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Piero Bevilacqua - Felicità d'Italia

Particolare di copertina
PAESAGGIO, ARTE, MUSICA, CIBO
La città, bene pubblico e comune.

Felicità d'Italia

Quanto sapere e 'felicità' possiamo ancora conseguire, nei nostri territori, con la nostra azione collettiva, difendendo e valorizzando i beni comuni e i beni pubblici? A partire da questa domanda, Piero Bevilacqua ricostruisce la straordinaria storia di un patrimonio artistico e culturale unico al mondo, soffermandosi su quattro tasselli: alimentazione, bellezza delle città, musica e canzone napoletana, tradizione cooperativa. 


Ma per quale ragione collochiamo le città nell’ordine delle istituzioni da cui dipende la felicità, vale a dire il benessere dei cittadini? Che dalla città dipenda, come per altre istituzioni indicate da Cattaneo, la cultura dei popoli, non è certo affermazione che ha bisogno di essere illustrata. Basterebbe ricordare, per il mondo antico, l’incommensurabile tesoro di sapere che hanno prodotto le poleis greche per rispondere con pienezza alla domanda. E si può aggiungere a queste il sontuoso lascito di letteratura e poesia che ci ha tramandato Roma, e più tardi la fioritura delle università nelle città medievali in Italia come nel resto d’Europa.

D’altra parte non bisognerebbe neppure dimenticare che la stessa costruzione materiale della città non solo genera cultura, ma è generata a sua volta dalla cultura. E qui non pensiamo solo a quella degli architetti, degli ingegneri, dei sommi artisti, ma anche ai saperi di quelle innumerevoli figure, che non hanno lasciato testimonianze scritte e che ci rimangono ignote. Quanta della bellezza e delle soluzioni urbanistiche e architettoniche delle nostre città sono dovute ai capimastri, ai muratori, ai tagliapietre, ai falegnami, agli stuccatori, che nel corso dei secoli hanno edificato i nostri centri con le loro mani? Ma come si configura ed esprime la felicità urbana, nel senso illuministico in cui l’abbiamo proposta all’inizio del nostro racconto, vale a dire l’umano benessere del lessico attuale? Il legame tra la città e la felicità è in realtà già presente alla mente degli antichi. Come ha ricordato l’architetto austriaco Camillo Sitte – che alle città, soprattutto italiane, ha dedicato un celebre saggio – già Aristotele sottolineava che scopo della costruzione urbana fosse quello di «offrire agli abitanti sicurezza e, insieme, felicità».

Se andiamo alle origini di questa creazione, ai suoi primi fondamenti, proiettando anche lo sguardo agli sviluppi dei secoli successivi, sino a buona parte dell’età contemporanea, troviamo costantemente la ricerca dell’umano benessere quale fonte e impulso permanente dell’edificazione urbana. Non soltanto nel senso generico di creazione di un passaggio fondamentale della civilizzazione umana: diceva Lewis Mumford a proposito della città che «Col linguaggio essa rimane forse la maggiore opera d’arte dell’uomo». Ma anche per ragioni molteplici che hanno a che fare innanzi tutto con le condizioni materiali delle comunità umane, che nella città approdano per la prima volta ad insediamenti stabili dopo millenni di nomadismo.

Sempre Mumford – che allo studio della storia e delle vicende urbane contemporanee ha dedicato studi di non comune valore – ricordava che «I fattori concreti fondamentali della vita cittadina sono l’ubicazione stabile, il ricovero duraturo, le possibilità permanenti di riunione, scambio e immagazzinamento: i fattori sociali fondamentali sono la divisione sociale del lavoro, che giova non soltanto alla vita economica, ma anche agli sviluppi culturali». Viviamo da troppi secoli entro strutture urbane per comprendere intuitivamente quanta intelligenza strategica e conoscenza del territorio c’era all’origine del progetto di una città. Essa doveva rispondere a una straordinaria molteplicità di requisiti per poter assicurare ai suoi abitanti quella superiore agiatezza che li poteva sottrarre ai disagi del villaggio rurale.

Già nel mondo antico appariva evidente la necessità di avere intorno a sé campi fertili per il grano e orti destinati all’accumulazione e al rifornimento costante e ravvicinato di derrate alimentari. Così come la presenza di una grande strada, e soprattutto di un fiume che rendesse rapidi i collegamenti e gli eventuali rifornimenti da aree più lontane. Mumford definiva il fiume, quale forma di «idrovia», «la componente dinamica della città, quella senza la quale non avrebbe potuto continuare a crescere in dimensione, in importanza e in produttività». Tale necessità, questo vincolo della città al suo territorio, costituirà a lungo un suo carattere sistemico. «Fino a tempi molto recenti – ha ricordato Fernand Braudel – ogni città doveva avere il suo cibo alle sue stesse porte, a portata di mano (...) La campagna, infatti, deve sostenere la città, se questa non vuole temere ad ogni istante una carestia: il grande commercio può alimentarla solo eccezionalmente».

Ma se tale vincolo oggi appare, nonostante tutto, abbastanza ovvio, non cessa di sorprendere la visione ecosistemica che sin dal mondo antico urbanisti e osservatori hanno avuto di questa forma organizzata del vivere. Se essa doveva garantire un superiore benessere materiale ai cittadini occorreva che fosse collocata in un sito appropriato, e dotato di alcuni vantaggi strutturali. Oltre che essere inserita – come Sitte poteva osservare e ammirare nelle città del Sud – nella «bella natura» nella convinzione della «forte influenza dell’ambiente sulla sensibilità degli abitanti». La città doveva essere provvista di mura, perché aveva il compito di proteggere i suoi abitanti con maggiore sicurezza di quanto non potessero fare i villaggi nelle campagne. Ma essa doveva assicurare anche della buona aria, fondamentale per i bisogni elementari della vita non meno dell’acqua potabile. Era quello che potremmo definire un principio d’igiene – non dissimile da quello che orienterà l’urbanistica europea di fine Ottocento – di cui tener conto fin dalla fondazione.

Nella cura di tale ambito, Vitruvio riconosce la paternità scientifica ai Greci: «Ma bisogna anche conoscere la disciplina medica per gli aspetti del cielo – egli ricordava – che i Greci chiamano ??????? e per la salubrità o meno dell’aria e dei luoghi, e per l’uso delle acque: senza questi calcoli non può darsi una abitazione salubre». Egli pertanto scorgeva – evidentemente in coerenza con la cultura urbanistica romana del suo tempo – nelle condizioni ambientali un prerequisito essenziale per la localizzazione del sito urbano: «Quando pertanto con questi criteri di salubrità si sarà definito il tracciato delle mura, e saranno state scelte regioni copiose di frutti per alimentare la città, e il lastricamento delle strade, e l’opportunità della navigazione fluviale o marittima rendano celeri i rifornimenti fino alle mura, allora bisognerà fare i fondamenti delle torri e dei muri». La qualità dell’aria e la sua salubrità saranno sempre, nei secoli successivi, un prerequisito per gli insediamenti cittadini e al tempo stesso un criterio di valutazione delle condizioni di benessere delle popolazioni e delle città.

Naturalmente le valutazioni non erano esenti da pregiudizi o comunque da comprensibili parzialità. È il caso, ad esempio, di Paolo Diacono, lo storico longobardo, uomo del Nord, che reputava la «regione settentrionale» quanto più fredda tanto «più salubre per i corpi degli uomini e adatta alla propagazione delle stirpi». Pier de’ Crescenzi, il celebre agronomo bolognese del XIII e XIV secolo, raccomandava: «colui che elegge luoghi abitabili dee conoscere la terra della città (...) e dee conoscere la sua acqua e la sostantia di tale acqua (...) E ancora s’ell’è a’ venti disposta o in profonda terra; e dee conoscere i venti che quivi traggono, se sono sani, freddi», perché essi sono condizioni di «buona aere». Non stupisce dunque che Bonvesin de la Riva, l’entusiastico apologeta della Milano ducentesca, mettesse subito in evidenza, fra le condizioni che erano alla base del ben vivere in quella città, oltre alle «fonti limpide e fertili fiumi», la «salubre mitezza di clima». Un sapere ambientalistico, dunque, che dall’età classica si trasmetteva all’era volgare e che costituirà un criterio fondativo non solo per l’edificazione di nuove città, ma anche per i loro sviluppi e per la valutazione della qualità della vita urbana. Sicché sono di grande significato, per lo meno per la storia della cultura urbanistica, le considerazioni che ne traeva Leon Battista Alberti, superbo tramite tra l’eredità classica e il Rinascimento italiano. In quello che è considerato il primo trattato dell’architettura moderna, scritto a metà del XV secolo, il De re aedificatoria, Alberti scriveva:

Gli Antichi si adoperavano con ogni sforzo per avere una regione che fosse, per quanto possibile, priva di ogni fattore nocivo e abbondante di comodità. Anzi evitavano con ogni cura soprattutto quelle con un clima rigido e malsano: precauzione saggia e indiscutibilmente necessaria. Si sa, infatti, che per loro natura la terra e l’acqua, qualora abbiano qualche difetto, possono essere corrette con l’arte e l’ingegno. Ma si sa che nulla del genio e dell’opera umana può modificare il cielo. Siamo del tutto sicuri che se l’aria che respiriamo (che comprendiamo essere la fonte principale della vita e della sua conservazione) sarà perfettamente pura, gioverà meravigliosamente alla salute. Chi non conosce quanta influenza ha il clima nella nascita, nella crescita, nello sviluppo e nella buona conservazione delle cose? 

Quanta verità di fatto e infondatezza di previsione in queste parole! Alberti non ha immaginato che quel cielo, che a lui pareva intangibile, gli uomini l’avrebbero modificato con le proprie mani, ma per peggiorarne la qualità, per trasformarlo, con l’effetto serra, in minaccia di future catastrofi.


Piero Bevilacqua, Felicità d'Italia. Paesaggio, arte, musica, cibo


Piero Bevilacqua ha insegnato Storia contemporanea all’Università di Roma La Sapienza.


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