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Emanuele Giordana - Viaggio all'Eden

Particolare di copertina
VIAGGIO ALL'EDEN. DA MILANO A KATHMANDU
Afghanistan, la frontiera


Viaggio all'Eden

Un viaggiatore di lungo corso, per passione e per lavoro, ricorda la rotta degli anni Settanta per Kathmandu: il Grande Viaggio in India fatto allora da ragazzo e ripercorso poi come giornalista a otto lustri di distanza. Un lungo racconto del viaggio che portò migliaia di giovani a Kabul, Benares, Goa, fino ai templi della valle di Kathmandu.  


 La notte, a quelle latitudini, arriva velocemente. Avevamo appena lasciato il posto di frontiera iraniano di Tayyebad ed eravamo entrati in Afghanistan mentre le luci del giorno si andavano affievolendo. Il passaggio del confine non era stato indolore ma sapevamo che la vera frontiera del viaggio all’Eden, la mitica strada che portava dall’Europa sino all’India e a Kathmandu, era finalmente qui. Qui dove il grande altipiano del Khorasan persiano si perde nei deserti dell’Afghanistan, un luogo, un nome che con l’andar del viaggio – nelle storie raccolte a Istanbul o Teheran – stava diventando qualcosa di più di una semplice tappa. Alla frontiera iraniana la polizia dello scià imponeva, a chi andava o veniva, un passaggio obbligato in un corridoio degli orrori: batterie scoperchiate, scatole di conserva squarciate, gomme rivoltate come calzini, cruscotti smontati, tubetti di dentifricio svuotati. Mentre ti avventuravi nella terra di nessuno tra le due frontiere, quel passaggio obbligato nel museo della punizione divina ti dava un avvertimento chiaro: stavi entrando nel paese patria, tra l’altro, dell’«afgano nero», l’hascisc più ricercato del pianeta. Lasciavi la Persia del Trono del Pavone, con le sue lugubri promesse penitenziarie e i suoi agenti azzimati dalle divise luccicanti, e arrivavi al posto di frontiera della République d’Afghanistan: allora il francese era la lingua di una monarchia che, appena un anno prima, nel 1973, era diventata repubblica con un golpe bianco dei suoi parenti, mentre il re Zaher Shah era in vacanza a Capri.

Il doganiere era un omino con una giacca occidentale doppiopetto troppo lunga su larghi calzoni dal cavallo basso, quelli della shalwar kameez. È la divisa di ogni afgano o patano, cucita con larghi pantaloni stretti alla caviglia, con sopra una lunga tunica a sua volta ingentilita da un gilet (waskat) e sormontata da un turbante con un lungo svolazzo di cotone che scende lungo le spalle. Ma il doganiere, riconoscibile per una patacca semidorata con la scritta «Douane», svolazzi non ne aveva. Con un timbro inchiostrato in una melassa bluastra che lasciava ampie macchie sul passaporto, timbrava il visto che ti era costato 5 dollari in qualche consolato. Tutto bene all’entrata, ma la sorpresa arrivava semmai all’uscita dal paese, quando dovevi pagare senza preavviso 100 afghani (1.200 lire, una fortuna, visto che con metà di quella cifra potevi coprire in taxi 30 o 40 chilometri, percorso che altrimenti valeva in bus 3 afghani, 36 lire)!

Ma le sorprese vere dovevano ancora arrivare. Per cominciare, l’acquisto dei primi dieci grammi di afgano: li vendeva sempre il doganiere. Nel piccolo libriccino riesumato in qualche vecchio baule non c’è traccia del prezzo del fumo (tra 1 e 6 afghani al grammo), ma le note dicono che il viaggio dalla frontiera sino a Herat valeva 1 dollaro: un viaggio in realtà senza prezzo. Dopo qualche chilometro il minibus carico di stranieri zazzeruti e completamente fumati si arrestava in una ciakana, una taverna dove si beve il tè, si può dormire e mangiare sdraiati su tappeti pulciosi ma altrettanto ricchi di fascino, odori e geometrie colorate approntate da abili tessitori.

Completamente stravolti dalla potenza dell’afgano nero, i giovani viaggiatori vedevano entrare uomini scesi da cammelli battriani a una sola gobba e avvolti in tabarri – il patu, coperta di finissima lana dell’Hindukush –, fieri pastori delle montagne, abili commercianti della pianura, chapandaz dal prezioso cavallo arabo che ti proiettavano in una sorta di medioevo islamico, dove regole antiche come massicci dirupi e vigili come guardiani occhiuti di una tradizione millenaria sembravano – complice l’ambiente e l’hascisc – aver costruito a tua misura la magia di una notte stellata perduta nei grandi spazi dell’Oriente che finalmente si era fatto realtà.

Altro che scimmiottamenti di un’altra cultura, altro che divise in stile germanico, altro che modernità più o meno digerita: dopo l’Iran dello scià – dove l’impronta della modernità sapeva di esportazione forzata di un modello del tutto estraneo –, l’Afghanistan era una favola perfetta dove ti era consentito immergerti fino al midollo. Dovevi solo rispettare le sue regole scandite dall’adhan, la chiamata alla preghiera cinque volte al giorno. O dal pashtunwali, le norme rigorose della tradizione. Regole ferree.

Una notte, un povero fricchettone di qualche città europea, in nome del leggendario codice d’onore dei pashtun che prevede non si possa negare l’ospitalità a chi la chiede, nemmeno se si tratta di un assassino, viene accolto di buon grado in una famiglia cui domanda riparo. Ma il povero giovinastro si sveglia nella notte per la sete e, nel buio, sbaglia stanza entrando in quella delle donne, oggetto di un desiderio irrivelabile e negate alla vista altrui dai dettami della purdah (letteralmente: tenda). Punizione: la morte. Rapida come era stata la grazia con cui era stato accettato e ospitato.

Circondati da queste storie o leggende, avvolti nei fumi magici dell’afgano nero, completamente affascinati dalle stelle luccicanti del deserto, si arrivava infine a Herat, città magica e sprofondata nel buio, dove le automobili erano una rarità e lungo i grandi viali alberati, che ancora oggi le fanno da cornice, uomini a cavallo intabarrati e piccoli calessi sgangherati percorrevano la grande strada centrale su cui si affacciavano case basse e i primi alberghetti allestiti con maestria e senso del commercio dagli abitanti di questa città millenaria, contesa dai persiani, dai russi, dagli inglesi e oggetto di mille battaglie.

Oggi a Kabul o a Herat si arriva in aereo. Si può ancora fare quella strada ma l’ossessione della guerra o dei sequestri fa sì che il viaggiatore sia costretto ad aspettare l’ingresso nel sogno orientale non più a Mashhad ma a Dubai o ad Abu Dhabi, città ad aria condizionata (come Terzani battezzò Singapore nel suo Un indovino mi disse), senza calore umano e in compenso intorpidite da un clima torrido, umido, arrogante e impietoso come la gente del Golfo. L’aeroporto civile della capitale e quello della provincia occidentale – dal 2003 posta sotto controllo italiano – condividono la pista con panciuti aerei militari, grigi come il fumo delle bombe e anonimi come il colore della guerra. C’è poco fascino, se non per gli amanti di elmetti e gagliardetti, nel discendere una scaletta che approda su una terra ostile e polverosa che ospita città militarizzate in piena evoluzione e ormai quasi irriconoscibili. I bulldozer della famiglia Karzai, speculatori di Ankara o Dubai, ostinati ingegneri della sicurezza delle ambasciate, hanno ricoperto la capitale di cemento.


Emanuele Giordana, Viaggio all'Eden. Da Milano a Kathmandu


Emanuele Giordana, giornalista e scrittore, è presidente dal 2016 di “Afgana”, associazione per la ricerca e il sostegno alla società civile afgana.


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