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Emanuele Ertola - In terra d'Africa

Particolare di copertina
IN TERRA D'AFRICA
"Il ruolo delle donne"

In terra d'Africa

La storia degli uomini e delle donne che colonizzarono l’Impero,  i loro sogni e le loro aspettative, le loro esperienze e i loro giudizi su questa breve, ma decisiva esperienza.


Le donne italiane trasferitesi in Etiopia, circa diecimila, non erano un numero elevato in termini assoluti; ma considerando che nei primi e più difficili anni di colonizzazione l’immigrazione femminile è sempre molto bassa, il raggiungimento di tale cifra in così poco tempo e in una colonia di nuova conquista appare straordinario. Questo risultato fu ottenuto attraverso un attivo incoraggiamento dell’emigrazione femminile da parte del regime, per il quale il bilanciamento dei sessi costituiva un problema tra i più urgenti. Quali erano le ragioni di quest’ansia circa la presenza femminile? La risposta sta nei ruoli che le europee emigrate avrebbero ricoperto nella nuova società coloniale, rendendole una delle principali armi per la difesa della supremazia bianca.

Nel XX secolo le colonie di insediamento furono il luogo in cui la famiglia nucleare trovò la sua massima espressione, appoggiata e sostenuta in ogni modo dall’autorità, poiché la sua egemonia era una delle poche garanzie di sopravvivenza della bianchezza. In quanto moglie, la donna coloniale avrebbe dovuto porre sotto controllo – e teoricamente sotto esclusiva – la libido maschile, evitando che si esplicasse attraverso relazioni interrazziali. Disciplinando la sessualità, la colona-moglie sarebbe quindi stata garante dell’ordine sociale coloniale, e primo baluardo contro il meticciato, che di quest’ordine era la negazione. Appena conquistata l’Etiopia, Mussolini subito telegrafò a Badoglio e Graziani: «Per parare sin dall’inizio i terribili et non lontani effetti del meticcismo disponga che nessun italiano – militare aut civile – può restare più di sei mesi nel vice-reame senza moglie». Un anno più tardi Graziani, ora viceré e governatore generale, inoltrò ai governatori dell’impero un dispaccio del ministro Lessona sul «problema della razza», in cui si suggeriva che, tra i provvedimenti preventivi da prendere, «il più naturale ed il più morale» sarebbe stato «certamente quello di rendere facile in ogni modo alle mogli rimaste in Italia» il ricongiungimento con i mariti; pertanto ufficiali, sottufficiali e funzionari avrebbero dovuto farsi raggiungere «entro brevissimo termine», superando i disagi e la difficoltà nel trovare alloggio grazie allo «spirito di sacrificio» e al «sentimento patriottico» delle donne italiane. Anche la Santa Sede si preoccupava moltissimo: il pontefice, a colloquio con il ministro degli Esteri Ciano, facendo riferimento al meticciato come al «temuto inconveniente», suggerì di «avviare in A.O.I., per quanto possibile, delle famiglie piuttosto che degli individui isolati e procurare di dare a tutti una coscienza religiosa».

Oltre a disciplinarne la sessualità, la donna avrebbe concepito assieme al colono dei figli, ed il ruolo di madre era altrettanto cruciale: da un lato, procreare avrebbe incrementato numericamente la società bianca, e la donna era perciò necessaria a combattere la lotta a lungo termine per uscire dallo status di minoranza utilizzando come arma il tasso di natalità; dall’altro lato, non meno importante, doveva generare e crescere una stirpe razzialmente pura, forte perché allevata secondo moderni principi d’igiene, e moralmente sana, diventando quindi il principale strumento dell’ossessione eugenetica per il miglioramento della razza. In questo caso, l’ideologia settler si sposava alla perfezione con la visione fascista della donna italiana il cui primo dovere era – sull’onda della politica demografica pronatalista voluta da Mussolini – essere madre. I risultati dell’incremento di presenza femminile sono evidenti se si guarda al numero delle nascite, in costante e rapido aumento: già più di 200 nel 1938, erano salite a più di 700 nel 1939 per rimanere stabili sulle stesse cifre l’anno successivo. In questo modo i coloni si radicavano nel nuovo territorio, costituendo o ampliando il loro nucleo familiare in loco, e la società nel suo complesso, per effetto della presenza femminile, si stabilizzava, sempre meno alimentata dall’immigrazione e sempre più tesa, invece, ad autoriprodursi.

Infine, più sfuggente ma intimamente connesso con quello di moglie e madre, era il ruolo della donna coloniale come custode e garante della bianchezza in quanto artefatto culturale, attraverso la sua sola presenza, di particolare effetto nel nuovo ambiente. Come ricordava una giornalista italiana alle sue lettrici:

la nostra femminilità ha – qui – quasi più importanza. La nostra grazia acquista in questa cornice un che di irreale. Ogni nostro gesto è più osservato, più sentito nel gran silenzio di queste notti. E l’uomo, stanco della sua maggiore fatica, ci è maggiormente grato del nostro dono di dolcezza.

Un militare di stanza nell’impero confermava questa visione, annotando sul suo diario il 1° marzo 1937:

In “Colonia” cominciano ad arrivare famiglie di Ufficiali e di civili, che lasciano l’Italia per raggiungere il proprio congiunto; anche qui – nella cittadina di Dessié – sono giunte alcune Signore mogli di Ufficiali. Un po’ di... bianco femminile in tanto... nero, non ci stà male!!

Dal punto di vista del maschio colonizzatore, la presenza delle donne bianche non solo ingentiliva in qualche modo l’aspro ambiente, ma lo rendeva anche «più bianco», meno africano e più simile alla patria. E poiché conquistare e domare una «terra selvaggia» non ha solo a che fare con la costruzione di strade ma anche, da un punto di vista culturale e sociale, con uno «sbiancamento» dello spazio, all’interno dell’ambiente domestico tale operazione era direttamente o indirettamente collegata alla presenza femminile. La donna aveva bisogno di maggiori comodità, di una sistemazione migliore, di più servitù; citando Stoler, di essere mantenuta secondo standard più elevati, circondata dagli artefatti culturali caratterizzanti l’identità europea Non si trattava solo di aspetti della cultura materiale, ma anche della vita sociale, in particolare il controllo della rispettabilità borghese che era appannaggio, sotto molti aspetti, della donna. Come si poteva leggere in una delle tante pubblicazioni di argomento coloniale, la donna italiana in Etiopia avrebbe dovuto sorvegliare i costumi dell’uomo, cercando ad esempio di «impedire l’uso della bestemmia», ed avrebbe gestito i rapporti tra i connazionali, prevenendo dissensi e pettegolezzi e tenendo sempre la condotta più opportuna:

farà tacere ogni eccesso di ambizione, si sforzerà di contenere il proprio tenore di vita nel limite del suo grado sociale, avrà riguardo per le più anziane di età e di permanenza in Africa, castigherà la loquacità femminile, si sforzerà di allontanare da sé qualsiasi punta di gelosia.

Madre, moglie e custode della moralità, emigrando nell’impero avrebbe dovuto rinunciare ad agi e comodità per poter, senza distrazioni, «assistere l’uomo in ogni circostanza della vita». Ruoli e funzioni ben delineati da un’ampia pubblicistica e da veri e propri corsi organizzati dal partito per preparare le italiane alla vita coloniale. Anche questa non era una caratteristica tutta italiana. Nell’impero britannico, soprattutto a partire dal primo dopoguerra, l’emigrazione femminile fu una delle prio­rità e vennero istituiti ad esempio corsi preparatori per donne single che sarebbero andate a svolgere lavori domestici nell’impero, nell’ottica di inviare così nelle colonie una buona quantità di quello che era considerato il right type of girl: una lavoratrice domestica, legata alla casa e abituata alla sottomissione, molto più della maggiormente indipendente categoria delle operaie, dunque perfetta per svolgere il ruolo di moglie e madre in colonia.

In Italia, le donne venivano addestrate alla vita coloniale dalle organizzazioni femminili del partito fascista, in campi appositamente attrezzati e attraverso la distribuzione di manuali, fornendo loro principalmente nozioni generiche su questioni pratiche (adattamento alle difficoltà materiali, igiene, cura dell’orto, puericultura, economia domestica) e sul mantenimento del prestigio di razza. Tali corsi di preparazione, ammesso che le donne che li frequentarono fossero poi quelle che effettivamente sarebbero emigrate, fornivano informazioni assolutamente superficiali e semplicistiche, completamente scollegate dalla realtà della situazione: si pensi ad esempio che nei manuali di preparazione coloniale distribuiti dal partito alle donne, tra gli insegnamenti di igiene tropicale c’era, nell’ambito di un generico monito a mantenere la distanza dai neri, l’invito a non abitare mai in tucul abitati in precedenza da questi per non correre il rischio di contrarre infezioni. Alla luce della reale situazione abitativa dei coloni, l’assurdità di queste raccomandazioni è evidente.

In Etiopia, una volta giunte, le colone avrebbero trovato un ambiente ufficialmente tanto tradizionale e paternalistico quanto quello italiano. Radio Addis Abeba riservava loro un quarto d’ora giornaliero, con la trasmissione di Simonetta su argomenti «che interessano particolarmente il mondo femminile: moda, economia domestica, arredamento della casa» ed interventi quale «truccatura, schiavitù del volto femminile». Le iscritte ai Fasci Femminili trascorrevano le loro giornate tra il confezionamento di corredi per le ragazze di condizione modesta che si sposavano, le lezioni di puericultura, l’ascolto di conferenze come «Vivere nella mistica dell’autarchia» o «Formare la coscienza imperiale delle donne», la visita agli ospedali della città e – immancabilmente – i corsi di taglio e cucito. Le attività e l’ambiente che il partito predisponeva in Etiopia erano quindi pensati per l’ideale di donna fin qui tratteggiato, madre e moglie esemplare. 


Emanuele Ertola, In terra d'Africa. Gli italiani che colonizzarono l'impero


Emanuele Ertola, laureato alla Sapienza Università di Roma, ha conseguito il dottorato di ricerca presso l’Università di Firenze.


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