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Meglio affidabile che carismatico. La politica, l'Italia e l'Europa secondo Bersani.

Meglio affidabile che carismatico.
La politica, l'Italia e l'Europa secondo Bersani

Per una buona ragione

Pier Luigi Bersani ha vinto al ballottaggio le primarie del Pd. Riproponiamo qui un estratto da Per una buona ragione, intervista a cura di Miguel Gotor e Claudio Sardo, da noi pubblicata qualche mese fa, in cui Pier Luigi Bersani parla parla dell'Italia e del Partito Democratico nel tempo della crisi economica e dei grandi mutamenti indotti dal mercato globale. Affronta gli errori del centrosinistra, l'involuzione plebiscitaria della Seconda Repubblica e gli squilibri sociali del Paese. Per promuovere una nuova crescita e un impegno costituente propone l'«unità delle forze della ricostruzione». È il manifesto politico, culturale e civile del leader del Pd.

Unire le forze della ricostruzione

D. Onorevole Pier Luigi Bersani, [...] è arrivato il momento di definire in modo sintetico la proposta del Pd per il Paese. Il primo decennio del nuovo secolo è stato segnato dai governi di Berlusconi. Che traguardi si pone per il secondo decennio?

R. Da quanto abbiamo detto fin qui credo che emerga un progetto forte, capace di ispirare un programma di governo volto a una riscossa civica, a un risveglio italiano, a una nuova crescita del sistema Paese, più equilibrata sul piano sociale e maggiormente orientata verso la qualità, perché oggi è la qualità la condizione necessaria per creare più lavoro. Le due colonne portanti del nostro progetto democratico sono la riforma repubblicana e un nuovo patto sociale per la crescita e per il lavoro. Non due capitoli separati, ma parti interconnesse del medesimo programma. Questione democratica e questione sociale si tengono per mano. L’ho detto parlando delle fondamenta del Pd. A maggior ragione lo ripeto pensando all’impegno che dovrà accompagnare l’intera comunità nazionale verso il 2020. Un progetto per l’Italia di domani, però, presuppone la verità sull’Italia di oggi e sull’eredità del decennio passato. Anzi, direi che la verità è la condizione della riscossa. Quella verità occultata dal populismo berlusconiano e dall’opportunismo di tanti, motivato da ragioni più o meno inconfessabili. Il decennio che abbiamo alle spalle ha aggravato i nostri problemi economici e sociali. Se non siamo capaci di guardarli in faccia, rischiamo di costruire sulla sabbia.

D. È vero, i problemi italiani in questi ultimi anni si sono aggravati. Ma non poco è dipeso dal mutare dei fattori esterni. E comunque nella cosiddetta Seconda Repubblica c’è stata alternanza tra centrosinistra e centrodestra: non le pare semplicistico attribuire ogni responsabilità ai governi presieduti da Berlusconi?

R. Molti problemi certamente preesistevano a Berlusconi. Avevamo un’economia con bassi ritmi di crescita e una crisi democratica irrisolta già prima del suo ingresso in politica. Berlusconi però nel 1994 si è presentato offrendo agli italiani due soluzioni miracolistiche: la rivoluzione liberale come chiave di una nuova ricchezza diffusa e il presidenzialismo come risposta a una democrazia non decidente. Alla prova dei fatti invece ha fallito su entrambi i fronti, in particolare nel decennio segnato dai suoi governi. E queste illusioni hanno appesantito i nostri ritardi strutturali. Il mercato globale ha frustato l’Europa, ma l’Italia si è allontanata dai Paesi più vicini e la torsione leaderistica impressa alle istituzioni ha ridotto, anziché aumentare, la stessa capacità di governo. Spero che verrà presto il tempo per analizzare in modo più accurato gli ultimi vent’anni ma rifiuto assolutamente di mettere sullo stesso piano l’azione dei governi di centrosinistra con quella degli esecutivi guidati da Berlusconi. Il centrosinistra ha commesso errori e ha avuto insuccessi, ma ha dato all’Italia quel risanamento indispensabile negli anni Novanta che ha consentito l’aggancio all’euro. Si è trattato di un traguardo storico, ritenuto possibile da pochi osservatori: anche alla luce dell’attuale crisi economica cosa sarebbe questo Paese fuori dall’Europa? E cosa sarebbe senza tutte quelle riforme che accompagnarono la stagione dell’euro, liberalizzazioni comprese?

D. Negli anni Novanta Berlusconi è rimasto a Palazzo Chigi meno di nove mesi. Nel primo decennio del Duemila ha governato otto anni. Sta suggerendo una lettura in termini di contrapposizione tra questi due periodi, come in fondo lo furono anche gli anni Settanta e Ottanta?

R. Ho già detto che non tutto può essere attribuito all’ultimo decennio, ma ribadisco che nell’ultimo decennio c’è stata una micidiale accelerazione del nostro scivolamento. Si tratta di dati scioccanti che vengono totalmente rimossi e che spingono l’Italia dalle aree più forti a quelle più deboli dell’Europa. Nel 2000 la quota della popolazione italiana relativamente povera, cioè con un reddito inferiore del 75% della media Ue, era pari al 22%. Mantenendo il confronto con gli stessi Paesi oggi la quota è salita al 29%. Nello stesso periodo gli italiani relativamente ricchi, con redditi superiori al 125% della media Ue, sono calati dal 57% al 25%. Vuol dire, nel concreto, che il nostro Sud si è allontanato dal Nord, ma allo stesso tempo il nostro Nord si è allontanato dall’Europa. Se si prende come parametro la produzione industriale del 2005, oggi quella dell’Italia è scesa all’86% della produzione di allora, a fronte di una Germania al 98,3% e di una media Ue del 95,4%. Il tasso di occupazione giovanile è in Italia molto più basso che nel resto d’Europa (20,5% a fine 2010 contro il 38,1%) ed è addirittura in diminuzione. Siamo in coda alle classifiche anche per l’occupazione femminile, che da noi raggiunge il 45,8% rispetto a una media europea del 59,6%. Le statistiche sui salari reali mostrano una forbice crescente a nostro sfavore nei confronti dell’Unione europea. Le ricchezze si concentrano su fasce sempre più ridotte della popolazione, ma ciò non ha riscontri in termini di prelievo fiscale: secondo un’analisi della Banca d’Italia sui bilanci delle famiglie dal 1993 al 2006, l’incidenza delle persone a basso reddito per classe sociale aumenta dal 27 al 31% per gli operai, mentre diminuisce di 11 punti per i lavoratori indipendenti, tuttavia la quota di Irpef pagata dai lavoratori dipendenti è balzata dal 52 al 56%. Va detto ancora che negli ultimi tre anni siamo passati dal 104 al 118% di debito pubblico sul Pil senza aver dovuto salvare alcuna banca. In Europa abbiamo il triste primato dell’abbandono scolastico. E anche lo scenario demografico è assai preoccupante: il numero medio di figli per donna è stimato intorno a 1,4. Se queste tendenze restassero invariate avremmo problemi molto seri sul piano sociale, economico, previdenziale: l’età media della popolazione nel 2051 passerebbe dagli attuali 42,8 anni a 49,2; l’indice di vecchiaia aumenterebbe da 142 anziani (oltre 65 anni) ogni 100 giovani (sotto i 14 anni) a 256; la popolazione in età lavorativa (15 anni-64 anni) si ridurrebbe dagli attuali 39,7 a 33,4 milioni. Sono forse problemi da poco? Non siamo forse a una vera emergenza? E per uscirne non ci vorrà almeno un decennio di politiche nuove?

D. Taluni sostengono, in polemica con il centrosinistra, che i cattivi numeri del primo decennio del nuovo secolo sono anche la conseguenza delle mancate scelte dei governi degli anni Novanta, i quali hanno goduto di un ciclo economico positivo e a questo devono le loro migliori performance. Lei cosa risponde?

R. Che negli anni Novanta sono state fatte le ultime riforme strutturali. Basti pensare a quella sulle pensioni, su cui ancora poggia l’equilibrio di finanza pubblica. Ma comprendo l’imbarazzo di chi deve tentare improbabili difese d’ufficio dei governi di Berlusconi. La realtà, purtroppo drammatica, è che nell’ultimo decennio a indicare il grave pericolo che corre l’Italia non sono solo i dati numerici, ma anche le performance immateriali. Sono cresciuti ad esempio i fattori di dissociazione del tessuto nazionale. L’illusoria filosofia del laisser faire, che la politica di Berlusconi ha incoraggiato fin quasi a farne una bandiera, è diventata nel corso della crisi una sorta di «si salvi chi può», che ripropone nei fatti la legge del più forte. Così, mentre stiamo celebrando i 150 anni della nostra storia, l’Italia si trova intimamente più divisa, e dunque più debole nella capacità di reagire alle difficoltà: si sono attenuati i legami tra i territori, si è ampliato il divario economico e sociale, si assiste a crescenti ripiegamenti corporativi e a lacerazioni del tessuto sociale, mentre anche dal punto di vista culturale rischia di aprirsi un fossato sempre più profondo tra Nord e Sud e, intanto, si indebolisce lo spirito civico di tutta la nazione. La stagione berlusconiana non ha arginato questo corso, anzi ha pensato di avvantaggiarsi favorendo la piena. L’accentuarsi dell’evasione fiscale è anch’esso un indicatore civico, culturale, non solo rilevante ai fini della finanza pubblica. L’Italia può farcela solo se riscopre la sua dimensione di comunità e la capacità di fare sistema e di produrre nuova cultura della coesione. Non possiamo permettere, dopo il fallimento del «ghe pensi mì» di Berlusconi, che il «si salvi chi può» corroda e consumi anche le chances di riscossa. Non possiamo consentire che, assumendo il quadro di dissociazione come definitivo, energie civiche positive vengano dirottate verso una contrapposizione tra politica e società civile. Compito dei ricostruttori è favorire una nuova coesione nazionale e democratica. Le energie morali e civiche della società sono senz’altro il carburante indispensabile, ma solo con una rinnovata vitalità democratica dei partiti e con un ammodernamento delle istituzioni, capace di attualizzare lo spirito della Costituzione, questo carburante può attivare il motore e far muovere la macchina che necessita di entrambi. La politica deve liberarsi della camicia di forza del populismo, che ha piegato le istituzioni, perché questa è la condizione per collegarsi a un risveglio civico, morale, legalitario. Come si vede, torniamo alle strutture portanti del nostro progetto: riforma repubblicana e nuovo patto sociale per il lavoro e per la crescita.

D. Non le pare che le condizioni prioritarie e ineludibili di qualunque progetto per il Paese siano, da un lato, il recupero di competitività, e, dall’altro, l’alleggerimento della zavorra del debito pubblico?

R. Competitività e abbattimento del debito sono parametri fondamentali dell’Agenda per l’Italia del 2020. Nessun progetto potrà farne a meno. Un programma di riforme ci potrà dare competitività e crescita: ne deriverà una riduzione del debito se sapremo accompagnare tutto questo con un controllo rigoroso e duraturo della spesa corrente e con una nuova fedeltà fiscale. Dovremo inoltre rafforzare i fattori di coesione, e tra essi il più importante di tutti: l’equità sociale. Per una lunga stagione, potremmo dire dagli anni Ottanta in poi, si è progressivamente affermata l’idea in base alla quale la disuguaglianza è in fin dei conti un fattore positivo di competitività. Ora questo paradigma culturale va capovolto. La condizione di crescita e di sviluppo è la riduzione della forbice della disuguaglianza. Lo è in via diretta perché aumenta le potenzialità di consumo. Ma ancora di più lo è in via indiretta perché può favorire la percezione del bene comune. Si discute su quale sia l’indice che meglio possa registrare nel prossimo futuro la crescita sociale: il Pil o la produttività oppure il reddito pro-capite. Suggerisco piuttosto di scegliere come indicatore-guida nel prossimo decennio il tasso di occupazione. Si tratta di un indicatore trainante anzitutto dell’occupazione femminile e giovanile, i cui dati oggi sono tra i peggiori d’Europa. Dobbiamo rimontare e fissare un grande traguardo per il Paese: 70% di occupazione tra i 20 e i 65 anni entro il 2020. Un traguardo raggiungibile solo creando nuovo lavoro per le donne e nel Sud. E non ci possono essere dubbi sul fatto che si tratti di un obiettivo generale perché, se aumenterà l’occupazione, vuol dire che avremo risolto i problemi di crescita, di produttività e anche di risanamento della finanza pubblica. È ciò che dobbiamo alle nuove generazioni, ragione vera e speranza del progetto per l’Italia.

D. Oggi l’Italia, però, non è un Paese favorevole ai giovani: ne abbiamo parlato nel corso dell’intervista. E la demografia non aiuta neppure la politica. Se invecchiano i cittadini-elettori, i partiti inevitabilmente sono portati ad adeguare messaggi e proposte ai sentimenti medi di chi vota. Come rompere questa spirale?

R. La politica deve essere più giovane della demografia degli italiani e deve riuscire a sfidarla. O siamo capaci di pensare il futuro e di metterlo fin d’ora al centro delle nostre scelte, oppure il futuro ci punirà. L’Italia dispone di grandi risorse sociali, imprenditoriali, civiche. Ma la riscossa non può che avere le nuove generazioni come driver. E anche simbolicamente l’impegno per dimezzare la disoccupazione giovanile, oggi sempre più vicina al 30%, va integrato all’obiettivo-guida della crescita del lavoro nel decennio. Se questa è la riforma delle riforme, vuol dire nel concreto che la politica fiscale deve aiutare in misura maggiore le famiglie con figli; che la politica della casa deve preoccuparsi di ampliare e calmierare il mercato degli affitti; che gli incentivi alle imprese devono premiare chi assume giovani ricercatori; che le politiche del lavoro devono far costare i contratti a tempo indeterminato meno di quelli a tempo determinato e che la flessibilità non può toccare solo ai giovani; che il welfare pensionistico, mentre innalza l’età pensionabile, deve preoccuparsi di aumentare i rendimenti per chi oggi è giovane e vive condizioni di precarietà; che le politiche scolastiche devono innalzare l’età dell’obbligo e accorciare i cicli di studio; che la riforma universitaria deve fissare a 65 anni la pensione per i professori ordinari. Ecco, questo è un telaio programmatico coerente con un progetto di alto profilo per l’Italia del 2020. Un telaio all’interno del quale andrebbero poi inseriti altri criteri qualificanti.

D. Ci può indicare qualcuno di questi criteri?

R. Penso a quattro criteri-guida in grado di definire le riforme sociali e liberali di cui l’Italia ha assoluto bisogno. Il primo: la produttività e la competitività vanno incrementati a livello di sistema. Lo sforzo non può essere chiesto solo all’operaio della catena di montaggio, al piccolo imprenditore o al giovane che cerca di entrare nel mondo del lavoro. Bisogna disturbarci un po’ tutti e deve disturbarsi un po’ di più chi fino a oggi è stato al riparo. Il secondo: stabilità e crescita devono darsi la mano. Se non c’è un po’ di crescita non potrà esserci nemmeno stabilità. Ciò non vuol dire venir meno al rigore ma accompagnarlo con meccanismi che sollecitino investimenti e occupazione. Il terzo criterio: bisogna continuamente promuovere politiche per ridurre le disuguaglianze. Ci hanno accusato, senza motivo, di voler introdurre la patrimoniale quando invece è stato il governo Berlusconi a incrementare le tasse sugli immobili delle imprese nel decreto sul federalismo municipale. Il cuore della nostra proposta fiscale sta invece in una redistribuzione dei pesi tra rendita e lavoro: 20% per la prima aliquota Irpef, 20% per i redditi da impresa e da lavoro autonomo e professionale, 20% per le rendite finanziarie (esclusi i titoli di Stato). E in una lotta seria all’evasione fiscale. Il quarto criterio: la sussidiarietà tra Stato, privato sociale e mercato è un principio fondamentale, ma lo Stato non può trasformarlo in un alibi per scaricare i suoi compiti. Il motto non può essere «più società meno Stato»: Stato e società invece devono camminare insieme sulla strada dell’innovazione e delle riforme.

D. Sempreché queste politiche riescano davvero ad aumentare le opportunità delle giovani generazioni, resta aperta la questione di una loro maggiore partecipazione e incidenza nella vita sociale e negli indirizzi della politica. Quale messaggio si sente di trasmettere ai più giovani?

R. Che bisogna guardare al futuro alzando la testa. Che si può avere più fiducia di quanto ne esprimano oggi le generazioni più adulte. Che la politica si può cambiare e non è vero che è immutabile. Ma se non la fai tu, la politica te la fanno gli altri. Noi non vogliamo stare con chi tiene le porte chiuse, ma con chi bussa per entrare. I riformisti nei governi e nelle istituzioni devono fare la loro parte chiedendo a tutti di scomodarsi un po’ per dare ai giovani più libertà, più opportunità, più conoscenze. Ma anche i giovani sono chiamati a un loro impegno e a pronunciare, nei modi originali che sceglieranno, i loro sì e i loro no, e a dire «noi» e non solo «io».

D. Con quali alleanze politiche pensa di portare avanti questo progetto? Alle prossime elezioni il Pd cercherà di comporre una coalizione di centrosinistra con l’Italia dei Valori e Sinistra e Libertà oppure lancerà un appello a tutte le opposizioni, e dunque anche al cosiddetto Terzo Polo?

R. Se questo è il compito che il Paese ha di fronte, se questa è la riscossa necessaria per risalire la china e arrivare al 2020 offrendo un futuro ai giovani, il messaggio più coerente che il Pd possa lanciare è l’unità delle forze della ricostruzione. Non si tratta di evocare una consociazione di carattere difensivo. Al contrario, si tratta di chiamare alla responsabilità tutti coloro che vogliono ridare all’Italia una piattaforma europea condivisa. Sono un sostenitore del bipolarismo e della democrazia dell’alternanza ma ciò non può significare, particolarmente in una situazione di emergenza, una riduzione pregiudiziale dell’ampiezza del nostro schieramento. Da noi il populismo berlusconiano rende impossibile larghe coalizioni per riscrivere insieme le regole del gioco e per definire obiettivi condivisi di stabilità economica e di crescita sociale. Il berlusconismo ha bisogno del nemico: sia esso l’avversario politico, il magistrato o lo straniero. Non è vero che Berlusconi è il presidio del bipolarismo e dell’alternanza. È esattamente il contrario: per lui l’alternanza può essere solo o un imbroglio elettorale o un complotto dei magistrati. Il Pd ha proposto più volte, con insistenza, una soluzione sul «modello Ciampi» del ’93. Ma Berlusconi non la accetta. E allora per andare oltre Berlusconi bisognerà passare attraverso le griglie di questa legge elettorale di dubbia costituzionalità, presentando chiaramente ai cittadini italiani l’unità delle forze della ricostruzione, un’alleanza costituzionale e repubblicana. Un’impresa comune di forze anche strategicamente diverse e di differente ispirazione politico-culturale, che però intendono frenare il processo di frammentazione e rilanciare insieme democrazia, istituzioni, società e valori civici perché hanno a cuore l’Italia.  D. Questa è la proposta del Pd. Ma non è detto che il Terzo Polo la accetti. Perché Casini e Fini non dovrebbero presentarsi alle elezioni da soli, viste anche le particolari propensioni del loro elettorato che confina con quello di Berlusconi?

R. Parliamo di un Terzo Polo che in realtà deve ancora definirsi. Noi ovviamente non siamo interessati al pur nobile obiettivo di una riorganizzazione del centrodestra. Siamo interessati ad un incontro con forze di centro che guardano oltre Berlusconi. Inoltre qui purtroppo non si tratta di un’alternanza in un sistema che funziona. Non stiamo discutendo di una competizione tra programmi economici in un contesto consolidato di sicurezza nazionale. La posta in gioco è il funzionamento delle istituzioni democratiche e il patto fondamentale in campo economico e sociale su terreni fondativi come la fiscalità e le relazioni sociali. Per questo è necessario all’Italia un impegno comune dei moderati e dei progressisti. Sarebbe una drammatica illusione da parte di un Terzo Polo pensare di condizionare Berlusconi, nel caso questi riuscisse a conquistare il premio di maggioranza alla Camera. In ogni caso, c’è un punto semplice che dovrebbe essere meglio compreso: il problema non è pronosticare quel che faranno gli altri, ma è affermare quel che proponiamo noi. Sono i cittadini elettori, alla fine, che giudicano la proposta di un partito. Anche se un Terzo Polo decidesse di andare da solo alle elezioni, e mi auguro che non lo faccia, noi continueremo a dire, prima e dopo le elezioni, che al Paese serve l’unità delle forze della ricostruzione. E il Pd sarà comunque pronto a favorirla il giorno in cui vincerà le elezioni.

D. Potrebbero porre un veto i vostri alleati del centrosinistra. Peraltro Nichi Vendola ha già lanciato la sfida delle primarie per contendere al Pd la leadership. E Antonio Di Pietro non intende essere marginalizzato. Che messaggio manda loro?

R. Per tutti abbiamo la stessa parola. Ci muove un’acuta percezione della crisi italiana. Da quando sono stato eletto segretario parlo di un’alleanza democratica, che deve promuovere una stagione costituente. Dopo resistenze e sospetti, mi pare che molti si stiano convincendo che questa è la strada da intraprendere. Il Pd intende porsi al servizio del Paese. E ovviamente la mia speranza è che l’intero centrosinistra faccia altrettanto. La nostra proposta è inclusiva, non nasce per chiudere le porte a qualcuno. Con una condizione. L’Unione del 2006 non può riproporsi in alcuna veste: l’ho già detto e lo ripeto. I fatti l’hanno bocciata per sempre. Un governo può nascere solo su una solida base di condivisione progettuale. E su un’assunzione di responsabilità. Per questo, nel quadro di una auspicata unità delle forze della ricostruzione, ho proposto di lavorare a un Nuovo Ulivo alle forze di centrosinistra disposte ad assumersi la responsabilità di governo. Si tratta di intensificare un confronto e di stabilire reciprocamente alcune regole comuni per dare coesione e stabilità al patto politico, che deve garantire un’intera legislatura. Quanto alle primarie, è davvero singolare che si tiri per la giacca l’unico segretario di partito eletto con le primarie in Italia e in Europa. Le primarie restano uno strumento che nella normalità possono favorire scelte largamente partecipate dagli elettori del centrosinistra. Ma non si può mettere lo strumento prima della politica necessaria al Paese. Dalle scelte che noi faremo oggi dipenderà il prossimo decennio. Sarebbe una responsabilità gravissima anteporre un vantaggio personale o di partito al bene comune. Oggi ci è chiesto anzitutto il coraggio e la determinazione nell’aprire una via nuova.

D. Lo statuto del Pd indica nel segretario nazionale il candidato premier, o comunque il solo candidato del partito in primarie di coalizione. Per le prossime elezioni lei si sente in corsa come sfidante di Berlusconi alla presidenza del Consiglio anche nel caso di un’alleanza più ampia del centrosinistra oppure l’unità da lei auspicata delle «forze della ricostruzione» conduce a un candidato diverso, magari un esterno alle attuali leadership di partito?

R. Non mi sono mai tirato indietro in tutta la mia vita politica davanti alle responsabilità. Ma non ho mai messo la mia persona davanti ai progetti che ritenevo importanti. Verrà il momento per decidere insieme a quanti saranno con noi – con le primarie o senza – chi sarà il candidatopremier nella competizione elettorale. La mia più grande aspirazione è che il Paese inverta la rotta, che i giovani ritrovino lo spazio per costruire il loro futuro, che nella nostra Italia ci sia un po’ più di giustizia, di civismo, di solidarietà. E che in questo percorso il Pd si consolidi come partito nuovo e come propulsore del cambiamento. Questo è il mio impegno. Dobbiamo voltare pagina. Dobbiamo coinvolgere, come nei momenti migliori della nostra storia, le forze più responsabili e assieme a loro promuovere un risveglio italiano.

Pier Luigi Bersani, Per una buona ragione, Laterza 2011 - pp. 189-200

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Pier Luigi Bersani, tra i protagonisti della nascita del Partito democratico, ne è stato eletto segretario nazionale nel novembre 2009 dopo essere stato scelto dalla maggioranza degli iscritti e avere vinto le primarie con oltre un milione e mezzo di voti. Presidente della Regione Emilia-Romagna negli anni 1993-1996, nel 1995 è stato rieletto alla testa di una lista di centrosinistra denominata «Progetto Democratico » che ha anticipato la stagione dell’Ulivo. Come ministro dell’Industria nei governi Prodi e D’Alema (dal 1996 al 1999) ha varato la riforma del commercio e liberalizzato il mercato elettrico. È stato poi ministro dei Trasporti nei governi D’Alema e Amato (1999-2001), dove ha liberalizzato le ferrovie, e successivamente ministro dello Sviluppo economico nel secondo governo Prodi dal 2006 al 2008. In questo ruolo ha promosso il decreto sulle liberalizzazioni per rendere più dinamico il mercato, tutelare i consumatori, facilitare la lotta all’evasione fiscale e aumentare la concorrenza. Nel 2001 è stato eletto per la prima volta deputato e dal 2004 al 2006 è stato parlamentare europeo.

Miguel Gotor insegna Storia moderna presso l’Università di Torino.

Claudio Sardo è direttore de «L'Unità».




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