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Ritrovare se stessi

Ritrovare se stessi
Ritrovare se stessi
Gli ebrei nell'Italia postfascista
Edizione: 2004
Collana: Quadrante Laterza [127]
ISBN: 9788842073864
Argomenti: Storia contemporanea, Storia d'Italia
  • Pagine: 272
  • Prezzo: 18,00 Euro
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In breve

Uno studio non convenzionale della condizione degli ebrei nell’Italia del secondo dopoguerra: la memoria della Shoah, il sionismo, il ruolo della comunità ebraica nella vita della Repubblica.

Indice

Premessa – Parte prima La riorganizzazione della vita ebraica – I. Echi della Shoah – II. Un ‘nuovo’ gruppo dirigente – III. Le seduzioni del sionismo – IV. La vivacità dell’associazionismo giovanile – V. Un’identità da rifondare: cittadinanza e appartenenza – Parte seconda Il cammino della memoria – I. Vuoti di memoria – II. Usi pubblici del passato recente – III. Gli anni della guerra fredda: retoriche ufficiali e celebrazioni pubbliche – IV. L’Unione delle Comunità Israelitiche Italiane e la storiografia sull’antisemitismo fascista – V. Per una critica dell’autorappresentazione ebraica – Conclusione – Note – Indice dei nomi

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Da qualche decennio e con particolare evidenza nel corso degli anni Novanta ebrei ed ebraismo sono più che mai al centro dell’attenzione, ma la sensazione è che lo siano spesso a sproposito o che – in altri termini – il sistema culturale si sia soffermato principalmente su un ebraismo evanescente e disincarnato, fondato in buona parte sull’approssimativa rappresentazione dei mondi ebraici remoti e ormai scomparsi dell’Europa orientale, mentre la concretezza dei vissuti e delle culture ebraiche tende a restare eccentrica e poco conosciuta. La figura dell’ebreo è evocata principalmente in relazione a due questioni: le persecuzioni degli anni Trenta e Quaranta, oppure la dolente attualità del Medio Oriente. Due realtà lontanissime, che pure nel discorso pubblico non è infrequente veder ricollegate, ricongiunte da inquietanti cortocircuiti mentali: si evocano confusamente gli ebrei, passando senza soluzione di continuità dall’età del fascismo alla cronaca delle violenze in Israele e Palestina.Chi segua anche solo distrattamente dibattiti politici e resoconti giornalistici è costretto a registrare che le burrascose vicende mediorientali occupano un territorio sorprendentemente ampio, talora davvero spropositato, nella geografia mentale di tantissimi europei. L’opinione pubblica italiana è indubbiamente molto sensibile alle vicende che infiammano la ‘Terrasanta’, ma la cultura e più in particolare la storiografia – salvo pochissime eccezioni – ha evitato di confrontarsi approfonditamente con la storia del conflitto arabo-israeliano, con gli sviluppi del sionismo e dei nazionalismi arabi. Così il tema sembra ben presente, tocca cuori e scatena passioni viscerali, ma a ben vedere è mal compreso e tradizionalmente poco studiato nelle istituzioni accademiche italiane. Dinamiche differenti hanno fatto sì che anche la percezione della Shoah, intorno alla quale si registra da anni un’eccezionale attenzione, sia gravemente alterata. Di recente, in un vivace quanto polemico contributo, è stato giustamente notato come in Italia il 1938 sia «diventato negli ultimi vent’anni un gorgo luciferino, un vortice, un’ossessione monomaniacale, che tutto ingloba in se stessa e tutto pretende di giudicare, neutralizzando il continuum della storia. Quando si parla di 1938 lo si colloca su un piedistallo di parole, come se la storia dell’odio contro gli ebrei iniziasse e finisse lassù, sopra il monumento di indignazione». Ciò è potuto avvenire anche perché il collasso delle grandi narrazioni del Novecento ha fatto di quell’abisso che è Auschwitz l’unico punto di riferimento storico-morale condiviso. Nell’Italia del XXI secolo sembra che solo la persecuzione razziale, di tutte le nefandezze del fascismo, sia da condannare; è solo l’eco italiana della Shoah ad attirare l’unanime biasimo di tutte le forze politiche e culturali.La Shoah e la questione mediorientale sono state elevate al rango di simboli, sottratte alla storia, fino a renderle sostanzialmente indecifrabili. I due fenomeni paiono come sospesi fuori del tempo; sembrano vivere in una dimensione storica separata, tutta per loro. Una tale situazione pesa gravemente sulla vita delle diaspore ebraiche. È infatti soprattutto in relazione a questi temi – antisemitismo/memoria/sionismo – che nella società del dopoguerra l’ebreo diviene visibile e si materializza in quanto punto di riferimento simbolico: è questo il ruolo che la società attribuisce agli ebrei e che spesso gli ebrei non possono rifiutare.Dal 1945 in poi, in Italia come altrove in Occidente, l’esigua minoranza ebraica ha ricoperto il delicato ruolo di mediatore culturale sia rispetto alla memoria della Shoah che rispetto al conflitto mediorientale. Un ruolo che in parte le è stato imposto dagli eventi e dal clima culturale del dopoguerra, e che in qualche misura singoli ebrei e istituzioni ebraiche si sono assunti volontariamente. Certo l’ebraismo, la cultura e la vita ebraica non si risolvono soltanto nella Memoria o nel rapporto, che peraltro può essere assai variabile, con il sionismo e Israele, tuttavia – in una società largamente secolarizzata e che ha smarrito il rapporto con la cultura tradizionale – questi sono indubbiamente due degli aspetti più visibili e rilevanti in cui si manifesta l’identità ebraica contemporanea. Fare la storia degli ebrei nell’Italia repubblicana comporta dunque una ricostruzione dei processi che hanno condotto all’attribuzione di quel ruolo di testimonianza e intermediazione, nonché una riflessione sul significato e le ricadute di quella dinamica.Pur tenendo ben presente tale orizzonte di questioni e di problemi, questo studio non è però dedicato all’osservazione del ruolo dell’ebreo nell’immaginario collettivo italiano del secondo dopoguerra. Mi è parso infatti opportuno contribuire a una riscoperta degli ebrei reali; ho scelto quindi di sviluppare un’analisi che procede per linee interne, intenta a illustrare le dinamiche proprie della comunità ebraica italiana più che a inquadrare gli atteggiamenti d’amicizia, ostilità o indifferenza del mondo circostante, anche per contrastare la diffusa tendenza a considerare l’ebraismo più come oggetto delle attenzioni altrui che come soggetto storico autonomo. È però implicito che nello svolgere tale indagine non si vuole isolare la compagine ebraica dal contesto in cui si muove; l’interesse per lo studio degli ebrei nel dopoguerra nasce anche dal fatto che offre un punto di vista peculiare attraverso il quale interpretare la storia sociale, culturale e politica della Repubblica. Una riflessione sulla condizione ebraica nell’Italia postfascista tocca in particolare il problema della continuità tra fascismo e dopoguerra, poiché impone di misurare gli effetti di lungo periodo della persecuzione razziale. È forse solo volgendo lo sguardo alle vicende successive al 1945 che è possibile apprezzare a pieno tutta la vasta gamma di mutazioni sociali, culturali e psicologiche innescate dalle politiche razziste. Riconoscerlo può aiutare a superare la tentazione – periodicamente riaffiorante – di letture parentetiche dell’esperienza fascista.

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