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Marco Baliani - Ogni volta che si racconta una storia

Marco Baliani. Foto di Marco Parollo
OGNI VOLTA CHE SI RACCONTA UNA STORIA
"Sirene"


Ogni volta che si racconta una storia

Con Ogni volta che si racconta una storia, Marco Baliani ci parla della capacità antropologicamente inscritta nel nostro DNA di raccontare e ascoltare storie traendone piacere e nutrimento, mettendo in moto un corpo che si fa voce, rendendo visibile l’invisibile fino a esplorare quello speciale allenamento artistico che permette a un racconto di convocare un pubblico di ascoltatori. Baliani ha imparato l’arte della narrazione strada facendo, praticandola a viva voce in ambiti e situazioni molto diversi tra loro. Alcune pagine del libro.




Ma quando ero tanto lontano quanto si fa sentire uno che grida [...] non sfuggì alle Sirene che passava vicino una celere nave,  e intonavano un canto melodioso. Omero

Se ancora qualcuno avesse dubbi sulla natura del tutto orale del racconto omerico, con questa semplice e stupenda frase quei dubbi verrebbero cancellati.

La distanza tra la nave di Odisseo e gli scogli delle Sirene è una distanza misurata dalla voce, e chiunque ai tempi di Omero avesse ascoltato il vate narrare questo episodio avrebbe ricostruito facilmente nella propria immaginazione quella distanza.

La frase è valida ancora oggi, anche per le nostre disincantate orecchie.

Il racconto orale si fonda sul corpo, è la sua unità di misura. Le grandezze degli spazi fisici in cui si svolge un racconto, le dimensioni materiali di un personaggio, o di un oggetto o di un elemento paesaggistico, sono ricondotte sempre all’esperienza che ciascun ascoltatore può compiere confrontandole e misurandole sul proprio corpo.

Non solo il racconto nasce dal corpo che lo veicola attraverso la voce, ma deve continuamente tornare al corpo per prendere le misure del mondo.

Ogni volta che il narratore deve rendere visibile all’ascoltatore una dimensione del mondo “reale”, cioè la assoluta realtà di cui è composta la finzione del racconto, ecco che deve intervenire il corpo stesso del raccontatore a usare parti di sé per indicarne altre, quelle invisibili che stanno lì in quella terra di nessuno, tra colui che narra e colui che ascolta, e che prenderanno vita solo se queste unità di misura antropocentriche verranno riconosciute e immediatamente attuate nella immaginazione dell’ascoltatore.

Mani, piedi, denti, occhi, pance, dita, capelli, cosce, unghie vengono per così dire asportati dal corpo e divengono entità geroglifiche di una mappa del mondo non più governata dalla razionalità delle misure reali.

Anche il corpo del mondo esterno presta sue componenti per rendere smisurato o piccolo, violento o affabile, quel tale personaggio della narrazione. Colline, montagne, fiumi, alberi, pietre descrivono figure umane, animali, o semiumane; mostrano non solo la quantità di spazio che occupano ma anche le più nascoste interiorità, i sentimenti, le passioni. La grandezza di una montagna misura la statura di un gigante o di un orco, una collina è la sua pancia, un pollice è la statura del bambino che lo sconfiggerà. “Quando entrarono nel palazzo trovarono là la moglie alta come la cima di un monte e ne ebbero orrore” narra Omero.

Ancora oggi nel nostro discorrere quotidiano usiamo gli stessi elementi corporei nella misura delle azioni. Si dice “se allungavo la mano lo toccavo”, oppure “bastava un passo per raggiungerla”, “era lontano ma ancora riusciva a vederlo”, “un passo suo erano dieci dei miei” e così via.

C’è un continuo prestito e scambio di elementi dal mondo naturale al racconto orale, pratica quasi sconosciuta alla scrittura che, non avendo a portata di mano il corpo vivente di colui che scrive, e dei suoi lettori, deve ricorrere a salti linguistici ardui per rendere dimensioni, colori, forme e sentire. Gli scrittori che amo di più e a cui cerco di ispirarmi quando scrivo sono quelli che riescono ad avvicinarsi il più possibile nella scrittura all’andamento orale del racconto. Scrittori che conoscono bene la materia grezza di cui è composta l’esistenza, la parte bassa, dove calpestano i piedi e a guidare non sono solo gli occhi.

In Ariosto la prosa scritta è a un passo dall’oralità narrante, perché da lì proviene la sua scrittura, dal territorio dei musici di strada, dei cantori nomadi, dei clerici vaganti, da tutto quel patrimonio orale che era già stato depositato nelle sue orecchie, fin da piccolo. Così, tutto quel retaggio orale di similitudini e confronti passa direttamente nella scrittura, e ogni misurazione, dalla pazzia di Orlando all’innamoramento di Bradamante per Ruggero, si fonda su corrispondenze concretamente visibili, facilmente immaginabili.

Ecco perché i narratori orali appartengono a territori geograficamente circoscritti. A parte la lingua in sé che diventa straniera appena si oltrepassano i confini nazionali, anche le forme di descrizione e misurazione del mondo hanno senso solo se parlano la stessa geografia esistenziale degli ascoltatori. “E sappi ancora che nemmeno un uomo giovane e robusto scagliando una freccia dalla nave con l’arco, potrebbe arrivare alla caverna profonda”. Qui Omero misura una profondità con un’azione del tutto concreta: la freccia, scagliata dall’arco, non arriverà mai al fondo della spelonca e così ci permette di immaginare subito l’infinito abisso di quella grotta.

Ma la bellezza di similitudini così terrigne e materiche sta nella loro reversibilità. Se la nave di Odisseo sta a un tiro di voce, quella distanza è aumentata dal fatto che quella voce per farsi sentire dovrebbe gridare, come si grida tutti noi per chiamare un figlio che si è allontanato troppo in barca, un’amica che ha preso la direzione sbagliata in un bosco.

Qui, quelle parole “tanto... quanto si fa sentire uno che grida” ci dicono che la distanza è notevole, e che è un’azione quella che dobbiamo compiere nell’immaginazione, bisogna gridare molto per farsi sentire dalla riva alla nave, ma questa distanza serve anche a rendere ancor più potente la voce delle Sirene, giacché da quella distanza estrema che per un essere umano è un grido, loro, le Sirene, semplicemente intonano un canto melodioso, raggiungono i naviganti con la loro voce, senza sforzo, dolcemente, ed è proprio quella loro voce a “incantare” i marinai sprovveduti.

Così la misura corporea dell’atto umano del gridare evidenzia in modo reversibile il potere vocale delle Sirene. L’incantamento ha bisogno di una voce per attuarsi, di un ascolto, e non di una visione.

L’occhio la fa da padrone in questo nostro tempo di consumi, un supermercato stracolmo di merci a portata di mano non può basarsi sull’ascolto, l’orecchio lì non ha posto, siamo solo occhi, famelici, affaticati dal dover tanto consumare visivamente le offerte.

Per questo le Sirene dovevano perire, nel mondo dei nuovi dèi non c’era più posto per le loro voci, occorreva che la natura intera, il grande Pan che tutto comprende, si azzittisse una volta per tutte, così che i nuovi suoni, e anche le nuove parole e i nuovi canti, fossero prodotti dagli esseri umani.

Odisseo, legato al palo, che ascolta senza soccombere il canto attrattivo delle Sirene, annuncia il loro prossimo declino, resteranno una voce tra gli scogli che nessuno sarà più capace di ascoltare davvero, non la si saprà più riconoscere, si spiegherà ai turisti che quegli echi ripetuti che paiono proprio un canto sono causati dalle onde che colpiscono gli scogli in quella tal grotta. Il potente incanto che allaccia e scompagina le anime si diluisce nell’aggettivo “incantevole” con cui si definisce il fascino di una persona o di un abito o di una atmosfera, però lo si fa in termini visivi, con tono ammirato ma distante, mai essendo catturati e travolti da un ascolto misterioso.

È che quelle voci per poter incantare avevano bisogno del silenzio che regnava intorno, di un silenzio oggi introvabile nelle nostre vite.

La perdita progressiva di voci viventi che si relazionano dialogando o narrando deriva anche dalla fatica che si deve compiere per farsi ascoltare, per superare i rumori che ci circondano di continuo. L’inquinamento acustico è tutt’uno con quello visivo, la mia stessa voce non so più com’è fatta, che spessore ha, non potendola più confrontare col resto dell’ambiente, non ha ritorno, la ninfa Eco si è azzittita come le sue compagne abitatrici di forre e boschi e grotte.


Marco Baliani, Ogni volta che si racconta una storia


Marco Baliani, attore, autore e regista, nel 1989 ha dato vita al teatro di narrazione con lo spettacolo Kohlhaas. Figura eclettica e complessa del teatro italiano contemporaneo, ha sperimentato drammaturgie corali, creando spettacoli-evento per molti attori.


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