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Il pesce-scorpione

Il pesce-scorpione
Il pesce-scorpione
trad. e cura di B. Sebaste
Edizione: 2006
Collana: Contromano
ISBN: 9788842080466
Argomenti: Narrazioni contemporanee, Viaggi, turismo e sport
  • Pagine: 152
  • Prezzo: 9,00 Euro
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In breve

Uno scrittore si trascina sotto il sole soprannaturale che irradia le giornate tropicali dell’Isola, sospendendone l’esistenza in una lenta ripetizione di gesti e rituali che sembrano annullare lo scorrere del tempo. Solo e sofferente per amore nel cuore dello Sri Lanka, divide la sua stanza d’albergo con una macchina da scrivere malandata, un pesce-scorpione in una boccia di vetro, un serraglio di formiche, termiti e scorpioni che popola le sue ossessive fantasie. Un viaggio di struggente poesia nella psiche e nell’immaginazione. Un indimenticabile libro di culto.

Indice

Prefazione di Beppe Sebaste – Capo della Vergine – Il doganiere – Galle – La centodiciassettesima camera – La capitale – L’autobus – La zona di silenzio – Indigo Street – Quattro chicchi di elleboro – Il pesce-scorpione – Un pizzico di curiosità – A teatro stasera – Di uno più piccolo di noi... – Omaggio a Fleming – Circe – Padre – Il gentiluomo di compagnia – Ritorno di memoria – Questa mattina... – L’ultimo mago

Leggi un brano

L’ultimo acquazzone notturno è stato stroncato come da un colpo di falce. Il mare è piatto. Il mio balcone sgocciola. La città fumante è tornata al suo sonno agitato e i suoi odori mi raggiungono a zaffate come il fiato di un dormiente: la citronella, lo stoccafisso della drogheria, il fetore dolciastro delle latrine nel cortile, dove i ragni stanno consumando un rumoroso banchetto di scarafaggi. Nel silenzio ritmato dalle onde, basta tendere l’orecchio per sentirne scricchiolare la chitina.Non un barlume né il più furtivo embrione di una idea. Oggi la giornata non ha voluto saperne di me. Non sono riuscito a cavare un ragno dal buco, eppure ho la testa indolenzita e bollente. Se le gambe mi reggessero andrei sui bastioni per approfittare della momentanea frescura. So che alle mie spalle i vicoli del Forte hanno ritrovato come ogni notte quella bellezza da pavana malefica che mi aveva sedotto all’inizio. È vero che qui si è letteralmente viziati da quella luce torbida della Croce del Sud e dal velluto di colori che segretamente riposano nel buio. Ma non mi lascio più sedurre. Ci sono già abbastanza ombre dentro la mia testa, e questo cinema funebre e senza soggetto è davvero troppo per un solo spettatore, specie se fragile come sono diventato io. Mi piacerebbe comunque sapere che cosa si sta tramando alle mie spalle e da dove viene questa cocciutaggine perversa che mi trattiene qui. Attorno a me la notte è colma di liocorni affrontati di pietra e, sopra i bastioni, di ancore arrugginite con le armi della casa d’Orange, così pesanti che sarà lasciata ai giacinti la cura di seppellirle. Eccomi qui, una pozzanghera di sudore sotto ai gomiti, a soliloquiare in questo teatro vuoto – dove il monologo non sarà mai all’altezza – guardando senza vederla la testa di razza che cuoce a fuoco lento sul mio Primus blu. È inconcepibile che non si sia trovato nessuno per scrivere un repertorio degno di questo Palladio equatoriale, che non sia mai stata data una tragedia o un’opera sopra quel vecchio spalto batavo pelato dalle capre, e che dei cappelli piumati non abbiano spolverato il terreno per onorare Desdemona o Cressida! E, come se non bastasse, di fronte al cielo più istrionico del pianeta, con effetti e costruzioni di nubi che farebbero passare Veronese e la sua scuola per dei pelandroni. Voglio che mi si reciti lo spettacolo invece di stordirmi con le scenografie, con questa alternanza di aromi, di miasmi, di solitudine e attesa. Quei mercanti apoplettici per i quali Franz Hals consumò tanto vermiglio avevano pure i loro scrittori prezzolati. Ora no, nulla. Più nessun programma. Il regista deve essere stato consumato dalla febbre, gli attori affondati su un vascello della Oost Indische Companiee coi loro bauli pieni di maschere, spade, toghe e mantelle. Tutta quella mercanzia erosa dal sale si libererà a grappoli di bolle argentate e le cernie, al colmo della meraviglia, sogneranno d’un tratto graziose caviglie di piedini delicati, daghe affilate, nobili invettive. Appena sorto, il mio teatro si è già dissolto. Giornata di riposo. Resto solo, re di cartone di questo popolo dai fianchi sottili strettamente avvolti dentro i sarong, che percorre le strade a piccoli passi contati, con enormi frutti corazzati in equilibrio sulla testa. Vecchie comparse? Macchinisti? Lo sciopero deve durare da così tanto tempo che se ne è perso il ricordo. Il mio balcone sgocciola; sto sognando. È solo un po’ d’Europa e di giovinezza passeggera.

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