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Paola Bellone - Tutti i nemici del Procuratore

Particolare di copertina
L'OMICIDIO DI BRUNO CACCIA
L'agguato
 


Tutti i nemici del Procuratore

Paola Bellone passa in rassegna le inchieste aperte da Bruno Caccia, magistrato e Procuratore capo di Torino, ucciso dalla 'ndrangheta nel 1983, e prende in esame documenti inediti e nuove testimonianze. Di seguito, la ricostruzione del delitto: è la sera del 26 giugno. 


Bruno Caccia lo hanno ammazzato un quarto d’ora dopo che è uscito di casa. È risalito con Coki, il suo cagnolino, lungo il marciapiede che costeggia lo stabile dove abita, al numero 9 di via Sommacampagna, ai piedi della collina. Una strada stretta, lunga un centinaio di metri, che sale da corso Moncalieri (la via ad alto scorrimento che costeggia il Po, a seicento metri dalla centrale piazza Gran Madre di Dio) e termina in un ampio slargo.

Poco prima dello slargo, sul lato dello stabile abitato dalla famiglia Caccia, parte una scalinata che porta al Monte dei Cappuccini, ai piedi della quale, in una rientranza rispetto alla strada, si apre un emiciclo di panchine, sovrastate da piccoli arbusti. Il lato percorso dal magistrato (a sinistra, con le spalle al Po e lo sguardo alla collina) è ininterrotto, quello opposto è tagliato da tre vie, la prima, partendo dal basso, è via Casteggio. Proprio all’angolo con via Casteggio, in via Sommacampagna, venti metri oltre il portone di casa di Bruno Caccia, sul lato opposto, è ferma una 128 verde, con un giovane a bordo al posto di guida. All’esterno, sul lato passeggero, c’è un altro giovane in piedi, che fuma una sigaretta. L’auto ha il muso rivolto in salita, verso la cima di via Sommacampagna (la strada è a senso unico).

Bruno Caccia, una maglia gialla e il giubbotto sulle spalle, perché la pioggia del pomeriggio ha rinfrescato l’aria, è risalito fino alle panchine, dove quattro ragazzi nemmeno ventenni se la stanno contando, ha lasciato sfogare il piccolo cocker, poi è ritornato sui suoi passi, in discesa, per rientrare a casa. Sono le 23,15. È arrivato al numero 15 della via, mancano 52 metri per raggiungere il suo portone, cinque mesi per compiere il sessantaseiesimo anno di età. La sua esistenza viene troncata proprio lì, davanti al portone del condominio liberty dove, al piano terra, abita Aurelio Ghio, l’esperto balistico che assisterà l’imputato nel processo per l’omicidio.

Il giovane in piedi vicino alla 128 è risalito a bordo e l’autista ha messo in moto, a velocità normale, come se avesse calcolato di volerlo freddare proprio lì davanti. Va incontro a Bruno Caccia che sta scendendo alla sua sinistra. Fermata la corsa, a cinque metri dalla partenza, il primo a sparare è proprio l’autista, quattordici colpi, quasi tutti portati a segno su Bruno Caccia, facendolo stramazzare a terra. Il tempo di scendere dall’auto, l’altro giovane si china su di lui, gli punta la pistola a meno di 40 centimetri dalla testa e infierisce con gli ultimi tre colpi (altri tre saranno trovati conficcati nel muro sotto la finestra di Ghio). Alla scena ha assistito impotente Alberto Rossotto, quarantaduenne, che stava parcheggiando l’auto in via Sommacampagna, a valle della sparatoria, sul lato opposto. Aveva notato la 128 già quando era ferma, pochi metri davanti a lui. Dopo ha provato a inseguirla, ma giunto al fondo di via Sommacampagna ha dovuto rinunciare, non riuscendo a starle dietro con la sua 127 diesel. (Giovanni Gerardi, residente al numero 15 di via Sommacampagna, dirà di avere visto dalla finestra di casa sua le due auto allontanarsi «rabbiosamente».)

I ragazzi che erano seduti sulle panchine, a monte della sparatoria, sullo stesso lato della via, hanno solo sentito, ma si sono alzati e affacciati sulla strada quando l’azione si è già consumata. Sono Luca Fagol, Paolo Dente, Dario Perazzone e Federico Rivetti, che in questo periodo di vacanza la sera si trovano per giocare a pallone nello slargo in fondo a via Sommacampagna (ma questa sera qualcuno si è lamentato per il rumore e hanno ripiegato sulle panchine). Vedono la 128 risalire, a velocità normale, nella loro direzione. Arrivato alla loro altezza, l’autista si è fermato, il tempo di allungare il braccio sinistro fuori dal finestrino, con pollice e indice aperto, come a puntare una pistola contro di loro, e urlare: «Bang! Bang! Bang!». Sembra uno scherzo. Invece il corpo di Bruno Caccia è riverso per terra in una pozza di sangue.

Da una finestra del primo piano di via Sommacampagna 15 lo vede bene Philippe Reure, parigino di 26 anni, ospite della famiglia della sua fidanzata. Subito dopo la sparatoria, è sicuro di avere visto una donna accoccolata sul corpo, dice proprio così. La donna non è mai stata identificata. Tra le persone identificate dai Carabinieri del Nucleo Operativo, che saranno sentite per tutta la notte, Fagol è l’unico a saper descrivere il killer che guidava la 128. Il maresciallo Ria, in forza al Reparto Operativo, farà un identikit, che a dire non solo di Fagol risulta molto somigliante. I primi noti ad accorrere sono due colleghi e vicini di casa, Attilio Rossi, che è in servizio a Roma presso la Corte di Cassazione, e Ugo De Crescienzo, sostituto procuratore a Torino, che hanno fatto in tempo a vederlo vivo. Rossi lo ha chiamato per nome e gli ha sfilato gli occhiali. L’ambulanza e già partita a sirene spiegate quando arriva la prima pattuglia della Polizia. Subito dopo il Reparto Operativo dei Carabinieri. I funzionari della Polizia scientifica eseguono i rilievi alle 23,45.


Sul marciapiede sinistro di via Sommacampagna, rispetto a chi lo percorre proveniente da corso Moncalieri, quasi di fronte allo stipite destro del portoncino d’ingresso dello stabile contrassegnato dal civico 15/B, si osserva una vasta chiazza di sostanza ematica che, per effetto della pendenza del suolo, defluisce in parte sul manto stradale sottostante. Sul marciapiede in questione si osservano manufatti balistici e reperti cosi contrassegnati.


Sono i proiettili, sparati da una calibro 38 special e da una calibro 7,65 parabellum, è un «frammento, presumibilmente di tessuto osseo, intriso di sostanza ematica». Gli occhiali da vista, insanguinati, di Bruno Caccia, consegnati da Attilio Rossi, sono sottoposti a sequestro («con separato verbale»). Varrà a poco la scrupolosità della Scientifica: le armi del delitto non saranno mai trovate.


Paola Bellone, Tutti i nemici del Procuratore


Paola Bellone è vice procuratore onorario a Torino dal 2002.


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