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Enrico Camanni - Il desiderio di infinito

Particolare di copertina

IL DESIDERIO DI INFINITO
La prima biografia di Giusto Gervasutti


Il desiderio di infinito

A oltre settant'anni dalla morte, la prima biografia di Giusto Gervasutti, 'il Fortissimo' dell'alpinismo classico italiano, firmata da Enrico Camanni.


 Solo chi ha assistito a certi tramonti invernali sugli scudi di gneiss della Rocca Sbarua o dei Tre Denti di Cumiana, quando la roccia sembra prendere fuoco, sa che a pochi chilometri da Pinerolo e a mezz’ora dall’hinterland torinese esiste un piccolo Monte Bianco con i suoi pilastri, i suoi diedri, le sue meraviglie.

Ai montanari della Val Noce importava poco di quei pezzi di roccia, anzi ne avevano paura. Sbaruvé in piemontese vuol dire «spaventare». Se capitava, salivano sulla cima erbosa del Monte Freidour per riprendersi una capra scappata troppo in alto, prima che l’animale potesse cadere dalle balze della Sbarua. Più frequentemente salivano il Dente orientale di Cumiana, che con i due gemelli prolunga e completa l’anfiteatro geologico. Il Dente orientale è una guglia sacra affacciata sulla pianura e sul frastagliato skyline delle Alpi cuneesi, dalle Marittime al triangolo del Monviso. La cima è raggiunta da un sentiero in parte scavato nella roccia, e in vetta si trova una cappella. Sulla Rocca Sbarua invece ci sono solo rododendri e precipizi.

Anche se non raggiungono neanche i millecinquecento metri, gli speroni fessurati della Rocca e dei Denti hanno respinto ogni approccio per la severità delle forme. Solo gli alpinisti potevano esserne ammaliati. Nel 1927 l’arrampicatore pinerolese Ettore Ellena registra sul diario di montagna le prime scalate sulle rocce del Monte Freidour. È accompagnato da due o tre ardimentosi concittadini con i quali esplora e battezza le placche più evidenti, ma non passa molto tempo prima che il vicino ambiente torinese venga a conoscenza del favoloso terreno di allenamento. Le storiche palestre dei Picchi del Pagliaio, di Rocca Sella e delle Lunelle, distribuite tra la Val Sangone, la Valsusa e la Valle di Viù, sono ormai usurate dai troppi passaggi e non offrono più le difficoltà cercate da scalatori come Gabriele Boccalatte e Michele Rivero. Proprio Boccalatte inventa un numero da funambolo sulla lastra compatta che sovrasta il primo salto della Sbarua, superando una placca di trenta metri completamente inchiodabile e ornata per metà da una sottile vena di quarzo che invita alla scalata. Il fatto è che dopo la vena non si torna più indietro... Ci vuole l’arte del musicista per calmare il battito del cuore, appoggiare gli scarponi sui grani bianchi e lievitare in cima alla placca. A gioco fatto la difficoltà è «solo» quinto grado, ma che classe, e che fegato!

Anche Gervasutti frequenta le vie di roccia del Pinerolese. Nel 1937 salirà la più bella fessura della Sbarua, una temeraria arrampicata alla Dülfer.

Lui, ragazzo della dolomia, ha scoperto l’imitazione del granito e dell’arrampicata granitica sui Denti di Cumiana, adattando la mente, gli occhi e il corpo alla nuova morfologia.

Sulla prima placca – scrive Massimo Mila – il candidato s’era innalzato d’un paio di metri, convinto di trovare i buchi che nel calcare permettono di salire su inclinazioni ben più esposte, poi li aveva riscivolati fino in fondo. Aveva sbuffato un po’ col naso, come faceva spesso, poi ci si era rimesso, e fu chiaro che aveva capito subito la situazione.

I Denti gli piacciono perché hanno qualcosa in più della palestra: dopo le prime spolverate di neve autunnale si può fingere di essere in alta montagna, regalandosi una coda di stagione. Per i piemontesi la via del Brik e lo spigolo del Dente orientale sono il tradizionale check-up di fine inverno; con i primi caldi primaverili si va ai Denti a provare i passaggi noti per misurare lo stato di forma. «Fatto bene il passaggio delle ‘pinze’» annota Boccalatte sul diario, come a dire «sono stato dal medico e mi ha trovato a posto».

Nell’autunno del 1933 Gervasutti accompagna sui Tre Denti il re del Belgio Alberto I. Non si conoscono di persona: Giusto sa che Alberto è re e Alberto sa che Giusto è alpinista. Nient’altro. Albert Léopold Clément Marie Meinrad è una personalità di rilievo nel panorama politico europeo, un uomo molto impegnato, ma tra un dovere e l’altro coltiva la segreta passione dell’alpinismo. È incoronato dal 1909, l’anno di nascita di Gervasutti, e avvicinandosi ai sessant’anni architetta scalate di nascosto per recuperare il tempo. Ha eliminato il tabacco, l’alcol e la carne, ha perso qualche chilo e usa occhiali spessi contro la miopia. In montagna, liberandosi degli obblighi di corte, vive la seconda giovinezza. Nei primi giorni di settembre ha scalato la parete di Preuss sul Campanile Basso di Brenta e poi il Catinaccio in condizioni quasi invernali. Quindi è ben allenato, scattante e smanioso.

Giusto racconta i giorni regali in pagine di appunti particolarmente dettagliate. Sono solo annotazioni a caldo sul taccuino a quadretti, buttate giù per non dimenticare, con la solita calligrafia affrettata, però sono vere. L’incontro più ufficiale della sua vita è paradossalmente il più libero dall’ufficialità della scrittura e troviamo un Gervasutti assai credibile, garbatamente scabro, divertito e rilassato, addirittura pigro. Troviamo anche un re simpatico e confidenziale, che vuole scalare e divertirsi come un bambino.

L’appuntamento è stato combinato dal conte Aldo Bonacossa, alpinista giramondo e uomo di mondo, fratello del proprietario della «Gazzetta dello Sport». Bonacossa e re Alberto sono amici di vecchia data e hanno scalato insieme in Grigna, sulle Dolomiti e nel Kaisergebirge. Martedì 26 settembre Gervasutti raggiunge il conte a Milano, dove è pronta la potente automobile con autista che deve accompagnarli a Como. Re Alberto arriva con il treno delle 12,56, puntuale. Rapida stretta di mano e l’auto parte a tutta velocità.

La maggiore preoccupazione del Re è di non farsi seguire – scrive Gervasutti –, affanno dei commissari, costernazione delle guardie che rinunciano all’inseguimento. Alle 3 (del pomeriggio) siamo a Torino e alle 9 ad Acceglio. Piove, e non c’è speranza per domani.

L’intenzione era di scalare la Rocca e la Torre Castello, incantevoli guglie di quarzite che chiudono la testata della Val Maira. Dato il pessimo tempo si alzano con calma e scendono a Saluzzo per la colazione:

entriamo a prendere tre caffè latte. Il Re li vuole in capaci scodelle. «Andiamo d’accordo» penso io. Alla fine fa il bis. Poi bevendo con la tazza sollevata con due mani ci chiede sorridendo: «Va bien comme ça?».
Mercoledì sera andiamo al cine a Cuneo. Nei primi posti in platea, perché teme in galleria di incontrare degli ufficiali che lo conoscano... Davanti a noi dei ragazzi schiamazzano e due artiglieri in permesso fanno dello spirito. Alla mia sinistra viene a sedersi un soldatino che a un certo punto tira fuori una «popolare» e mi chiede, forse vedendo che eravamo ben vestiti: «Do mica noia?».

Il giovedì si svegliano ancora sotto la pioggia. Partono lo stesso per Pinerolo e i Tre Denti. Brutto tempo, salgono ugualmente. Fa freddo e il re porta soltanto una camicia di flanella sulla pelle nuda, senza maglione. Quando Bonacossa «si ritira in buon ordine», Gervasutti chiede al suo secondo di cordata: «Scendiamo anche noi?». Il re risponde imperturbabilmente di no.

Fa uno strano effetto vedere un uomo già con i capelli bianchi e con la camicia completamente bagnata, aperta sul petto nudo e strappata lateralmente da uno spuntone, flettersi e distendersi sotto lo sforzo della salita. E sapere che quell’uomo è un Re.

Alla sera sono di nuovo a Cuneo. Dopo cena il re e l’alpinista escono a camminare sotto i portici di piazza Galimberti, dove almeno non ci si bagna. Parlano di guide alpine, vino, campioni di sci e pasticcerie piemontesi. Alla fine Gervasutti chiede: «Ma non aveva freddo, oggi, bagnato così?». Il re risponde con due punti esclamativi: «Oh! Je suis comme un faisan!» (Io sono come un fagiano).

Il venerdì ripartono per la Rocca Castello e salgono la Val Maira fino ad Acceglio. Piove. Tornano indietro disgustati. Il re telefona alla figlia per pranzare insieme, ma la figlia non viene. Alberto è di cattivo umore per il maltempo: «A che cosa è servito far venire un grande alpinista?» dice a Gervasutti, lusingandolo. La sera il tempo si aggiusta e sabato riescono finalmente a scalare all’asciutto sui Denti di Cumiana.
«È il nostro piccolo Dru» confida Gervasutti sulla cima del Dente orientale, con l’orgoglio del piemontese di adozione. «E quello è il Monviso» aggiunge tendendo il braccio al tramonto.
«Le Monvisò» ripete il re.
La perturbazione è passata, finalmente si vede il profilo delle Alpi.
«Maintenant on peut aller à la montagne». Brillano gli occhi di Alberto.

Ripartono con l’automobile. Cuneo, Dronero, Acceglio. La Val Maira sembra un posto diverso nel sole dorato di ottobre. Da Chiappera salgono al colle Greguri, dove la Torre Castello veleggia nelle nebbie del mattino. «Un altro Campanil Basso», pensa il re. Gervasutti lo guida per le cenge e i camini della Rocca, poi traversano alla breccia e affrontano il muro della Torre. Il passaggio si porta addosso una macabra fama, ma Alberto sale veloce, divertendosi.
La cima è una chiatta galleggiante in cielo, per scendere bisogna gettarsi.
Il re si sporge nel vuoto, afferra la doppia corda e plana sulla breccia.
«Voila: merveilleux!»
Rientrano a valle tra i fischi delle marmotte.

Passammo la notte dal buon parroco della Chiappera – scrive Bonacossa –, inquietissimo per le supposte deficienze della canonica. Il giorno dopo si fece una bella passeggiata in scarpe da roccia attraverso la Croce Provenzale donde rivedemmo il fierissimo Castello; e si scese, dal piede di questo, con qualche lunga corda doppia... Ci rimuove l’animo il pensare ch’Egli abbia preso commiato dai monti proprio nella nostra Italia, una giornata di sole e di azzurro, tra buone genti fedeli alla nostra monarchia e, un giorno, alla nostra futura Regina: Sua Figlia.

Il re riparte per il Belgio e gli impegni di corte, Bonacossa e Gervasutti per il Passo del Maloja e il granito delle Alpi centrali, dove il conte ha messo gli occhi su una guglia del Masino che sembra un cilindro inespugnabile. Perfino lo scalatore bavarese Hans Steger, «allora allo zenith come arrampicatore», ha storto il naso durante una ricognizione: «Ancor piuttosto lontana, al termine di frastagliature, la nostra punta non era più un cilindro ma si era slargata in una specie di muro tagliato a picco».

Gervasutti non è ispirato. Secondo Bonacossa deve metabolizzare le ansie «attinenti al suo avvenire nella vita» e alterna «momenti di decisa intraprendenza ad altri di tendenza alla contemplazione». Il 5 ottobre il Fortissimo è molto più tentato dal sole tiepido che dalla roccia, come capita dopo una lunga estate di fatiche e spaventi. Tuttavia salgono la Punta Sud del Cameraccio, «ancora vergine», e al ritorno l’autunno fa la sua magia trasformando la malinconia in struggente desiderio. Alla sera Giusto è «caricato»; dormono in rifugio e la mattina vanno convinti verso il taglio di granito.

Più si avvicinano, più sembra inscalabile. La placca è completamente liscia, senza fessure. Impossibile piantare chiodi, sarà un numero senza rete.

Gervasutti è di nuovo silenzioso. Studia, medita, prende tempo; non si sa. Infine parte con circospezione e sale alcuni metri vicino allo spigolo della torre, poi si ferma, scioglie i muscoli delle braccia e valuta il traverso a muro aperto. Ci sono solo prese ridicole, rughe da estetista, illusioni di appigli. Girando il capo chiede a Bonacossa:
«Che cosa devo fare?», che tradotto vuol dire: «Devo rischiar la pelle?».
«Decidi tu», risponde il conte. Non può dire altro, e si sente responsabile.

Non ho mai dimenticato, pur dopo tanti anni, la sua espressione in quel momento. Un accenno di pallido sorriso forse più per far coraggio a me che non a se stesso: ma fugace, melanconico, quasi triste... Quasi uno spasimo: Giusto aveva allungato un piede fino ad una rugosità per me invisibile; iniziata da quella un’enorme spaccata con le mani solo appoggiate alla roccia si era lasciato andare in avanti come cadesse. Ma no! Con le dita di una mano si era aggrappato spasmodicamente ad un appiglio che era stato la sua salvezza e la nostra vittoria.

Pianta un chiodo e recupera il suo secondo. Intanto tutto è tornato come prima: una tiepida e sonnolenta giornata di sole. I muscoli si rilassano e chiedono riposo. Calmato il battito del cuore, il conte e l’alpinista prendono carta e matita e battezzano la punta: Torre Re Alberto. Infilano il foglietto sotto una roccia e preparano la corda doppia.

In ottant’anni pochi capicordata hanno ripetuto il più difficile passaggio di Gervasutti. Tutti hanno sudato freddo. Oggi è quotato sesto grado secondo la scala francese, che alla scala classica vuol dire sesto grado abbondante e in realtà non vuol dire niente: se ci fosse un buon chiodo a un metro di distanza sarebbe un gioco, invece è una roulette. Nella scalata la «difficoltà» è relativa perché il rischio scombina la valutazione. Si dice che «il rischio non fa grado», ed è matematicamente vero che un sesto è sesto dappertutto, però c’è una differenza infinita tra il passaggio ben protetto dai chiodi e il numero sprotetto. In mezzo ai due aggettivi sta l’essenza dell’alpinismo, che ai tempi di Gervasutti era incognita totale e anche oggi conserva margini di avventura. Il supersport lodato e sponsorizzato dalla propaganda fascista era super anche perché non si gareggiava negli stadi, ma in luoghi riservati a pochi.

Tornando a casa Bonacossa scrive al re per avvertirlo che ha una torre di granito tutta sua. Bella e difficilissima.

Merci – risponde il re –. La torre che avete chiamato con il mio nome deve essere ben difficile se un alpinista come Gervasutti le ha dovuto consacrare tutte le sue forze. Per me è tutto molto lusinghiero... Mi auguro, mio caro conte, che si possano fare altre belle scalate insieme, sul granito e anche nelle altre classificazioni geologiche. Il vostro affezionato Alberto.

Il re non dice che sta allenandosi per una grande estate. Fino ai primi mesi del 1934 si tiene in forma con la ginnastica da camera; cammina più che può, non beve, non fuma e fa progetti di scalate. A febbraio ha già voglia di rimettere le mani sulla roccia e in una giornata di finta primavera prova ad arrampicare a Marche-les-Dames, dove un taglio di pietra esce dal bosco ancora spoglio. Conosce bene la falesia del Vieux bon Dieu, ci va spesso a distrarsi, è l’unico posto di casa sua che assomigli vagamente a una montagna. Salendo un po’ a memoria arriva a una cengia terrosa a pochi metri dalla cima; con le pedule pesta le foglie marce dell’autunno. Asciuga le suole sui pantaloni e riparte, ma su uno degli ultimi passaggi perde l’appiglio. Stupito, cade all’indietro rimbalzando su un albero, precipita nel vuoto per altri venti metri e si schianta al suolo.

«Le roi est mort!», gridano i giornali belgi. Il popolo piange, non si capacita.
«Morte sul colpo per sfondamento del cranio» precisa il referto medico.

Tragedia di Stato. Lo portano alla tomba in un tripudio di cannoni e bandiere, al coro sordo delle campane. Dietro il feretro regale marciano i potenti del mondo e centinaia di cavalli bardati a lutto. Politici, cronisti e commentatori lodano le doti del sovrano defunto, la sua prudenza, la sua sagacia. Nessuno dice che Alberto è morto per un gioco.


Enrico Camanni, Il desiderio di infinito. Vita di Giusto Gervasutti


Enrico Camanni, scalatore e giornalista, è stato istruttore della Scuola di alpinismo Giusto Gervasutti.



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