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Pietro Reichlin e Aldo Rustichini: Pensare la sinistra. Tra equità e libertà

I candidati del centrosinistra alle primarie

Nuove premesse per una sinistra responsabile. Ma quali? Pietro Reichlin e Aldo Rustichini

Pensare la sinistra

Il 22 febbraio 2012 la casa editrice ha ospitato un dibattito particolarmente intenso e vivace a partire da un testo di Pietro Reichlin e Aldo Rustichini. Nel volume Pensare la sinistra. Tra equità e libertà, insieme al testo di Reichlin e Rustichini, sono riportati gli interventi di tale dibattito che evidenziano le differenze radicali – analitiche e ideali – che percorrono la sinistra italiana. Differenze che è bene esplicitare, se si vuole dare profondità alla politica, sottraendole a una dimensione squisitamente contingente. Ringraziamo tutti coloro che hanno accettato di discutere in modo così aperto e appassionato. La qualità del dibattito pubblico – che si nutre insieme di rispetto reciproco e franchezza critica – è essenziale per il funzionamento della democrazia.

Interventi di Marco Revelli, Michele Salvati, Geminello Preterossi, Laura Pennacchi, Luigi Ferrajoli, Ingrid Salvatore, Stefano Fassina, Piero Bevilacqua, Innocenzo Cipolletta, Claudio Petruccioli, Marcello Messori, Stefano Cingolani, Walter Tocci, Stefano Sylos Labini, Salvatore Biasco, Giacinto della Cananea, Laura Bazzicalupo, Carlo Bernardini, Alessandro Ferrara, Alessandro Leogrande, Stefano Lepri, Franco Debenedetti, Marco Politi, Silvana Sciarra, Jolanda Bufalini, Melina Decaro, Andrea Ripa di Meana, Claudia Mancina, Lorenzo D’Agostino, Corrado Ocone, Pietro Rescigno, Alfredo Ferrara, Oreste Massari.


La crisi economica esplosa nel 2008 ha suscitato un ripensamento critico dell’esperienza politica della sinistra liberale di Blair e Clinton e generato molte domande. Abbiamo dato troppo spazio al mercato? C’è stato un eccesso di deregolamentazione? O troppa enfasi sull’efficienza e troppo poca sull’equità? Queste domande non ci aiutano a comprendere la storia di questi ultimi vent’anni e le risposte non sono tutte coerenti con un solo punto di vista.

Ad esempio, i dati non sorreggono la tesi di una ritirata dello Stato dall’economia: dal 1975 ad oggi la spesa pubblica, la pressione fiscale e la spesa sociale sono cresciute in rapporto al pil, anche negli usa e nel Regno Unito. I processi di deregolamentazione dei mercati hanno prodotto risultati misti. Da una parte hanno contribuito alla rivoluzione tecnologica degli anni Novanta, alla crescita degli investimenti diretti nei paesi in via di sviluppo e a una più ampia partecipazione alla forza lavoro. Dall’altra la deregolamentazione è stata, in parte, la causa della crisi finanziaria del 2008: diciamo in parte, perché c’è stato anche, come causa scatenante, un pesante intervento governativo, per esempio nel mercato immobiliare. La verità è che il successo di una strategia per il benessere e lo sviluppo economico non deriva da giuste dosi di Stato e di mercato. Questi possono fallire o avere successo sulla base delle regole, delle relazioni e degli incentivi che li caratterizzano. Cosa significa, allora, meno mercato e più politica?

Alla fine del 2011, i giovani hanno affollato le piazze per protestare contro le politiche dei governi e porre al centro dell’attenzione i problemi di cui sono vittime: il tasso di disoccupazione elevato e le sempre maggiori difficoltà di accesso al mercato del lavoro (bassi salari, precarietà e scarso riconoscimento delle qualifiche professionali). Il bersaglio contro cui si sono scagliati i dimostranti sono le banche, gli speculatori e quella esigua schiera di super-ricchi che ha visto aumentare i propri guadagni proprio quando è aumentata la sofferenza della stragrande maggioranza dei cittadini. È giusto protestare contro i meccanismi che provocano l’irresponsabilità di chi gestisce grandi capitali ed è giusto chiedere una più equa distribuzione del reddito. E tuttavia si avverte, in questi slogan, una mancanza di consapevolezza delle cause vere del malessere giovanile.

[…] il nostro paese è stato colpito solo marginalmente dall’aumento delle disuguaglianze e dell’indebitamento delle famiglie, che molti considerano una conseguenza della “finanziarizzazione” dell’economia (cioè del peso crescente degli strumenti finanziari). Il valore dell’indice Gini della disuguaglianza per l’Italia è cresciuto tra il ’90 e il ’98, ma tale crescita si è arrestata nell’ultimo decennio. L’indice del 2008 è circa pari a quello del 1980. Nel frattempo, il debito medio delle famiglie italiane, seppure in crescita, rimane ben al di sotto della media dei paesi avanzati, pari a circa la metà del livello medio dell’area dell’euro e a un terzo di quello osservato negli Stati Uniti e nel Regno Unito.

Se i problemi di cui soffre l’economia italiana fossero solo una conseguenza della grande finanza, di un eccesso di potere dei banchieri e dei bonus eccessivi ai manager di Wall Street avremmo risposte semplici, ma pochi rimedi concreti. C’è chi alimenta questa interpretazione per giustificare il proprio immobilismo. È interesse dei governi addebitare le crisi a fenomeni ed episodi che sono al di fuori del proprio campo d’azione. Eventi sistemici di cui essi non sono responsabili.  Non vogliamo negare che la crisi finanziaria abbia avuto un impatto forte sulla congiuntura, e che i rischi eccessivi presi dai banchieri abbiano contribuito alla profondità della recessione. I guadagni smisurati di alcuni pochi manager, spesso colpevoli dei guasti di questi ultimi anni, suscitano giusto scandalo e sono un bersaglio naturale da additare all’opinione pubblica. Ma i nostri problemi sono principalmente dovuti alla qualità delle istituzioni e alle caratteristiche del patto sociale che ci lega, come cittadini o categorie (giovani, anziani, pensionati, lavoratori, imprese). Non tutti i paesi occidentali hanno sofferto la crisi nella stessa misura. Non tutti hanno generato una bassa crescita dei redditi. Per sapere quali sono le cose che non vanno, è necessario un esercizio complesso: capire quali sono i fattori che contribuiscono al successo e all’insuccesso delle nazioni e migliorare le istituzioni per superare i nostri handicap. Avendo bene in mente, tuttavia, che la qualità delle istituzioni non dipende solo da regolamenti e risorse economiche, ma, soprattutto, dagli incentivi che guidano le azioni individuali.

Se c’è un insegnamento che possiamo trarre dalla crisi del 2008, è che i disastri economici sono prodotti da una relazione non funzionale tra Stato e mercato, piuttosto che da una prevalenza dell’uno sull’altro. L’Italia è uno degli esempi estremi di questa relazione disfunzionale. Da essa dipende la nostra fragilità e il nostro ritardo economico. Una sinistra responsabile dovrebbe partire da queste premesse per formulare le proprie proposte politiche.

Pietro Reichlin e Aldo Rustichini, Pensare la sinistra. Tra equità e libertà, pp. 96-99


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Pietro Reichlin è docente di Economia e prorettore alla Ricerca della LUISS.

Aldo Rustichini insegna Teoria microeconomica, Teoria dei giochi, Teoria delle decisioni e Politica economica presso l’Università del Minnesota.






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