uguale dignità contenute nei tre «dilemmi».

comments powered by Disqus

Ricerca

Ricerca avanzata

Catalogo

Edizione:
Collana:
ISBN:
Argomenti:

copia il codice seguente e incollalo nel tuo blog o sito web:

torna su