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Vittorio Coco - Polizie speciali

Particolare di copertina
POLIZIE SPECIALI
Dal fascismo alla repubblica

Polizie speciali


Durante la seconda guerra mondiale a Trieste c’era un luogo conosciuto come «villa Triste». Si trattava di un edificio, ora non più esistente, di proprietà di una famiglia di imprenditori ebrei, che nel 1942 era diventato la sede dell’Ispettorato generale di pubblica sicurezza per la Venezia Giulia. In tal modo la villa si era trasformata nel cuore di una delle più feroci esperienze di lotta del fascismo al movimento di resistenza, prima di quello sloveno e croato, poi anche di quello italiano. Infatti, a dispetto dell’ameno indirizzo della sua sede – via Bellosguardo – il personale che vi operava si distinse non soltanto per la messa in pratica di una spietata azione antiguerriglia nei confronti delle bande partigiane del territorio circostante, ma anche per l’utilizzo di una violenza efferata e indiscriminata sugli arrestati, che venivano sistematicamente sottoposti a tortura. Indubbiamente la repressione si rivelò efficace, tant’è vero che l’organismo fu riproposto anche dopo l’8 settembre 1943 dalla Repubblica sociale italiana (Rsi), in stretta collaborazione con le autorità naziste, che lo ritennero strumento utilissimo per il mantenimento di una politica del terrore durante l’occupazione.

Le brutalità dell’Ispettorato giuliano dunque non devono essere lette semplicisticamente come un elemento importato dall’esterno, ossia come una conseguenza del contatto con la Germania, nell’ambito dello stereotipo «italiani brava gente», che è stato a lungo coltivato da narrazioni autoassolutorie e ormai demolito dalla storiografia degli ultimi decenni. La sua esperienza, invece, va inquadrata tutta all’interno del fascismo, come l’applicazione più estrema, e su scala più vasta, di modalità operative e organizzative che erano state già ampiamente sperimentate in precedenza, in contesti diversissimi: degli omonimi organismi, infatti, erano stati creati negli anni Trenta per il contrasto a manifestazioni criminali quali la mafia siciliana e il banditismo sardo, ma anche ad un imprendibile gruppo di fuorilegge responsabile di furti e rapine nell’Italia del Nord-Est. A loro volta, questi ispettorati non sarebbero esistiti, almeno in questa forma, senza lo sviluppo, di poco precedente, delle strutture di indagine politica, e prima tra tutte dell’Ovra, che sono senz’altro uno dei caratteri più riconoscibili dell’apparato repressivo fascista. Ma l’idea affondava le sue radici ancora più indietro nel tempo, in altre esperienze del primo fascismo, di nuovo nel contrasto alla mafia, ma anche tardo-liberali, in questo caso nel tentativo di arginare la violenza squadrista. Si può dunque disegnare un percorso, che si snoda almeno nel corso di tre decenni e che vede la continua sovrapposizione della lotta al sovversivismo politico e di quella al crimine organizzato, in cui l’elemento comune appare la minaccia (reale, potenziale, presunta) all’integrità dello Stato, che negli anni del regime diventa quella al nuovo ordine fascista. Si tratta insomma dell’esigenza, che trova il suo compimento con il fascismo più maturo, di creare dei corpi speciali, alle dirette dipendenze degli organismi centrali di governo, che non debbano rispettare vincoli territoriali (ad esempio la divisione in province) e operino in modo riservato, ricorrendo a un misto di violenza e articolate reti di informatori.

Questo libro si propone di tracciare tale percorso, seguendo le carriere dei funzionari che di volta in volta ne furono chiamati alla direzione. Ciò è possibile perché ci troviamo di fronte ad un gruppo piuttosto compatto, che si specializza in questo genere di servizi, dei veri e propri professionisti dell’intervento straordinario. Tra di essi spiccano – secondo una linea maestro-allievo – Cesare Mori, meglio noto come il «prefetto di ferro», e Giuseppe Gueli, che tra l’altro diresse proprio l’Ispettorato giuliano: è questo, infatti, uno degli assi principali lungo i quali si trasmise nel corso del tempo tutto un patrimonio di conoscenze relativo a pratiche e metodi repressivi, che è poi quello che permette a noi di tenere insieme il contrasto ai banditi della Sicilia più interna con quello dei partigiani del Carso.

Il punto di partenza di questa ricostruzione è la Grande Guerra, che può essere considerato il momento generatore di organismi del genere, tra cui un servizio spionistico, ritenuto il primo della storia d’Italia. Certo, lo specialismo non nasceva allora e in verità l’intero periodo liberale aveva visto a più riprese il sorgere di strutture emergenziali e anche il ricorso a pratiche che ritroveremo nelle pagine che seguiranno. È vero, però, che la partecipazione ad un conflitto di tale portata – come accadde in molti altri ambiti – segnò una cesura fondamentale. In quel delicato passaggio, infatti, si determinarono inedite esigenze (ad esempio, la necessità di uno stretto controllo del «fronte interno»), che portarono all’impiego di modelli operativi nuovi, poi ripresi e rie­laborati dal regime negli anni successivi. Entriamo in tal modo all’interno di una questione cruciale, che è allo stesso tempo complessa e articolata: quella del rapporto tra il fascismo e ciò che lo ha preceduto. Esiste tutta una linea interpretativa, che ha annoverato tra le sue file soprattutto giuristi e storici delle istituzioni (ma non solo), che ha teso a sottolineare le persistenze degli apparati sul lungo periodo, indipendentemente dai cambiamenti di regime politico. Certo, il tema della «continuità dello Stato» non può essere sottovalutato, perché complesso e articolato e, a seconda dell’angolo visuale adottato, l’Italia del Ventennio può apparire in più o meno evidente continuità con quella liberale, in una complessiva evoluzione dello Stato moderno. Tuttavia, prendendo in considerazione soltanto gli aspetti formali relativi a strutture e personale, si vedranno esclusivamente – o quasi – continuità. È necessario compiere un salto qualitativo e non trascurare anche la diversità dei contesti nei quali essi sono inseriti, con tutte le conseguenze che ciò comporta: il passaggio dallo Stato liberale a quello fascista, infatti, implica anche una ridefinizione di funzioni e scopi di quanto esisteva già in precedenza. Si pensi al confino di polizia, che era una diretta filiazione del periodo liberale, nella fattispecie del domicilio coatto, ma il cui inserimento all’interno di un diverso contesto politico e istituzionale ne amplificava enormemente il carattere preventivo e discrezionale. La necessità di uscire fuori da un paradigma rigidamente continuista, adesso largamente condivisa dalla storiografia sul fascismo, era già stata affermata alla metà degli anni Settanta (cioè in un momento di passaggio in questo senso) da Alberto Aquarone, ossia proprio da uno degli storici che in precedenza, richiamandosi anche alla valutazione di Hannah Arendt, aveva negato il carattere totalitario del fascismo. Secondo Aquarone, in un saggio scritto con Maurizio Vernassa, durante il Ventennio gli elementi caratterizzanti il fascismo «agivano ormai ed esercitavano la loro influenza, quale che fosse l’intensità del loro legame con il passato, in modo nuovo e originale, funzionale alle esigenze dello Stato fascista e pienamente sintonizzato sul clima generale che questo aveva interesse a creare o a mantenere».

Nel caso degli apparati di sicurezza, l’esigenza della centralizzazione dovuta all’emergenza bellica (ma anche postbellica) venne ripresa dal fascismo e inserita appunto in questo nuovo contesto, che era quello dell’interruzione dello Stato di diritto, dell’imposizione di uno stato d’eccezione che, a differenza dei precedenti sessant’anni della storia d’Italia, diventava permanente. Lo snodo fondamentale va individuato indubbiamente nella seconda metà degli anni Venti, periodo non a caso introdotto da circostanze definite emergenziali come la sequenza di attentati alla vita di Mussolini (dei quali almeno uno era stato però pilotato ad arte). In quel momento fu non soltanto introdotta una legislazione liberticida (e prima di tutto il testo unico di pubblica sicurezza del 1926) ma, con la gestione del nuovo capo della polizia Arturo Bocchini, fu anche data una strutturazione molto più definita all’intero sistema repressivo. Non si trattò però di un assestamento definitivo, perché invece ciò che caratterizza gli apparati di sicurezza del fascismo è una continua evoluzione, parallela ad una costante tensione verso obiettivi totalitari, in quello stato di perenne «movimento» caratteristico dei regimi di questo tipo, di cui avevano parlato sia Sigmund Neumann che Arendt. Infatti, l’obiettivo di quel sistema poliziesco, come è stato notato negli studi più recenti, non era soltanto un generico contrasto alle opposizioni, ma sempre più con il passare del tempo il controllo generalizzato della società italiana. Ciò avveniva nell’ambito di un inedito tentativo di centralizzazione, in cui un’unica e unificante volontà nazionale doveva irradiarsi dal centro – ossia da Roma e dal duce – verso il resto d’Italia, che si voleva trasformare in un’omogenea comunità nazionale. Mi sembra che il modello dell’Ispettorato di pubblica sicurezza a cui si arrivò nel corso degli anni Trenta rientri pienamente nello

schema descritto fino ad ora. Si trattava infatti di organismi creati ad hoc per affrontare problematiche specifiche, in aree – isole e zone di confine, potremmo definirle «periferie» – che per motivi diversi sembravano essere più refrattarie al progetto di omologazione fascista. E furono proprio queste aree a rivelarsi fondamentali per la strutturazione dell’apparato poliziesco del regime nel suo complesso (e in verità anche sul più lungo periodo).

Tra l’altro il personale degli Ispettorati (antesignani compresi), così come quello di strutture quali l’Ovra, non proveniva dalle file del partito, ma era composto da funzionari statali. Si tratta di un elemento importante, perché è tra quelli alla base del fraintendimento che per lungo tempo c’è stato sulla natura stessa del fascismo, ritenuto semplicemente un regime conservatore e autoritario e non una dittatura moderna (totalitaria?) come il nazismo, che diede invece la preminenza alle SS, ossia appunto a una forza che proveniva dal partito. In effetti anche il fascismo creò strutture che erano espressione diretta della «rivoluzione» quali la Milizia volontaria per la sicurezza nazionale (Mvsn), gli alti funzionari furono progressivamente ibridati con elementi di altra provenienza (si pensi ai cosiddetti prefetti «politici») e il Partito nazionale fascista (Pnf) cercò di dotarsi di propri sistemi informativi. Tuttavia, nel corso del Ventennio fu comunque la pubblica sicurezza a recitare un ruolo chiave nella gestione degli apparati di repressione, probabilmente perché ritenuta in definitiva più affidabile e tecnicamente più capace. Ciò non significa che dobbiamo ritenere questo personale del tutto estraneo al fascismo, come se quello formatosi alla fine del 1922 fosse soltanto un governo come un altro. Non possiamo cioè prestare fede ad alcuni dei protagonisti stessi che, pur avendo diretto zone Ovra e Ispettorati con la carica di ispettore generale (che potremmo in sostanza definire come una sorta di super-questore), in modo interessato nel secondo dopoguerra cercavano di prendere le distanze dal caduto regime, professandosi esclusivamente servitori dello Stato. Invece, durante il fascismo costoro avevano goduto della piena fiducia dei loro superiori (prima di tutto di Bocchini, ma poi dello stesso Mussolini), che li consideravano dei punti fermi in un sistema repressivo tendente invece a farsi sempre più caotico proprio per la moltiplicazione stessa degli apparati, che si sovrapponevano e non di rado confliggevano tra loro (e che si aggiungeva al tradizionale dualismo tra pubblica sicurezza e carabinieri). Ciò non accadeva soltanto per opportunismo, per la voglia di «fare carriera», ma spesso per una completa adesione ideologica e culturale al fascismo, di cui venivano condivisi i modi e gli obiettivi.

Un esempio emblematico è costituito dall’esercizio della violenza. Ovviamente la polizia del regime non fu la prima ad utilizzare le maniere «forti»; è vero, però, che nel modo in cui esse venivano intese e applicate possiamo individuare una differenza fondamentale rispetto al passato. Anche in questo caso, cruciale era stata l’esperienza della Grande Guerra, con la carica di violenza che avevano portato con sé coloro che erano tornati dal fronte. E fu questo il brodo di coltura dal quale si sviluppò il fascismo, che si configurò fin da subito come un partito-milizia, ossia un soggetto politico che faceva della violenza uno dei suoi elementi fondativi. Ciò è visibile in maniera più chiara nello squadrismo, ma è presente un po’ in tutti gli aspetti dell’esperienza fascista, apparati di repressione compresi. Una delle sue caratteristiche fu l’abile dosaggio con il quale la violenza fu esercitata, rimanendo sempre all’interno di un progetto ben preciso. Restiamo ad alcuni dei casi che vedremo più da vicino. Ai due estremi cronologici abbiamo le operazioni di stampo terroristico della campagna antimafia condotta da Mori tra il 1925 e il 1929 e l’azione antipartigiana dell’Ispettorato giuliano di Gueli che, accanto alla repressione concreta, avevano rispettivamente l’obiettivo di conquistare un consenso o portare ad una dissuasione attraverso l’uso di una forza «visibile». Nel corso degli anni Trenta, invece, abbiamo la violenza meno ostentata degli altri Ispettorati, così come delle zone Ovra, ma non per questo meno efficace e che comunque poteva raggiungere dei picchi significativi come la pubblica esecuzione dei banditi sardi nel 1936. Certo, con il fascismo non si raggiunsero mai i livelli di un terrore generalizzato come nei casi nazista e stalinista, però non può essere questo l’esclusivo metro per valutare l’efficienza del sistema nel suo complesso. Andrebbero anche considerati, ad esempio, gli effetti di natura psicologica che provocava la consapevolezza della sola esistenza di strutture quali l’Ovra. Come ha scritto recentemente Michael R. Ebner: «nelle parole e nei fatti il regime fascista ha ricordato costantemente agli Italiani che pur non mettendo in atto violenze [...] su larga scala, rivendicava il diritto di picchiare, torturare e uccidere con impunità coloro che venivano individuati come nemici» e dunque «la paura di una punizione senza restrizioni da parte della legge rappresentò [...] una forma di terrore».

Il crollo del fascismo nel 1943, come si è detto all’inizio, non segnò la fine dell’Ispettorato giuliano, che fu mantenuto in vita sotto la Rsi fino alla fine della guerra. In questo passaggio la sua composizione rimase pressoché immutata, così come quella di molte zone Ovra, il cui personale giurò fedeltà al nuovo governo fascista. Ciò accadeva sia per una conferma delle proprie convinzioni ideali, sia per la volontà di seguire fino in fondo coloro ai quali si doveva l’avere raggiunto delle posizioni tanto rilevanti. Ma quasi contemporaneamente, all’altro estremo geografico, e in tutt’altro contesto, quello della Sicilia appena occupata dagli alleati, prendeva vita un altro Ispettorato. A differenza di quello giuliano, che era diventato uno strumento di terrore generalizzato, con quello siciliano si voleva invece riproporre il modello degli anni Trenta, per tentare di porre un freno alla recrudescenza criminale, in primis del banditismo. Ne è una prova il fatto che alla guida dell’organismo, che sarebbe restato in vita fino alla fine del decennio – dunque non solo dopo il ritorno dell’isola all’Italia, ma anche dopo la nascita della repubblica – sarebbero stati chiamati alcuni dei superstiti dell’ultima generazione di poliziotti specializzati del fascismo.

Il nuovo Ispettorato siciliano era in verità lo specchio di un trend, che era quello della persistenza di uomini e strutture del fascismo all’interno degli apparati di sicurezza dell’Italia repubblicana. Basti pensare al caso di molti tra gli alti funzionari di p.s., che passarono quasi indenni dal processo di epurazione, tornando a ricoprire incarichi di rilievo: un caso per tutti è quello di Gesualdo Barletta, già capo della zona Ovra del Lazio, che dal 1948 guidò la Divisione affari riservati, ossia la base del ricostituito sistema informativo. Dunque ritorniamo di nuovo alla questione del rapporto tra continuità e rottura, questa volta tra il fascismo e ciò che lo ha seguito, che è altrettanto complessa della precedente. Vi concorrono diversi elementi, sia di carattere esterno, come una situazione internazionale che si stava delineando all’insegna del bipolarismo della guerra fredda (e in cui l’Italia era parte del blocco anticomunista), sia interno, come le persistenze in altri ambiti quali la magistratura, su cui in parte ricadeva proprio la reintegrazione di molti alti funzionari di p.s.; o, ancora, la priorità che le nuove classi dirigenti diedero alla normalizzazione dell’ordine pubblico, affidandosi appunto a uomini di provata esperienza.

Non sfuggiranno, infine, i punti di contatto tra alcune delle strutture di cui si è detto fino ad ora, e quelle di altre fasi della storia dell’Italia repubblicana. Mi riferisco, ad esempio, ai Nuclei speciali antiterrorismo, che videro la luce negli anni Settanta del secolo scorso su iniziativa del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, sia prima che dopo impegnato anche nella lotta alla mafia in Sicilia. Siamo in uno dei momenti più critici della nostra storia recente, perché l’azione dei gruppi eversivi si stava trasformando in un attacco diretto alle istituzioni dello Stato. In un clima di emergenza nazionale, venivano recuperate alcune delle metodologie operative del passato, grazie anche al fatto che il giovane Dalla Chiesa alla fine degli anni Quaranta aveva militato nel Comando forze repressione banditismo (Cfrb), primo erede degli Ispettorati, in cui però il ruolo preminente veniva assunto dall’Arma. Con Dalla Chiesa, dunque, ritornava la figura dell’esperto di «cose siciliane», ossia di lotta alla criminalità organizzata, che si saldava con la salvaguardia della sicurezza nazionale. Ovviamente, il recupero non riguardava certo l’uso indiscriminato della violenza, ma l’idea stessa del corpo speciale, che potesse ad esempio sfaldare i gruppi dall’interno, facendo ricorso alla pratica dell’infiltrazione. Ad alcuni dei contemporanei tutto questo ricordò troppo da vicino il fascismo e ci si chiese se uno Stato di diritto potesse fare ricorso a sistemi di questo genere. Furono polemiche dai toni aspri, ma in alcuni casi – si pensi a Leonardo Sciascia – anche importanti per il mantenimento di una coscienza critica. È vero, però, che nel caso specifico, andava considerata una fondamentale differenza dei contesti e delle persone: non si trattava più di strumenti al servizio di un regime tirannico e liberticida, ma di una democrazia che doveva lottare fino in fondo per la sua sopravvivenza, affidandosi a uomini di elevato profilo come Dalla Chiesa. E quanto messo in pratica dal generale (e da ciò che alla sua esperienza si è poi ispirato, soprattutto il Raggruppamento operativo speciale, ma anche la Direzione investigativa antimafia) ha dimostrato, insieme ad una legislazione dal carattere eccezionale, di essere uno strumento decisivo per il contrasto ai fenomeni del terrorismo politico e della mafia, per la salvaguardia della democrazia. 


Vittorio Coco, Polizie speciali. Dal fascismo alla repubblica


Vittorio Coco, dottore di ricerca in Storia contemporanea, insegna all’Università di Palermo.


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