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Premessa - Perché chiedere consiglio proprio a Niccolò Machiavelli?


Premessa. Perché chiedere consiglio proprio a Niccolò Machiavelli?

Scegliere il principe

Con tanti opinionisti, commentatori ed esperti può apparire idea bizzarra rivolgerci a Niccolò Machiavelli perché ci aiuti a scegliere bene il nostro principe, quando dobbiamo votare, e ci insegni ad essere cittadini saggi. Machiavelli è vissuto a Firenze fra il Quattrocento e il Cinquecento (1469-1527), non hai mai visto una repubblica democratica, ed è pure diventato famoso nel mondo per un’opera, Il Principe, nella quale non ha dato consigli ai cittadini, ma al principe.

In realtà, Machiavelli è l’uomo giusto. Conosceva e capiva la politica come pochi altri, anche se alcuni suoi contemporanei, come il grande Francesco Guicciardini (1483-1540) ritenevano che talune sue idee fossero troppo audaci per i tempi e le circostanze. Quando era Segretario della Repubblica, un suo amico, Filippo Casavecchia, gli scrisse: «voi siete il più grande profeta che sia venuto dai tempi degli ebrei». Anche dopo che i Medici lo cacciarono da Palazzo Vecchio, nel 1512, gli amici ricorrevano a lui per capire le vicende politiche e per prevedere il comportamento dei politici del tempo. Francesco Vettori (1474-1539), ambasciatore di Firenze presso la corte pontificia a Roma, gli scriveva nel 1514 che anche se erano passati due anni da quando stava in Palazzo Vecchio, «vi riconosco di tanto ingegno» che saprete aiutarmi. Naturalmente anche Machiavelli a volte sbagliava. Una donna di cui si era innamorato, Lucrezia detta la Riccia, gli disse una volta, fingendo di parlare alla serva: «questi savi, questi savi, prendono sempre le cose a rovescio». Ma si riferiva a consigli di affari, o d’amore. Di affari non capiva nulla; di amori se ne intendeva abbastanza. Ma sulla politica non aveva rivali.

Era poi uomo d’impeccabile onestà, virtù essenziale per un buon consigliere su questioni tanto importanti come quelle politiche. Prova della sua onestà era la sua povertà. Dopo aver servito il governo popolare di Firenze guidato da Pier Soderini per quattordici anni, e aver maneggiato enormi somme di denaro, si ritrovò, quando perse il suo incarico, più povero di prima. Per sbarcare il lunario e mantenere la sua famiglia (la mia «brigata», come la chiamava affettuosamente) s’ingegnò addirittura di fare tagliare un bosco nelle sue proprietà a Sant’Andrea in Percussina e vendere legna. Era però così inetto agli affari, come ho già detto, che abbandonò presto l’impresa e si mise a scrivere le sue grandi opere politiche.

Aveva poi la virtù, considerata dai più un vizio, di esprimere schiettamente i suoi giudizi politici, anche se le circostanze della vita gli imposero a volte di simulare e mentire. Mentre era dai frati minori di Carpi, nel 1521, ad esempio, scrisse a Francesco Guicciardini che aveva imparato l’arte di non dire mai la verità o, se la diceva, di nasconderla fra tante bugie che era impossibile ritrovarla. Quando trattava di politica esprimeva il suo pensiero apertamente, anche ai potenti. Della Chiesa affermò che se gli italiani erano diventati «sanza religione e cattivi» la colpa era dei papi e dei preti (frati compresi); dei Medici signori di Firenze scrisse che il grande Cosimo I fondò il suo regime con una politica di favori indegna del vivere repubblicano e che il tanto celebrato Lorenzo il Magnifico fece guerra contro Volterra per ambizione.

Sappiamo poi per certo che amava la patria con tutto se stesso, e che per tutta la vita dedicò le sue migliori energie a difendere la libertà della sua Firenze e dell’Italia. Aveva anche lui, com’era giusto che avesse, interessi personali e ambizioni, che però non erano in contrasto con il bene comune. Questa è la garanzia migliore che da lui avremo ottimi suggerimenti. E non dobbiamo dimenticare che pochi, nella nostra lunga storia, hanno capito l’Italia come Machiavelli. Riteneva che i suoi compatrioti avessero grandi energie intellettuali, artistiche e imprenditoriali; ma era anche consapevole che mancavano della tempra morale necessaria a vivere liberi. Da quando Cesare e gli altri imperatori avevano soffocato la vita repubblicana della Roma antica, fino ai suoi giorni, gli italiani avevano conosciuto soltanto una libertà fragile e avevano subito sia l’oppressione straniera sia varie forme di tirannide, più o meno velate. Eppure, anche nei momenti più difficili della vita, mantenne viva la speranza che l’Italia fosse in grado di rinascere e di diventare una patria libera e ammirata.

Rispetto ai tempi di Machiavelli, nella sostanza, la politica non è cambiata di molto. I politici dei nostri giorni hanno le medesime passioni di quelli che vivevano nella sua epoca: alcuni sono dominati dall’ambizione, altri dal desiderio di guadagno, o dalla paura, o dall’invidia o da varie combinazioni di queste passioni. Ma ci sono anche uomini e donne che hanno sentimenti generosi, quali l’amore della libertà e della giustizia, l’amore della patria, il desiderio di vera gloria.

Machiavelli ci appare dunque un consigliere competente, certamente del tutto disinteressato e che ha a cuore il bene dell’Italia. Trovarne un altro con le stesse qualità è assai difficile. Del resto a lui è sempre piaciuto dare consigli, e per noi italiani ha un occhio di riguardo. Va da sé che per avere suoi suggerimenti dobbiamo rivolgergli le domande giuste e riflettere bene sulle sue parole. Dobbiamo insomma avere un po’ di pazienza, ma ne vale la pena. La saggezza che ci può regalare il buon Niccolò aiuta ad essere migliori cittadini, e a vivere meglio.

[I consigli di Machiavelli al cittadino elettore a cura di Maurizio Viroli online dal 21 gennaio]


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