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La Chiesa dell'anticoncilio. I tradizionalisti alla riconquista di Roma

Mons. Marcel Lefebre

La Chiesa dell'anticoncilio
Giovanni Miccoli traccia la storia della Fraternità di San Pio X

La Chiesa dell'anticoncilio

La storia delle relazioni di mons. Marcel Lefebvre (e della Fraternità San Pio X da lui fondata) con la Santa Sede e il papato è indubbiamente una «piccola» storia se confrontata con l'insieme dei problemi, dei conflitti e delle vicende che la Chiesa di Roma è stata chiamata ad affrontare in questi quasi cinquant'anni che la separano dal concilio Vaticano II. Così come la Fraternità San Pio X rappresenta una ben modesta realtà rispetto al miliardo e passa di fedeli che, nonostante le crisi e le tante difficoltà, si richiamano all'obbedienza romana. E tuttavia costante è stata ed è l'attenzione della stampa internazionale nei suoi confronti e assai ampia ormai è la letteratura storiografica e la pubblicistica che, in particolare in questi ultimi decenni, l'hanno fatta oggetto di studio, di apologia, di polemica.

La ragione di tanto interesse sta nel fatto (penso non ci possano essere dubbi al riguardo) che la Fraternità, frutto del drastico rifiuto opposto da Lefebvre al Vaticano II, costituisce la punta di diamante del variegato movimento anticonciliare che più o meno pubblicamente, e con diversa consistenza nel corso del tempo, si è manifestato nella Chiesa cattolica fin dagli anni dello svolgimento del concilio: da un certo momento in poi ne ha costituito il riferimento e ne ha espresso e sintetizzato gli argomenti. C'è però anche altro: perché studiare Lefebvre e la Fraternità San Pio X, guardare a Lefebvre e alla sua Fraternità, aiuta a capire per contrasto ciò che il Vaticano II, nei suoi orientamenti di fondo, aveva inteso rappresentare per la Chiesa, aveva cercato di rappresentare per la Chiesa. La Fraternità infatti offre il ricordo, vivo e tangibile per l'estremismo stesso delle sue posizioni, di una contrapposizione e di uno scontro che non pochi nella Chiesa oggi vorrebbero dimenticare. E resta inoltre, nei suoi modi di essere, come una sorta di memoria della Chiesa preconciliare, quella Chiesa appunto che il concilio aveva voluto superare in tanti dei suoi caratteri. Non sono dunque ragioni di poco conto che giustificano tanto interesse. Confesso tuttavia che non sono tali aspetti soltanto che mi hanno mosso a scrivere [...].

Tra i molti ricordi che conservo dell'insegnamento di Delio Cantimori figura una sua ricorrente raccomandazione: temi e questioni di carattere generale ricevono nuova luce se affrontati «di scorcio». È perciò secondo un approccio particolare, apparentemente secondario, che conviene abbordarli. Solo tale visuale infatti permette spesso di far emergere più chiaramente realtà altrimenti non sempre pienamente percepibili. È una raccomandazione che ho avuto ben presente nell'avviare e condurre il lavoro.

Da tempo cerco di studiare e di capire gli attuali orientamenti del papato romano, anche se sono consapevole dei limiti in cui un tale proposito è realizzabile: sia per lo stato delle fonti, sia perché si tratta di vicende tutte in pieno svolgimento. Se dunque il metodo e le avvertenze per cercare di rispondere almeno in parte a tale questione sono quelli richiesti dallo studio della storia (li riassumerei, semplificando, nella formula: non affermare nulla che non sia sorretto da documentazione affidabile), i risultati che ne conseguono non possono essere ancora una «storia», ma piuttosto, come mi è già capitato di scrivere, un contributo offerto allo storico futuro.

Posto dunque che alle mie domande riguardanti gli attuali orientamenti del papato romano è possibile offrire risposte solo limitate e parziali, una strada per ottenere forse qualcosa di più mi è sembrata essere offerta dall'esame delle sue relazioni con Lefebvre e la Fraternità San Pio X; nel senso che tali relazioni, per ciò che riguarda il papato, sono ovviamente espressive di preoccupazioni e di orientamenti che vanno definiti nei loro caratteri e nella loro portata: quanto meno in via di ipotesi possono perciò essere illuminanti di aspetti più generali. Questo libro dunque, se da una parte traccia il percorso anticonciliare di Lefebvre e della sua Fraternità, rappresenta anche un tentativo di rispondere, «di scorcio» appunto, alla questione che più mi interessa: che cosa l'atteggiamento dei papi verso Lefebvre e la Fraternità San Pio X ci dice dei loro orientamenti generali e della loro visione del modo di essere della Chiesa nell'attuale situazione storica? Che cosa ci dice della strada che essi vorrebbero far assumere alla Chiesa?

Sono molte le voci in ambito ecclesiale che, con segno opposto e prospettive diverse, denunciano una crisi in atto nella Chiesa cattolica: nel mondo occidentale ma non in esso soltanto. Sono proteste, delusioni, stanchezze, abbandoni silenziosi: una crisi di credibilità dell'istituzione che è anche una crisi di fede. Non si tratta però solo di questo: perché a parere di molti anche le categorie e le figure culturali che quella fede hanno per secoli espresso non appaiono più comprensibili nelle nuove realtà di un mondo nel quale la globalizzazione ha fatto emergere, con nuovi protagonisti, domande e confronti rimasti precedentemente marginali. Aperta è la discussione sulle risposte che tale nuova situazione impone, così come aperto è il dibattito sulle cause della crisi in corso.

Limitata e parziale, è opportuno sottolinearlo, è la trattazione che tali questioni trovano nelle pagine di questo libro. La trama del suo discorso non va oltre l'intreccio tra la contestazione di Lefebvre al concilio (con le sue conseguenze) e le risposte date di volta in volta dalle autorità romane. La multiforme realtà della compagine ecclesiale resta pressoché ignorata e sullo sfondo. È un limite forte. L'assoluta centralità del papato, che corrisponde alle rivendicazioni romane ed è stata assunta nell'impianto del mio lavoro, non corrisponde più a un sentire e a un modo di essere comuni nell'universo cattolico. Non a torto si è parlato di un magistero che, di fronte alle tante brecce che si aprono e ai tanti problemi che scoppiano, non sa andare oltre alla riproposizione e alla ripetizione di se stesso. Se ne vedrà qualche esempio anche in questo libro. Resta comunque il fatto che la perdita di autorità, vorrei dire di «presa», del magistero romano costituisce, nell'ottica curiale, una delle cause maggiori della crisi in corso. Non a caso quella centralità è una componente essenziale del confronto tra Roma e la Fraternità. Sta qui, in primo luogo, la giustificazione dell'orizzonte limitato che caratterizza la mia ricerca.

Come mi è già capitato di avvertire in altre occasioni (e come mi sembra giusto avvertire) non mi sento né sono membro di alcuna Chiesa o confessione cristiana (nonostante sia profondamente persuaso della grandezza e dell'importanza del messaggio di Cristo nella storia dell'umanità). Il mio interesse per la storia della Chiesa cattolica però non è neutro. Nel bene e nel male, infatti, profonda è ancora la sua influenza nella vita delle società, nella nostra società italiana in particolare: molto dipende dal tipo di cristianesimo che essa rappresenta e propone, e da come lo propone. Il suo modo di essere e i suoi orientamenti non sono perciò, né possono essere, questioni che interessano solo i credenti: riguardano e coinvolgono la vita di tutti. Non è l'ultima ragione per cui ho scritto questo libro.


Giovanni Miccoli, La Chiesa dell'anticoncilio. I tradizionalisti alla riconquista di Roma, pp. VII-X


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Giovanni Miccoli è professore emerito di Storia della Chiesa nell'Università di Trieste, dopo aver insegnato alla Scuola Normale Superiore di Pisa e all'Università di Venezia. In ambito medievale si è occupato soprattutto di riforma gregoriana e di origini francescane e in ambito contemporaneo di antisemitismo cattolico, di Vaticano, guerra e Shoah e degli orientamenti del papato dopo il Concilio Vaticano II.








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