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Io, Charlotte

Io, Charlotte
Io, Charlotte
Tra Le Corbusier, Léger e Jeanneret
trad. di L. Lamanda
con ill.
Edizione: 2006
Collana: i Robinson / Letture
ISBN: 9788842080206
Argomenti: Gli architetti, Design, Biografie, autobiografie
  • Pagine: 520
  • Al momento non disponibile presso il nostro magazzino

In breve

Grande amica di Fernand Léger, frequentatrice delle avanguardie degli anni Trenta, responsabile dell’architettura d’interni nello studio Le Corbusier dal 1927 al 1937, viaggiatrice solitaria e instancabile, donna unica per ingegno e anticonformismo, Charlotte Perriand è stata una protagonista della storia del design del Ventesimo secolo e ha influenzato il modo di abitare contemporaneo. In questo libro racconta la sua vita, i molti illustri compagni di strada, la sua opera di eccezionale interprete della modernità.

Indice

I. Tutto ha avuto inizio nel 1903 – II. Le Corbusier, epoca pioneristica – III. La guerra: il Giappone e l’Indocina – IV. L’epoca delle realtà – V. Architettura per la villeggiatura, arredamento e ambiente – VI. Tra il nulla e il vuoto – Note – Ringraziamenti – Referenze fotografiche – Indice dei nomi e delle cose notevoli

Leggi un brano

Un pomeriggio, con la mia cartella di disegni sotto il braccio, piuttosto intimidita dall’atmosfera austera dei luoghi, mi ritrovai davanti ai grossi occhiali di Le Corbusier, che gli velavano lo sguardo. L’accoglienza fu piuttosto fredda, distante. «Cosa desidera?». «Lavorare con lei». Diede una rapida occhiata ai miei disegni. «Qui non ricamiamo cuscini», fu la sua risposta. Mi riaccompagnò alla porta. In un ultimo slancio, gli lasciai il mio indirizzo e lo informai della mia esposizione al Salon d’automne, senza speranza di rivederlo. Lo lasciai quasi con sollievo. Non si poteva certo dire che il mio charme avesse funzionato.Il pomeriggio seguente ritrovai Jean Fouquet al Salone. Radioso, venne verso di me: «Questa mattina ho visto Pierre Jeanneret e Le Corbusier al tuo stand. Lavorerai con lui. Ti scriverà».Se, senza l’aiuto di una cartina, passeggiate in una foresta, incontrate uno dopo l’altro vari sentieri che si incrociano, e non sapete quale sentiero prendere. Esitate, il vostro intuito ve ne fa scegliere uno piuttosto che un altro, e là si gioca il vostro destino, perché, una volta superato il bivio, non si torna indietro, e così va la vita, di zigzag in zigzag, di bivio in bivio, finché la scelta è ancora possibile.Quelli erano anni di riflessione, di una certa stabilità. Vi erano lunghi sentieri dritti, si incontravano meno biforcazioni. I destini erano conoscibili in anticipo, salvo gli imponderabili del caso. Oggi, i bivi si moltiplicano, i rischi si sono fatti più numerosi, bisogna darsi il tempo di riflettere e di meditare prima di impegnarsi per il raggiungimento dell’obiettivo prefissato. Tutto è più veloce, ciò che è all’avanguardia oggi non lo sarà domani – adattamento costante –, bisogna accettare questo fatto e tenerlo sempre presente. Entriamo nel regno dell’effimero.Davanti a un caffè, spiegai a Maurice Dufresne che sarei entrata a far parte del gruppo di Le Corbusier. «Così si inaridirà», disse con un’aria costernata; e dire che ero «partita così bene». Quella che era la sua pupilla si allontanava, ma mi conservò la sua amicizia e me ne diede prova a più riprese.I miei passi mi hanno condotta regolarmente in rue de Sèvres fino al 1937. Il mio ruolo – insperato – era di collaboratrice associata di Le Corbusier e Pierre Jeanneret per l’elaborazione del loro programma di arredamento: «scaffali, sedie e tavoli», che avevano preannunciato di voler realizzare già nel 1925, al padiglione dell’Esprit nouveau, e per la realizzazione, con l’aiuto dei miei artigiani, degli studi preparatori e dei prototipi. Ma mi impegnavo anche ad arricchire le mie competenze di architettura, come del resto desideravo, rendendomi benissimo conto di quanto strettamente collegati fossero arredamento e architettura.Lavorare in questo vecchio convento, oggi demolito, era un privilegio. Era un luogo di grande suggestione. Superata la guardiola della portinaia, si percorreva un largo corridoio fino alla prima rampa di scale. In alto a sinistra si trovava l’ingresso dell’atelier. Oltrepassata la porta, ci si ritrovava in un vasto accampamento. Una serie di disegni stavano appesi con mollette da bucato a una lunga cordicella fissata a una parete senza fine. Alte finestre davano sul chiostro del convento. Al centro dell’atelier, una stufa a gas solitaria. Non c’erano uffici segreti indipendenti. La posta veniva lasciata su uno dei tavoli da disegno. Chiunque poteva leggerla. D’estate si sentivano cantare gli uccelli, d’inverno si moriva di freddo (mi avvolgevo allora della carta di giornale intorno alle gambe per non congelare).Pensate a quest’epoca eroica e pionieristica, con così pochi mezzi, pensate a tutti questi progetti di architettura o di urbanistica mai realizzati e tuttavia studiati nei dettagli, progetti che andavano ben al di là dell’oggetto, progetti con un vero rapporto con l’uomo, in accordo con lui e il suo tempo. Perché, in fin dei conti, che cos’è il nostro mestiere, se non questo? Il risultato si vede, si vive. A seconda che sia stato concepito o meno con onestà, un progetto può rendere l’uomo felice o infelice.

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