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Lorenzo Marsili, Yanis Varoufakis - Il terzo spazio

Varoufakis, Marsili
IL TERZO SPAZIO
Oltre establishment e populismo

Il terzo spazio

Il terzo spazio di cui scrivono Lorenzo Marsili e Yanis Varoufakis, in questa riflessione sull'Europa, si riferisce a uno spazio capace di mettere i campo un'alternativa concreta a quello che definiscono essere "un sistema economico fallito e una democrazia corrotta", che superi "la falsa opposizione tra Europa e Stato nazionale". Di seguito, un brano su establishment e populismo


È veramente così forte lo scontro fra establishment e nuovi populismi di destra? Si tratta senz’altro di una vera battaglia, ma i due combattenti sono uniti da un legame perverso: entrambi mobilitano i propri sostenitori solo ricorrendo a un’avversione retorica per l’altro. L’ultima carta di legittimazione che l’establishment può giocarsi è quella di iniettare il veleno della paura tra i cittadini, paventando scenari nefasti se dovessero vincere quelli lì. «Sono l’unica cosa che vi separa dall’Apocalisse», dice Hillary Clinton in campagna elettorale. E si è visto come è andata a finire.

Allo stesso modo, l’internazionale nazionalista si rafforza e trae vantaggio precisamente dalla presenza dei partiti dell’establishment che bloccano l’emergere di alternative reali e alimentano sentimenti di esproprio democratico e ineguaglianza. Nella maggior parte dei casi, alle nuove forze di destra non è necessario articolare una visione concreta di cambiamento: basta l’elemento di rigetto, specularmente essere quelli lì e quindi non quelli di sempre.

Il campo politico viene diviso nettamente in due e ciascun contendente definito per negazione dell’altro. Che è, poi, il triste scenario di cui siamo oggi prigionieri: mettiamoci nei panni di un cittadino britannico durante il referendum sulla Brexit, chiamato a scegliere fra un Remain sostenuto dalla destra di David Cameron e un Leave sostenuto dalla destra di Nigel Farage. In quelli di un cittadino americano chiamato a scegliere nel novembre 2016 fra Hillary Clinton e Donald Trump. O, ancora, nei nostri panni di cittadini europei, chiamati a difendere lo status quo, le sue distorsioni, i suoi fallimenti, o a invocare la disintegrazione dell’Unione e il ritorno ai nazionalismi.

Dalla falsa alternanza siamo passati alla falsa alternativa. Ma andiamo oltre. Ci pare che anche questa logica sia man mano superata dalla realtà dei fatti. C’è, infatti, almeno un altro modo di esprimersi di questo rapporto perversamente simbiotico fra i due spazi. Ed è lo spostamento della dicotomia in una nuova combinazione, per usare le parole di Antonio Gramsci.

Nel racconto Deutsches Requiem, scritto all’indomani della seconda guerra mondiale, Jorge Luis Borges racconta le ultime parole del comandante nazista Otto Dietrich mentre aspetta il plotone di esecuzione dopo la condanna al processo di Norimberga. Inaspettatamente, Otto Dietrich rivendica la vittoria per la Germania. Gli alleati avranno anche vinto la guerra, dice, ma per farlo hanno dovuto trasformarsi in macchine assassine tanto brutali quanto il Terzo Reich. La Germania ha perso, ma ciò per cui ha lottato – un uomo nuovo forgiato nel ferro, nel sangue e nella violenza – ha prevalso e conquistato i conquistatori. Con il suo tipico gusto per il paradosso, Borges ci trasmette un agghiacciante memorandum: se rinunciamo ai nostri valori e ci lasciamo trasformare nell’immagine speculare del nostro nemico, possiamo perdere anche nella vittoria.

Il partito del pensiero unico sta subendo un mutamento profondo. Se l’esperienza di Syriza in Grecia ci ha insegnato che è possibile essere al governo senza necessariamente avere il potere di cambiare l’equilibrio tra le forze, l’estrema destra di oggi rappresenta un ribaltamento di questo mantra: anche laddove non è ancora arrivata al governo, esercita ciononostante un fortissimo potere di indirizzo e condizionamento della società, spostando il senso comune e spingendo i principali partiti politici a raccogliere molte delle sue posizioni. In questo senso, l’impatto delle estreme destre rischia di essere, per certi versi, paragonabile a quello che ha avuto il Partito comunista in Italia nel secondo dopoguerra. Sebbene non abbia mai governato, la presenza di un corpo sociale così massiccio e organizzato ha condizionato fortemente le scelte della Democrazia Cristiana e dei partiti centristi, determinando l’affermarsi di uno scenario fortemente sociale: edilizia popolare, nazionalizzazione dei servizi elettrici, scuola pubblica gratuita per tutti e poi Statuto dei lavoratori, divorzio, riforma sanitaria, chiusura dei manicomi, aborto e sistema pensionistico.

Oggi, però, l’effetto di trascinamento rischia di andare in tutt’altra direzione. La verità è che ci troviamo nel mezzo di una grande trasformazione da cui lo stesso sistema uscirà profondamente rinnovato. Non si tratta più di essere semplicemente a favore o contrari allo status quo, ma di sviluppare la capacità di indirizzare in maniera virtuosa il suo inevitabile mutamento. L’Occidente immobile, pacificato e senza alternativa non c’è più. Ciò che pare impossibile e impronunciabile diventa possibile e ragionevole nel giro di pochi anni. Le forze in campo mutano pelle e gli equilibri di potere possono saltare da un giorno all’altro. La vecchia politica, i grandi esperti e larga parte dei media hanno continuato a ragionare come se dalla finestra del cambiamento non potesse entrare, come è avvenuto durante i periodi normali del recente passato, che una piccola brezza.

Ma oggi il barometro segna tempesta e le raffiche di vento spalancano le porte e frantumano i vetri. Non è più un’ipotesi populista quella della bancarotta del sistema, ma un fatto oggettivo. Soprattutto, come il delirio distopico di Donald Trump testimonia, è ormai chiaro a tutti che è possibile cambiare. È ora di accettare questa premessa: il centro non può e non deve resistere.

Populismo, come abbiamo già detto, non significa necessariamente social-nazionalismo. L’espressione accomuna posizioni diverse e, anche, il cosiddetto ‘populismo di sinistra’, ad esempio quello di Podemos, della prima Syriza o di Bernie Sanders negli Stati Uniti, che nulla ha a che vedere con i mostri descritti in questo capitolo. È anche da qui che bisogna ripartire: perché è possibile essere contemporaneamente contro un establishment in bancarotta e contro le peggiori derive nazionaliste e reazionarie. Non basterà, però, riproporre semplicemente la stessa retorica basso-contro-alto, popolo contro casta, come se questa non fosse, in molti contesti nazionali, già esercitata e resa senso comune da movimenti nazionalisti e reazionari. C’è infatti una grande differenza fra l’applicare la dicotomia noi/loro in un campo che ancora vede il dominio incontrastato delle forze di establishment unite in un partito unico – pensiamo alla Spagna del 2011, con gli indignados in piazza e quasi tutto il sistema politico schierato a difesa dello status quo – e una situazione come quella descritta poc’anzi, in cui l’opposizione è già stata recuperata da destra in una nuova polarizzazione che in alcuni contesti diventa addirittura maggioritaria.

Per riprendere il controllo di questa grande trasformazione bisognerà dare risposte concrete alla crisi di democrazia ed eguaglianza e dimostrare che c’è vita oltre la crisi esistenziale del partito del pensiero unico. Bisognerà dimostrarsi capaci di trasformare il rigetto dello status quo nella richiesta di una nuova democrazia inclusiva ed egualitaria. Bisognerà avere una strategia credibile capace di convincere una maggioranza. Soprattutto, aggirando tanto gli estremisti di mercato quanto gli estremisti nazionalisti, bisognerà rimettere al centro il buon senso e avere un programma chiaro: a livello municipale, nazionale ed europeo. Perché di questi tempi avere un programma è un atto rivoluzionario.


Lorenzo Marsili e Yanis Varoufakis, Il terzo spazio. Oltre establishment e populismo


Lorenzo Marsili ha fondato la ONG internazionale European Alternatives. Con Yanis Varoufakis ha lanciato il movimento europeo DiEM25.

Yanis Varoufakis, economista e politico greco, è stato nel 2015 ministro delle Finanze del governo Tsipras.  


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