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Giulio Milani - I naufraghi del Don

Particolare di copertina
GLI ITALIANI SUL FRONTE RUSSO
"Come una pietra che rotola"


I naufraghi del Don

Attraverso la voce vivida e intensa degli ultimi testimoni, Giulio Milani ci offre un potente affresco della più drammatica battaglia combattuta dall’esercito italiano nella seconda guerra mondiale: la ritirata di Russia dal Don verso casa. Ecco alcune pagine.


 Alle due di notte del 27 gennaio, con un grido che rimbalzò da un’isba all’altra, arrivò l’ordine di lasciare Nikolaevka. La partenza fu poi rinviata alle tre del mattino, anche se Nasci aveva promesso che la ripresa del movimento verso la salvezza avrebbe avuto inizio il prima possibile: gli ufficiali come Revelli dovettero impiegare del tempo nel compito straziante di scegliere, tra i feriti, i meno gravi da portare via.

Il ritardo si accrebbe, tanto che il colonnello Heidkämper se ne lamentò con Reverberi: ne nacque un diverbio così acceso che fu costretto a intervenire, per ricomporlo, lo stesso comandante del corpo d’armata.

Nel buio, la tensione e la disperazione raggiunsero il culmine: i feriti più gravi urlavano, non volevano essere abbandonati in mano ai russi, dopo che li avevano affrontati per aprire la strada a tutti gli altri. Quando ai muli venne messa la cavezza, ci fu perfino chi strusciò nella neve fino ad aggrapparsi alle slitte, mentre piativa un posto a bordo, tra le lacrime.

L’alpino della 46a compagnia Rinaldo Tironi, un trentenne originario della Valtellina, chiamò Revelli, gli chiese se lo riconosceva e alla fine lo implorò di non lasciarlo: rimase a Nikolaevka con gli altri, nel freddo, secondo una legge bestiale alla quale nessuno sembrava più in grado di opporsi.

Al momento della partenza, Aldo Grassi si stava litigando il miele di un favo con un gruppo di alleati, quando all’improvviso si sentì chiamare: «Duccio!».

L’artigliere riconobbe l’inflessione di Carrara. «Sandro!» gli rispose al volo. «Sei te?».

«No», lo corresse l’altro. «Sono Nello!».

Aveva i lineamenti travisati dal passamontagna: succedeva anche in colonna, durante la marcia; magari ti passava accanto un fratello e non te ne accorgevi.

Aldo si liberò dei tedeschi e attraversò la strada per andare ad abbracciarlo: l’amico, che proveniva dal suo stesso quartiere, la Prada, era seduto per terra, con le gambe congelate.

Nello si alzò a fatica e lo accompagnò all’interno di un’isba, dove altri congelati attendevano sull’impiantito, sdraiati uno accanto all’altro. L’amico gli raccontò che si trovava lì da cinque giorni: l’ingresso della colonna a Nikolaevka aveva consentito la liberazione di molti prigionieri, italiani e tedeschi, che i sovietici avevano radunato nel paese. Adesso, però, le sue forze erano allo stremo: gli comunicò che non avrebbe proseguito, ma avrebbe aspettato i russi insieme agli altri.

Aldo cercò di rincuorarlo, gli offrì il miele dell’arnia e gli disse che se avesse mangiato, avrebbe ritrovato le forze per seguirlo. Intanto, la colonna stava defluendo avanti a loro.

Nello obiettò che non poteva camminare. Allora Aldo gli sfilò gli scarponi, prese la propria coperta, la tagliò col coltello e gli fasciò le parti intorno ai piedi: tutto inutile. L’amico piangeva, e non voleva saperne di alzarsi.

Grassi aveva la febbre addosso, stava male, era preoccupato di restare indietro e di cadere in mano ai russi: lo maltrattò. Per scuoterlo, gli gridò che non era il momento di piangere, ma di alzarsi e di uscire dalla sacca.

«Siamo fuori!», gli urlò. «Alzati, Nello! Perdio, in piedi!».

Niente da fare: alla fine, dovette tirarlo su a forza, mentre lo ricopriva di insulti e di minacce. L’altro, in modo stento e dolorante, acconsentì a muovere qualche passo.

Non era ancora mattina, e all’improvviso si sentirono degli spari: poiché temeva che fossero i russi, l’artigliere lanciò un tavolino contro una finestra, dalla parte dell’isba più vicina alla direzione di marcia della colonna, e aiutò l’amico a scavalcare.

«Venite!», gridò anche agli altri congelati, «venite che arrivano!». Nella concitazione del momento, riuscì a tirarsi dietro quelli che ce la facevano.

Insieme, guadagnarono la coda della colonna.

La partenza aveva subìto un nuovo rinvio alle quattro del mattino, ma solo alle cinque, quando ormai Heidkämper minacciava di partire coi suoi tre cannoni d’assalto – due dei quali, però, non versavano in buone condizioni e senza l’appoggio della fanteria alpina non sarebbero potuti andare lontano –, la testa della Tridentina era riuscita a riprendere la marcia.

Lo sbarramento principale era stato superato.

Camminarono ancora per sei giorni e cinque notti, nel gelo polare e nella tormenta, incontrando diversi centri di fuoco, sotto i continui attacchi della caccia sovietica.

I piloti russi volavano senza disturbo, mitragliavano la colonna ininterrotta degli sbandati, che si allungava nella steppa per la profondità di decine di chilometri.

Il sergente camminava da solo.

La notte prima aveva dormito in una stalla, dove per ripararsi dal freddo gli alpini avevano bruciato degli sterpi. Quando il trambusto lo aveva risvegliato, era ancora notte, e gli scarponi gli si erano bruciati ai piedi: adesso cadevano in pezzi, e anche lui fu costretto a legarci intorno degli stracci. Nel buio, aveva perso il contatto coi superstiti della sua compagnia: tutto intorno, i feriti gemevano nella neve e nelle isbe.

Il sergente non pensava più a nulla, né a ritrovare i compagni né alla baita. Si sentiva arido come un sasso, e come un sasso veniva rotolato dal torrente. Più niente lo impressionava, più nulla poteva commuoverlo. Se avesse dovuto combattere di nuovo, lo avrebbe fatto da solo. Non voleva più ricevere ordini, né darli. Aveva dodici colpi per il moschetto e tre bombe a mano: forse non c’era nessuno, nella colonna, che avesse tante munizioni quante lui. Se fosse stato costretto a combattere di nuovo, non si sarebbe più curato di quanti lo avessero seguito o sopravanzato: ormai era solo, libero di tutto, come per una caccia nei boschi.

La colonna procedeva a monconi. Un altro giorno di cammino nella neve, poi la notte in un’isba, poi di nuovo un giorno di cammino nella neve. Avanti un piede via l’altro, con il cuoio delle scarpe che aveva formato una piaga viva sulla pelle. Le ginocchia crocchiavano, gli venne la dissenteria. Ancora un giorno di marcia, altri feriti abbandonati, insieme agli ultimi cannoni: lui andava sempre avanti, con l’aiuto di un bastone e l’andatura del vecchio viandante.

Un giorno di quelli, il sergente entrò in un’isba e si cucinò un colombo, a cui aveva sparato all’ingresso del villaggio. Mentre mangiava, entrarono degli ufficiali, giovani e disarmati, che dopo poco se ne andarono.

Quando Rigoni fece per riprendere il moschetto, non c’era più. Chi era stato? Adesso che stavano per uscire dalla sacca, quanti non avevano le armi, i più, cercavano di sottrarle a chi aveva combattuto: lui aveva buttato l’elmetto, lo zaino, la maschera antigas; aveva perso i guanti e si era bruciato le scarpe, non poteva presentarsi ai suoi compagni senza il moschetto: trovò un vecchio fucile nell’isba, e prese quello.

Raggiunse gli altri. Nella colonna si sentiva imprecare e litigare sempre più spesso: erano tutti diventati irascibili, nervosi, le discussioni nascevano per nulla. Per quanto ancora avrebbe resistito?

Altri villaggi comparvero lungo la strada. Il sergente ritrovò un paesano, poi le prime facce note dopo tanto tempo, finché il sole non cominciò a farsi sentire: le giornate si stavano allungando.


Giulio Milani, I naufraghi del Don. Gli italiani sul fronte russo 1942-1943


Giulio Milani ha pubblicato per Baldini & Castoldi il romanzo Gli struggenti e per Transeuropa il romanzo La cartoonizzazione dell’Occidente e il saggio sul romanzesco L’arte della scrittura e della caccia col falcone. Ha curato le antologie di scrittori emergenti I persecutori (con Marco Rovelli) e di esordienti Over-Age. Apocalittici e disappropriati. Ha intervistato lo scrittore Mario Rigoni Stern in Storia di Mario. Mario Rigoni Stern e il suo mondo. In ambito editoriale, è stato promotore e coordinatore della collana di coedizioni “Indies” di Feltrinelli e dello scaffale di tutela della bibliodiversità con LibrerieCoop.


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